di SILVIA GUIDI Suo fratello, il celebre intellettuale engagé Bernard-Henri Lévy, all’inizio è rimasto sconcertato, irritato e deluso; «che cosa avrebbero pensato i nostri genitori?» si è chiesto, pensando al forte senso di appartenenza alla cultura e alla religione ebraica che da secoli ha plasmato l’identità della sua famiglia. Ma poi vedere sua sorella Véronique più forte, sicura, decisa, piena di energia e di voglia di vivere gli ha fatto cambiare idea sull’autenticità e la profondità della sua conversione al cattolicesimo. E l’ha convinto perfino ad assistere al suo Battesimo, la prima domenica di quaresima di tre anni fa, nella cattedrale di Notre Dame a Parigi.
Quella sera, un ronzare frenetico di tweet accompagnò il rito appena gli astanti riconobbero il filosofosimbolo dell’intelligentsia laicista francese seduto su una della panche riservate alle famiglie dei catecumeni. «Mi sono reso conto che non era una cosa infantile, ma un’esp erienza interiore autentica» ha spiegato Bernard-Henri Lévy alla giornalista Astrid de Larminat che ha dedicato un reportage alla conversione di sua sorella uscito su «Le Figaro» dell’11 marzo scorso. Che si tratti di un cambiamento radicale lo conferma, suo malgrado, suo fratello, ammettendo che adesso si trova accanto una donna toccata dalla «redenzione» e «da un livello di conoscenza della teologia cristiana, ma anche ebraica, di cui un tempo non sapeva nulla». Una donna più stabile e sicura, con una luce negli occhi che prima non c’era, e quella forza tranquilla che ha solo chi è certo di essere amato. Che cosa ha cambiato tanto Véronique? La sorella più piccola e più fragile, l’adolescente ribelle che si nascondeva dietro un trucco pesante e un’aggressività esibita — «Che vuoi fare da grande?» «La prostituta», diceva ai suoi da ragazzina, sprezzante verso la serenità borghese che respirava in famiglia — l’anticlericale militante che aveva sempre accusato la Chiesa di essere misogina e oscurantista, ha scoperto la dimensione nuziale dell’a m o re di Dio. E si è accorta che niente può essere più come prima. Con il passare del tempo, ha capito anche che un’esperienza tanto sorprendente e liberante merita di essere raccontata e condivisa, perché può essere un’occasione di speranza per molti. Questo le ha fatto superare le tante resistenze e perplessità iniziali sull’opportunità di parlare di un’esperienza intima come il dialogo interiore con Gesù eucaristia; grazie all’aiuto di François Dabezies, ha scritto il libro Mo n t re m o i ton visage (Paris, Cerf, 2015, pagine 368, euro 20), introdotto da una prefazione di Éric de Moulins-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi. «Vivere la fede è come innamorarsi — ribadisce Véronique — Quando si ama qualcuno incondizionatamente, si sacrifica tutto per quell’amore, non ci si cura del giudizio altrui, si pensa solo a gioire della presenza dell’a l t ro » . La parola esperienza ricorre spesso nel libro, e non è un caso. Mille volte nella nostra vita sentiamo ripetere la frase «Dio è amore» ma finché non diventa esperienza reale, concreta, personale queste parole restano lettera morta, suonano come uno slogan vuoto, privo di senso. È quando Dio mostra davvero il suo volto — da qui il titolo del libro, Montre-moi ton visage — il suo «amore dolce e tenero, incondizionato e assoluto, personalizzato, “su misura” per ognuno di noi» che tutto può davvero cambiare. Per Véronique il primo incontro col cristianesimo è avvenuto quasi per gioco, da piccolissima, su una spiaggia rumorosa e affollata di Antibes. Un giorno Coralie, una bimba poco più grande di lei, le regala un crocifisso di smalto insegnandole l’ Ave Maria e la preghiera dell’ An g e l u s . Coralie è figlia di una catechista, e sta imitando i gesti della madre che ha visto tante volte durante la sua attività in parrocchia. Véronique ascolta le preghiere e decide subito di impararle a memoria, ripetendole come una ninna nanna tutte le sere, prima di addormentarsi. Ripone nel cofanetto dei suoi tesori segreti il piccolo crocifisso di smalto, colpita «da quell’uomo con i capelli lunghi e con le braccia aperte sulla croce che non evocavano dolore, ma amore». Coralie la mette in guardia: solo le preghiere hanno il potere di tenere lontana l’armata dei robot che un giorno salirà dal mare per aggredire e rendere schiavi tutti gli uomini. Véronique guarda angosciata la linea dell’orizzonte e prova a immaginare chi siano i mostri che minacciano la sua vita, che tanto spaventano la piccola Coralie. Un semplice gioco da bambini sulla spiaggia, che negli anni si rivela profetico. I tanti castelli di sabbia costruiti durante i primi anni della giovinezza — le tante relazioni di breve respiro, i tanti progetti di lavoro iniziati con entusiasmo e mai portati a termine — non resistono alle ondate del tempo e rivelano presto la loro natura provvisoria. E il rischio di trasformarsi in robot — schiavi di desideri compulsivi, “meccanizzati” dai ritmi ossessivi di una vita che sembra fatta apposta per dimenticare il proprio desiderio di felicità e l’anelito dell’anima verso Dio — è sempre più reale. Dopo tanto dolore e tanti anni alla deriva, l’i n c o n t ro con padre Pierre-Marie Delfieux, fondatore della fraternità monastica di Gerusalemme, insediata a SaintGervais, e la scoperta dell’a m o re “ricostituente” di Dio, capace di sanare ogni ferita e di aprire dovunque nuovi percorsi di libertà. Ora Véronique riconosce che quella Chiesa che prima accusava di oscurantismo ha «ricostruito la sua femminilità danneggiata», ed è la sua casa. Ora c’è spazio solo per Lui, «unica promessa mantenuta».
© Osservatore Romano - 30-31 marzo 2015