di Andreas Hofer e Paul Freeman
"Manifestare per cosa?"
Perché manifestare in piazza sabato prossimo? E come manifestare? Anzitutto: si manifesta come partigiani di una fazione politica? Se così fosse tanto varrebbe seguire un noto aforisma di Valéry: dovremmo stilare il nostro programma d'indignazione, pensare a ben calibrare i nostri riflessi condizionati, entrare in tensione fino a montare di giusta collera in giusta collera.
Niente di tutto ciò. Come dice Fabrice Hadjadj, «le nostre manifestazioni non sono quelle di una corporazione, ma quelle dei nostri corpi». In definitiva il 20 giugno manifestiamo soltanto questo: la nostra natura sessuata.
Natura, physis in greco, deriva da un verbo che significa «generare» ma anche «far apparire» una profondità nascosta, evidenziare quel che non è evidente. In una parola: manifestare.
Non sarà fondamentale, perciò, issare striscioni, alzare insegne, sventolare bandiere. E a che pro le mascherate, gli ornamenti, gli slogan, il chiasso della fanfare? La vera manifestazione è fisica, non politica. Basterà mostrare la differenza che fin dalla nascita ci accompagna in ogni luogo, in chiesa come in una parata LGBT: la differenza che si manifesta, come una vera epifania, nella barba di un frate quanto nei seni di una femen.
Già etimologicamente, quindi, la natura si pensa a partire dalla nascita. E non dalla costruzione, come vuole la teoria del gender.
Questa demarcazione naturale tra maschile e femminile, la sola che possa generare vita, la sola che possa far nascere altri esseri umani, è messa radicalmente in causa dal DDL Cirinnà, che vuol dar vita a un simulacro di matrimonio basato non più sulla differenza, ma sull'orientamento sessuale.
Per questo non ha senso parlare di matrimonio omosessuale,. E nemmeno di matrimonio eterosessuale. Il matrimonio piuttosto è eterosessuato, perché feconda è solo la pratica sessuale di due individui di sesso diverso. Soltanto un'unione eterosessuata possiede la potenzialità naturale per generare. La legge pertanto, riconoscendo alla famiglia fondata dal matrimonio eterosessuato lo status di nucleo generativo della società, si limita a delineare un quadro oggettivo (differenza sessuale), senza entrare addentrarsi nella psicologia individuale (orientamento sessuale).
Sconnettere matrimonio, famiglia e fecondità vuol dire una sola cosa: affidare la procreazione umana al campo della tecnica. Si aprono così scenari immaginati forse solo da visionari come Huxley o Zamjiatin.
Ci sarà chi si chiede se scendere in piazza non possa ridursi a un atto di «inutile eroismo», come in occasione del referendum sul divorzio. L’obiezione è legittima. Ma crediamo che il valore della posta in gioco, nonché la mancanza di soluzioni alternative, giustifichino un tale slancio. L’insistenza di papa Francesco sulla necessità di «uscire» e andare verso le «periferie esistenziali» ci ricorda quanto già aveva scritto Romano Guardini commemorando i giovani della Rosa Bianca, trucidati dai nazisti per la loro opposizione – esclusivamente verbale – al regime.
Non esiste, diceva Guardini, unicamente un’«etica delle cose». È l’ordine della prudenza, del calcolo, dell’amministrazione. La logica dell’etica delle cose è la logica della conservazione dell’esistente. Ma quest’ordine di realtà, certo indispensabile, non può essere assolutizzato. Non è rispetto a questo ordine che tutto può essere giudicato, perché esiste anche un’«etica dell’agire». È l’ordine delle azioni e delle opere umane dove il calcolo e la prudenza, essenziali per amministrare l’esistente, non bastano più. In questo ordine di realtà sono necessari il coraggio, la forza di cominciare qualcosa di nuovo, la prontezza. La logica, qui, è quella della creazione perché, dice Guardini, «le cose vanno custodite, la vita va messa in gioco». Ma nemmeno questo secondo ordine esaurisce la realtà, perché si colloca e trova il suo fondamento all’interno della realtà stessa dell’uomo e del mondo.
C’è infatti ancora un ordine di realtà: l’ordine di Cristo, che non ha alcun fondamento umano o mondano. È l’esistenza centrata sul sacrificio gratuito e disinteressato, consapevole di andare incontro al fallimento mondano e pertanto “folle” dal punto di vista della mera razionalità calcolatrice così come è inspiegabile secondo la logica della creazione. L’etica del sacrificio, pur affondando le sue radici al di là delle vicende terrene, non è estranea alla storia umana. Dio stesso, incarnandosi, vi si è inserito. È per questo che in definitiva l’etica del sacrificio, nonostante sfugga ad ogni calcolo umano, rappresenta il nucleo più profondo della storia. Essa viene messa nel conto di Dio e risulta decisiva ai fini della storia stessa. «La sofferenza nel nome di Cristo – scrive Guardini – diventa così luogo di espiazione della colpa, luogo di riscatto per molti. Nei sotterranei della storia alcuni «patiscono» per la liberazione di molti, anche se i molti non ne sono consapevoli».
Perciò ci sentiamo chiamati da un appello che giustifica la discesa in piazza, a manifestare pubblicamente contro l’attacco ai fondamenti antropologici dell’esistenza umana.
“Israele contro Amalek, il carattere spirituale di ogni battaglia civile”
Il politicamente corretto, presente in ogni epoca, e connotatosi come moda, sovente, svuota le parole di alcuni significati. Oppure le trasforma o altre volte le nega. Una sorta di rimozione cosciente e a volte inconscia. Anche qui la nevrosi è alle porte. E lo vediamo tutti i giorni. Il “facciamoci un nome” (Gn.11,4ss) è sempre presente. E’ il modo sempre attuale con cui il peccato originale si manifesta. Guai a parlare di “battaglia”, o di “guerra”, quando si parla di vita spirituale. Meglio parlare di tenerezza, misericordia, accoglienza. E’ una flessione del linguaggio spirituale che viene da lontano.
Eppure i termini veterotestamentari di “lotta”, “battaglia”, “guerra”, sono purificati e ripresi da Cristo nel nuovo testamento e dagli apostoli. La battaglia di Israele contro Amalek (Es. 17,8ss) ad esempio non smette di dare un’immagine efficace di quella battaglia in atto tra la grazia e la nostra natura ferita e i richiami comodi del mondo (Mt. 7,13-14; Mt. 11,12; Rm. 7,14-25; Rm. 8,1ss; Ef 4,22-24; Col 3,9- 10).
Poiché siamo professionisti nel denigrare l’incarnazione ecco che alterniamo forme ideologiche di cristianesimo che necessitano di un nemico. Spesso sempre chi è fuori di noi o chi non fa parte delle “nostre corde” o del nostro gruppo; maltrattandolo con una durezza inusitata, con il dileggio, con la detrazione, con la diffamazione. I social network in questo sono un luogo “tribale” dove alimentare faide su faide, nevrosi su nevrosi. A suon di “mi piace” si creano alleanze volte non a cercare il bello nell’altro quanto piuttosto a farne un nemico. Un ostacolo al mio diritto soggettivo di esserci e di esistere.
Oppure, d’altro canto, trasformiamo la virilità e la dura bellezza di seguire Gesù in una sorta di credo mieloso e liquido che si adatta a tutto e a tutti non per trasfigurarli ma per confermarli nelle proprie ferite. Nelle proprie miserie e nei propri fantasmi. Talvolta nei propri vizi. Ma chi segue Gesù sa bene che il primo Amalek ce l’ha nel cuore, poi nelle mode e nelle vanità del mondo, poi nelle ideologie mortifere che negano la natura e negano in definitiva il lieto annunzio.
Non è infrequente trovare cristiani che fanno marce per la pace o per le fasce deboli – cosa ottima e doverosa – e poi negano, come Pietro, di avere conosciuto Gesù. Oppure guai, per costoro, smuovere una sola piuma per difendere i valori naturali che Dio ci ha consegnato. Ma chi segue Gesù non è di destra o di sinistra, non vive per chiaroscuri e per nemici ideologici, ma per orchestrazione del cuore. Sa che combatte Amalek ma non gli amaleciti. Perché l’amore di Cristo ha reso noi, e loro, da nemici ad amici. Cristo ha sofferto, è morto e risorto per ogni uomo e ogni donna. Qualunque sia la sua idea, qualunque sia il suo peccato, qualunque sia la sua natura degradata da un "habitus" mortifero.
Ma l’amore, quando è tale, rispetta e, nel contempo, sa dire anche con chiarezza dei no. Proprio perché ha detto e dice dei “sì”, a Dio e al fratello che ha di fronte. La salvezza delle anime rimane sempre il comandamento e la motivazione principale. Quando uno ama ricorda e riporta al fondamento oggettivo della ragione ed alla resa straordinaria del perdono.
Ecco che dunque difendere i principi non negoziabili e i valori ad essi legati è un mezzo, non un fine. Un mezzo per amare di più e meglio i fratelli. Per questo l’autentica vita politica è una forma altissima di Carità, perché punta a costruire, anche dicendo qualche deciso “no”, il bene di tutti, il bene comune. Svuota l’individualismo imperante e presente in tante forme, in tanti luoghi, e ri-crea cuori capaci di amare sul serio. Di farsi carico. Di farsi padre e madre.
Ecco perché, in definitiva, per un dovere spirituale e civile, per un sostanziale bene comune, profondo e liminale, è importante che cessino le liti, le divisioni, le inimicizie e maturi invece una gara nello stimarsi a vicenda di come "essere di Cristo". Ecco, ad esempio, perché è importante che chi non è presente in questa manifestazione si faccia carico responsabilmente di pregare per essa.
Ogni volta che il popolo (Israele) combatte la buona battaglia per l’uomo e la sua dignità, rende gloria a Dio e necessita che Mosè, Aronne e Cur tengano le mani alzate.
Perché certe battaglie, pur umanissime e legate a meccanismi mondani, sono il retro-faccia di una battaglia spirituale sempre presente dove il “nemico dell’uomo e di Dio” lavora per ingannare l’uomo e sussurrargli sibilmente che lo renderà come dio, senza Dio.
vd anche
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-manifestare-per-la-famiglia-e-un-dovere-morale-13045.htm