Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Home
Famiglia-3MILANO, 23. Soprattutto in tempi di crisi è in primo luogo la famiglia, nella sua accezione tradizionale, che necessità del concreto «sostegno» delle pubbliche istituzioni. Mentre l’introduzione di un registro per le unioni civili, anche sulla scorta di quanto già avvenuto in altre città, si presenta come «un’iniziativa inefficace, forse solo un’operazione d’immagine ».
Alla vigilia del dibattito in consiglio comunale, dove oggi approda la delibera che istituisce il registro delle unioni civili, l’arcidio cesi ambrosiana interviene con un comunicato a firma del responsabile delle comunicazioni sociali, don davide Milani, in cui vengono citati alcuni significativi passaggi di un articolo pubblicato ieri, domenica, su «Milano Sette», il settimanale in edicola con «Avvenire». Nel testo, firmato da Alfonso Colzani — che insieme alla consorte Francesca Dossi è responsabile del servizio diocesano per la famiglia — si sottolinea anche come temi tanto delicati meritino d’essere affrontati in maniera più approfondita dal Parlamento nazionale. Per Colzani, dunque, «introdurre un registro comunale delle unioni civili è un’iniziativa inefficace, forse solo un’operazione d’immagine». Al contrario, «è invece la famiglia, che ha un ruolo sociale e civile evidente e riversa positivamente sull’intera società il suo benessere complessivo, a richiedere sostegno in questa fase di crisi economica. Abbiamo davanti l’esperienza di quanto è accaduto nelle altre città dove questo registro è poco utilizzato e non comporta nessun vantaggio concreto alle coppie conviventi». In questa ottica, nell’articolo si riconosce come «le coppie in Italia che scelgono la convivenza come forma stabile di unione hanno alcuni loro diritti». Anche per questo, tali «temi vanno affrontati con calma e dal Parlamento e non da un singolo Comune». Infatti, «è chiaro che un dibattito nazionale in Parlamento non si limiterebbe al “re g i - s t ro ”, perché affronterebbe anche il disegno complessivo dei vari legami pesandone il loro rilievo sociale. Allora il dibattito avrebbe un altro senso e ci sarebbe una maggior possibilità anche da parte dei cattolici di intervenire portando le proprie convinzioni, interagendo in modo costruttivo con le altre identità culturali. Quindi sarebbe una cosa più seria. Introdurre un registro così invece è un’iniziativa sostanzialmente inefficace, forse semplicemente un’operazione d’immagine. Probabilmente questa Giunta in qualche modo deve saldare alcuni "debiti" verso una parte di elettorato che l’ha sostenuta». Per la curia di Milano, invece, soprattutto a livello cittadino ci sono da affrontare ben altre priorità. «Il sostegno alla famiglia — la maggioranza della realtà sociale anche milanese — è una necessità da porre con più decisione al centro dell’attenzione anche dell’amministrazione pubblica, come emerso chiaramente anche durante l’Incontro mondiale delle famiglie. Le famiglie che hanno sancito la loro unione con un matrimonio, sia civile sia religioso, in Italia sono nell’ordine della decina di milioni contro le cinquecentomila convivenze. Il sostegno è da indirizzare a chi con il matrimonio si prende impegni pubblici e stabili verso la società diventandone una risorsa. Per noi famiglia è un’unione stabile e pubblica tra un uomo e una donna aperta alla vita. La Chiesa è convinta che chi investe tutto nel legame e in esso si impegna fino in fondo, si dischiude a un rapporto che conduce a una maggiore verità e profondità della relazione». E, in tale prospettiva, Colzani si sofferma anche sulle proposte d’introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso. «Il concetto di matrimonio ha una sua precisa specificità e una storia millenaria e non può essere confuso con le unioni omosessuali». Sempre nel comunicato dell’a rc i - diocesi ambrosiana viene inoltre citata l’analisi di Mattia Ferraro, vice presidente dell’Unione giuristi cattolici di Milano, il quale sottolinea come il «fine» dell’introduzione del registro in questione «è quello di equiparare — almeno a livello di servizi erogati dal Comune — le unioni civili (indifferentemente se tra persone di sesso diverso o del medesimo sesso) alle famiglie fondate sul matrimonio». Per Ferraro, inoltre, non si può «trascurare il rischio che la voluta equiparazione tra famiglia fondata sul matrimonio e unione civile porti a legittimare la poligamia: l’uomo poligamo immigrato a Milano, difatti, potrebbe richiedere il riconoscimento della propria convivenza con tutte le sue mogli come unione civile, posto che il registro non limiterebbe tale unione solo a quella tra due persone. Il Comune di Milano finirebbe così per tutelare e sostenere un istituto quale la poligamia che nel nostro ordinamento è ritenuto contrario all’ordine» .

© Osservatore Romano - 23 - 24 luglio 2012