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045q01a non elucubrare, ma vivere!

di JOSEPH RATZINGER

"In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme".
Non lo ha fatto solo allora: lo fa anche oggi. Anche oggi egli è con tutti noi in cammino verso Gerusalemme, cioè in cammino verso la città nuova che non ha più bisogno di alcun tempio perché egli abita in mezzo a noi, verso la città nuova nella quale Dio sarà tutto in tutti e così noi saremo l’uno nell’altro e l’uno con l’altro. Egli, infatti, non si è allontanato dalla storia, ma l’accompagna così da accompagnarci verso questa Gerusalemme, la città vera e definitiva: proprio per questo è possibile anche l’altra cosa, e cioè che continui a passare per città e villaggi, insegnando: anche qui, a Pentling. Anche qui egli è in mezzo a noi e ci ammaestra. È presente in vari modi. È presente nel mistero dell’eucaristia, che ci viene sempre dischiuso. È presente nei sacramenti. È presente per mezzo del suo santo Vangelo. E poi anche dal muro della chiesa, dalla croce volge lo sguardo al cammino quotidiano di ognuno di noi, ci guarda e ammaestra. Prestiamo attenzione al vangelo di oggi per comprendere meglio cosa ci dice, cosa vuole insegnarci. C’è un uomo che vorrebbe tanto sapere quale sarà l’esito ultimo della storia. Gli chiede se saranno pochi o molti quelli che alla fine si salveranno. La risposta di Gesù è a un tempo rimprovero e incoraggiamento: «Sforzatevi». Significa che a noi non compete chiederci come la storia andrà a finire; che non dobbiamo cercare di ergerci noi stessi a giudice universale, come a voler guardare le carte di Dio per tentare di comprendere la logica di questo mondo e della nostra stessa vita. Ogni volta che facciamo questo, ogni volta che pretendiamo di risolvere e dare noi un giudizio sull’insieme della storia e della nostra vita, ci smarriamo. Gli uomini che vogliono fare questo finiscono per vivere nell’amarezza, nell’ira e persino nell’inimicizia verso Dio, e questo perché è proprio vero che dalla piccola e parziale prospettiva della nostra vita non possiamo vedere e capire il tutto. È quello che Dio ha detto a Giobbe: «Smettila di voler essere tu stesso il giudice universale! Così facendo ti smarrirai solamente». Quando cominciamo a voler dire a Dio se doveva permettere Auschwitz oppure no, se sia stato giusto in questo o in quello, scegliamo una prospettiva che non conosciamo e alla fine non possiamo che essere scontenti e confusi. Il compito che ci è dato è un altro: non elucubrare, ma vivere! Questa è la risposta di Gesù: vivere nella fiducia, vale a dire portare la nostra vita di fronte a lui e, fin dove ci è possibile, aiutare gli altri a portare la loro, così come essi aiutano noi a portare la nostra. E, conformemente alla lettura che abbiamo appena ascoltato, riconoscere proprio in quello che di più incomprensibile ci accade che egli ci tratta da figli e figlie, che proprio in ciò che non comprendiamo egli è colui che ci ama. Se facciamo questo, se smettiamo di voler giudicare, e camminiamo, andiamo avanti, ci sforziamo, allora acquisiamo anche il giusto sguardo verso di lui. «Sforzatevi!», questa è la sua risposta. Ciò significa in primo luogo che la maniera giusta di vivere, l’autentica umanità che conduce alla salvezza, alla gioia definitiva, esige uno sforzo, e questo oggi ci è divenuto estraneo. Ci sforziamo in tante attività: per il nostro lavoro, per le cose tecniche, per lo sport. Ma troppo spesso dimentichiamo che, perché riesca, merita uno sforzo, ha bisogno di uno sforzo anche lo stesso essere uomini in modo autentico, anche lo stare davanti a Dio e con Dio nel modo giusto. Ed è questo che qui ci si raccomanda: più di tutte le altre cose che certo giustificano lo sforzo, merita ogni nostro sforzo la vita stessa, il diventar giusti davanti a Dio e al prossimo. Senza sforzo la vita non può riuscire. Sforzatevi! La vita ha bisogno di sforzi, che significa anche: vale la pena sforzarsi. Lo sforzo non sfocia nel nulla. Dio ci attende e, quando a volte ci fa fare degli sforzi, quando a volte rende la vita faticosa, proprio allora ci porta sulla via alla fine della quale sta aperta la porta. Questa è dunque la sua risposta in termini generali: «Non elucubrare su quello che un giorno sarà, ma vivere!». Sforzarsi, per lo sforzo che Dio fa per noi. Poi però Gesù applica questo in modo più preciso alla storia del suo tempo e dice: «Vi saranno molti che sono certissimi di entrare e non entreranno. E ve ne saranno altrettanti dei quali si pensa che non entreranno e che invece siederanno a tavola insieme ad Abramo, Isacco e Giacobbe ». Si tratta innanzitutto di una profezia sul suo stesso destino. È una profezia del suo fallimento in Israele e una profezia sulla ancor più grande vittoria di Dio che scaturisce proprio da quel fallimento. Partiamo dai primi: sono i suoi contemporanei. Sono talmente sicuri, che non gli chiedono se magari loro stessi saranno salvi. Quell’uomo lo interroga solo sugli altri. Per quanto lo riguarda, si sente sicurissimo. In fin dei conti sono membri del popolo eletto, conoscono la Legge, sanno tutto, e conoscono Gesù, stanno con lui sulle stesse strade e piazze, con lui mangiano e bevono. Come potrebbero preoccuparsi del loro proprio destino? E tuttavia viene loro detto: «Non illudetevi!». Alla fine, nell’ora della croce, infatti, falliscono, e diviene evidente che a tutto quel conoscere non corrispondeva alcun riconoscere Gesù. Eppure la questione se un giorno si troverà aperta la porta della vita si decide nel rapporto con Gesù. Perché è lui la porta. E quelli che erano tanto sicuri di conoscerlo così bene dovettero sperimentare che lui non li conosce. Ma insieme al fatto che con i suoi contemporanei non ha avuto successo, che la strada fatta con loro ha condotto alla croce, che Gesù — e Dio in lui — apparentemente fallisce, insieme a questo vien fuori anche che molti verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno. Con questo, Gesù preannuncia che proprio a partire dalla sua morte e dalla cacciata dei suoi da Israele nascerà la Chiesa dei pagani: la Chiesa universale al di là di ogni luogo e ogni tempo. Credo che dovremmo ritenere cosa mirabile il fatto che, attraverso i secoli, queste parole di Gesù si siano avverate. Vengono in molti che nulla avevano a che fare con Abramo, Isacco e Giacobbe: ora vengono, veniamo da Gesù e possiamo sederci alla mensa di Dio, alla mensa degli eletti. Questo movimento continua ancora oggi. Credo che in mezzo a tutte le crisi che attraversa la Chiesa dovremmo avere davanti agli occhi questo fatto mirabile: cioè che continuamente ancora oggi, in tutto il mondo e in misura crescente, gli uomini vanno a lui e stanno con lui. Credo che anche nel nostro Paese rappresenti qualcosa di meraviglioso il fatto che, domenica dopo domenica, gli uomini in modo disinteressato e senza alcuna costrizione si raccolgano per stare insieme a lui. Quale attrazione terrena potrebbe determinare questo? Egli compie la sua parola e noi possiamo vedere come, attraverso i secoli, in tanti giungono da tutti i punti cardinali. Perciò quello che allora il Signore disse innanzitutto alla sua generazione è del tutto attuale. Anzi, ci riguarda ancor più direttamente. Perché la particolarità di tutte le parole di Gesù è che in primo luogo esse sono rivolte direttamente ai suoi contemporanei, ma al tempo stesso diventano di nuovo attuali per ogni generazione. Anche oggi ci sono quelli che lo conoscono esattamente, e tuttavia non lo riconoscono. Quelli che sanno sviscerare tutte le sue parole, che le possiedono sin nel più piccolo dettaglio così bene da credere di poter dire quello che può provenire da lui e quello che invece lui non può mai aver detto; quelli che sanno tutto di lui e che forse però non lo hanno mai riconosciuto. Ma non parliamo degli altri. Parliamo di noi: noi cristiani di oggi non siamo forse tutti, almeno qui in Europa centrale, come quei contemporanei di Gesù? Non c’è forse in noi una sicurezza di sé che è insieme indifferenza e scontentezza? Non c’è forse una scontentezza, un malanimo nella fede, una acrimonia nella Chiesa che più nulla hanno a che fare con la vicinanza di Gesù? E non è che ci sentiamo troppo sicuri? «Se c’è una vita eterna — così pensano anche molti cristiani — su di me Dio non potrà eccepire nulla. In fin dei conti non sono forse una persona “per bene”? Insomma, cosa si pretende?». Non ci facciamo più domande su noi stessi. Siamo così sicuri, così soddisfatti di noi stessi da non dargli importanza. Al massimo rigiriamo la frittata e ci ergiamo a giudici di Dio, condannandolo per questo e per quello, e per aver fatto tutto o quasi in modo tanto pasticciato. Ma è vero anche che uomini da cui non ce lo si aspetterebbe, vengono di nuovo a lui muovendo da distanze siderali. L’esule russa Tatiana Goricheva tempo fa mi ha raccontato — in quel modo tanto vivo quanto drammatico caratteristico dei suoi libri — come, in Russia, persone che erano passate attraverso l’intera educazione ateista, che erano totalmente cresciute nell’abisso del vuoto di Dio e immerse in tutti i peccati, d’improvviso, nella contraddittorietà di questa loro esistenza, avevano scoperto di nuovo il volto di Gesù Cristo e, dall’abisso della loro lontananza, si erano messe in cammino verso di lui. In questo nostro tempo, una nuova migrazione da nord e da sud, da oriente e da occidente, si muove verso di lui, proprio a partire da antiche distanze e contrapposizioni. E diviene evidente che, proprio nel suo fallimento, egli — Dio sembra essere così impotente in questo mondo! — tiene questa storia nelle sue mani; e che proprio attraverso i fallimenti degli uomini li rialza di nuovo e si fa di nuovo presente a loro come speranza e come luce. Penso che anche noi dovremmo farci toccare da questo, in modo da cercarlo nuovamente e andare incontro a lui come l’autentica risposta alle nostre domande. La sua immagine nella nostra chiesa si dischiude nuovamente a noi. Camminando, quotidianamente gli passiamo di fronte. Lasciamoci guardare da lui. Lasciamoci interpellare da lui. Ascoltiamo la sua parola: Sforzatevi! E siamo pieni di gratitudine perché egli è anche in mezzo a noi, cammina insieme a noi e ci ammaestra.

© Osservatore Romano - 19 dicembre 205