"Ecco, il mio servo avrà successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente. Come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito." (Is 52, 13-15)
La summa di ogni estetica, veramente etica, è data dalla sacra umanità del Verbo Incarnato e dal partecipare al “pensiero di Cristo” nella Sua Passione.
Dopo la colpa di origine si è aperta la ferita delle ferite, quella che distacca la Similitudine dall’Immagine, e dunque la nostra volontà e la nostra capacità operativa di aderire all’Immagine donata, la Similitudine, si è fortemente indebolita, ferita, obnubilata.
Pertanto siamo sempre alla ricerca dell’Immagine e di adeguarci ad essa così come l'abbiamo ricevuta in dono.
Con tentativi non solo goffi ma sovente falsi, se non talvolta ridicoli.
Questo capire chi sono, questa ri-centratura continua del soggetto che è capitolata in un narcisismo soggettivista (io scelgo, io valgo, io sono, io mi autodetermino, il corpo è mio, ecc.) inclina a tutta una serie di “compensazioni” profetati dai famosi "15 minuti" di Andy Warhol * che si dispiegano in una presenza social compulsiva.
Le vanità di ogni tipo sono questo tentativo goffo di dare una risposta profonda. Le micro e le macro ideologie di ogni tempo, anche sul versante antropologico, fanno parte di questo tentativo. A tratti patetico, a volte ridicolo, spesso mortifero.
I social in questo non sono la cura ma l’evidenza e l’ampliarsi di una malattia; persino nelle occasioni più condivisive e semplici; talvolta in quelle più sante. È una grazia accorgesene.
Può capitare, nella vita e nel mondo virtuale dei social, di stigmatizzare e questo ci fa sentire nel giusto, solidi, compatti, certi.
Ma Cristo morendo sulla croce come un peccatore stravolge questo paradigma.
Accogliendo la peccatrice stravolge le nostre certezze.
Nascendo a Betlemme e crescendo a Nazareth rivoluziona il “pensiero dell’uomo”, tutto carnale. La proporzione che c'è tra la sua vita pubblica e quella nascosta, di cui non si conosce nulla, è impressionante e pende, cronologicamente, per la vita nascosta.
Sembra che Dio spinga al paradigma dell'amore nascosto e qui fonda una divina Wellness. Divina perché fondata non sul solleticare gli aspetti liminali, una reductio omnium rerum ad pruritum, ma piuttosto nel ri-centrare gli aspetti solidi e profondi dell'umano.
Uno dei tentativi della psicologia moderna di cogliere i "livelli" di questa ri-centratura è fornita dal sempre attuale testo di Amedeo Cencini "Amerai il Signore tuo Dio. Psicologia dell'incontro con Dio". Testo che consigliamo a chi desidera seriamente intraprendere un percorso di accompagnamento spirituale.
Ma tornando a noi, nel contempo, occorre rilevare che non chiamando il peccato, il male ed il delirio con il suo nome, cadiamo nello stesso tranello di chi stigmatizza le persone (e non i comportamenti come piuttosto dovrebbe), ed anche qui rassicuriamo la nostra sete ferita sentendoci “buoni”, “misericordiosi”, “dialoganti”, "impegnati", "super-donne", "super-mamme", "super papà", progressisti o reazionari, e, Dio non voglia, alla moda, piacioni, miseri accondiscendenti al mondo e al suo linguaggio.
Quanto fa male oggi questo sentire, così come lo ha sempre fatto con noiosa ripetitività, nella storia della Chiesa.
Cambia solo il vestito ma la ferita è la stessa.
Occorre invece avere il pensiero di Cristo (1Cor. 2,16) che ama infinitamente ogni persona e detesta il male ed il peccato che la deturpa rovinosamente. Occorre "il dono e il compito di pensare Lui attraverso tutte le cose", ricordava l'8 settembre 2015 il card. Scola riverberando San Massimo il confessore.
Qui Cristo ci aspetta e qui ci aspetta il nostro intimo sé, pensato così e per questo, in Cristo amore.
È “il pensiero di Cristo” che commuove profondamente il Signore alla tomba di Lazzaro, constatando di come la morte sia entrata con il peccato, ed abbia distaccato, diviso, smembrato l'uomo non solo separandolo gravemente da Dio e dai fratelli ma, in una forma mai abbastanza cosciente, proprio lì, dentro di sé.
Il peccato allontana il sé dal sé. Creando il sospetto su Dio, sui fratelli ma anche il sospetto dentro di sé. Il sospetto è la firma del nemico.
Omicidio di ogni Speranza e fonte di ogni putridume.
Non parliamo del sé liminale, di quella mera percezione che chiamiamo auto-coscienza ma che è, piuttosto, tradimento della medesima.
Parliamo del sé profondo che geme e soffre cercando l'acqua che solo disseta e non si accontenta delle "cisterne screpolate" (Ger. 2,13). Perché il sospetto lo soffoca, lo tradisce, lo allontana dal Bene e dal Vero e lo avvoltola "come una scrofa nel fango" (2Pt. 2,22).
Il sospetto ha generato la morte dissociando l’equilibrio dell’Immagine e della Somiglianza creando dei naufraghi in balia del vento delle vanità, delle miserie, delle piccinerie, delle ideologie in cui viviamo obnublati. Questo il refrain che percorre il mondo: sono alla moda, dunque sono; piaccio dunque sono; mi esprimo dunque sono, guardatemi!
Nati per essere con Dio degli ardui navigatori ed amanti, siamo piuttosto dei deficienti in balia del "sentire", delle mode, dei "pruriti" che abbracciano ogni forma di lussuria e di dissipazione.
La morte entra nella nostra vita e vi permane sia quando stigmatizziamo le persone, e non i comportamenti e le idee malsane o, al contrario quando, per non stigmatizzare alcunché, bestemmiamo l’Incarnazione e la Redenzione in una piaciona, rassicurante e vanitosa scelta.
Perché il “motore” degli integerrimi che individuano con chiarezza il nemico o di coloro che lo abbracciano senza amarlo realmente è lo stesso: la vanità.
Una affannosa ricerca dell’immagine perduta. Amano tutti, tutti, ma per non amare nessuno. E dall'inganno dell'Ingannatore ingannati.
Ma il “pensiero di Cristo” esplicitato nella forma e nella realtà del Crocifisso, è un dono, un regalo immeritato che si accoglie inaspettatamente e con la violenza dell’umiltà e delle sante quotidiane umiliazioni; ricentrando lo sguardo verso Colui che abbiamo trafitto:
"Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio.
Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia
l'ammanta di benedizioni.
Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.
Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l'orecchio, Dio di Giacobbe.
Vedi, Dio, nostro scudo,
guarda il volto del tuo consacrato.
Per me un giorno nei tuoi atri
è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi."
(Sl. 83, 6-11)
Lungo è il cammino nella Grazia per adeguare la “Somiglianza” all’Immagine e non cadere nella disperazione eterna.
Bene lo aveva compreso il santo, forse, più alter Christus della storia:
“tanto quanto vale l’uomo davanti a Dio, tanto vale, e non di più” (Ammonizione XIX, FF 169)
Il ché non è solo un memento alla nostra infima pochezza ma anche uno slancio, carico di Speranza, alla immensa grandezza, tanto profondamente desiderata, mendicata.
Purtroppo rattoppata con i sussidi, le difese, le miserie, le costruzioni, i fantasmi, le ideologie, i convegni, le umane celebrazioni, i libri, le conferenze, le spirituali riflessioni, i profili social compulsivi, le dichiarazioni pubbliche video, la sindrome del leader e del salvatore, la sindrome della crocerossina, i volontarismi, le rigidità, i misericordismi, e tutto ciò che è vanità costruita dal puramente umano, per quanto profondo e per quanto, per sola apparenza, possa apparire bello.
No! Tu, il tuo “valore” è esplicato solo per il dono di collaborare quotidianamente con lo Spirito del Signore. Spirito che restituisce, nella fatica dello schiudere e del rinascere, il cuore di carne capace di amare come Cristo, per Cristo ed in Cristo. Con il Suo Cuore. Lì immergiti, senza riserve.
“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv. 19,37) Non altri lo ha trafitto, ma tu, anzitutto non permettendo al tuo sé profondo, al cuore del tuo cuore di essere in sincro-battito con il Suo.
E dire Amen con la tua vita; non con i sentimenti, i desideri, le parzialità della tua persona, ma con l’intera tua carne. Perché diventi la carne di Cristo, assimilata da Lui e Lui solo.
E finalmente renderla bella, vera, autentica, tanto quanto appartieni, tutto e senza zone d’ombra, all’unica vera Immagine (Ef. 1,1ss) che tutto paradigma di significato: Cristo amore, Cristo amore, Cristo amore.
L’apostolo Paolo scrive ai fedeli di Efeso ed a noi:
“Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e di conoscere l'amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.” (Ef. 3,17-19)
E che cos’è l’essere ricolmi se non, grazie a Cristo, ritrovare la nostra Immagine? Se non farvi aderire, in Somiglianza, la nostalgia profonda che abbiamo ricevuto?
“Un abisso chiama l’abisso” (Sl. 42,8), ed il cuore desidera il Cuore. Il Cuore Suo!
Ma non senti la nostalgia? Che cerchi? Non brami di volere Dio e Dio solo e tutto e ciascuno in Lui?
Hai così fortemente obnubilato la sete del tuo cuore? Dove ti sei perso?
Eppure Egli ti aspetta e bussa e chiede. Se vuoi.
Non è forse l’opera mirabile a cui conduce il Sacratissimo Cuore di carne di Cristo squarciato sulla Croce? Cor mei cordis.
E, per condurre a guardare, non servono le parole, pur necessarie, ma che tu guardi Colui che ti ha tanto amato, definitivamente. Se tu guardi, altri guarderanno.
Se tu guardi e contempli altri si volgeranno a guardare e contemplare.
È questo il mistero che salva, guardare chi per primo ti ha visto e così radicalmente amato, pensato, desiderato, della fedeltà che non marcisce.
Questo suscita la nostalgia che cambia i cuori e le vite e sazia la sete che quotidianamente muove.
Paul Freeman
‘Tutti vogliono diventare famosi’. E io gli risposi: ‘Sì, per circa 15 minuti’. Lui ha preso quella frase e l’ha fatta propria». (Fonte: https://www.lettera43.it/andy-warhol-e-la-frase-sui-15-minuti-di-celebrita-falso-dautore/ )