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di Antonio Paolucci
"Ti trovi di fronte alla piccola scultura, la prendi in mano, ne accarezzi l'anatomia possente e melodiosa e dici di sì, questo è, oggettivamente, una cosa fuori dell'ordinario, siamo in presenza di una qualità del tutto inusuale. Quindi è doveroso, è necessario, sottoporla al fuoco di una disanima critica il più seria e rigorosa possibile".
Così scrivevo, quattro anni fa, quando vidi per la prima volta, a Firenze, Cristo crocifisso in legno di tiglio dipinto (misure centimetri 41,3 per 41,3) proprietà di un antiquario torinese. L'attribuzione dell'opera al giovane Michelangelo, per quanto clamorosa, appariva convincente a motivo del concomitare davvero impressionante di ragioni storiche cronologiche e soprattutto stilistiche. Tuttavia una verifica "la più seria e rigorosa possibile" era necessaria.
Io, all'epoca soprintendente al Polo museale fiorentino, volli che il crocifisso in questione fosse esposto al pubblico in una mostra allestita al Museo Horne di Firenze e dotata di un catalogo scientifico in grado di fornire informazioni e materiali filologici utili al confronto e alla discussione.
Il consenso degli studiosi fu, fin da subito, entusiasta. L'attribuzione a Michelangelo giovanissimo, negli anni fra il 1492 e il 1495, quando era appena uscito dalla scuola di San Marco patrocinata da Lorenzo il Magnifico per entrare nel clima di alta spiritualità, di casta pulchritudo, praticato da Girolamo Savonarola, superava la dimensione della probabilità per sfiorare quella della certezza. E valga un'antologia di autorevoli opinioni.
"Avevo visto le foto ed ero curioso, ma quando l'ho avuto in mano, sono stato folgorato come san Paolo sulla via di Damasco, per la sua bellezza suprema" (Umberto Baldini, ne "Il Giornale", 3 dicembre 2004). "Una articolazione così viva della gabbia toracica, del fianco e del ventre, un flusso così sapiente e continuo delle complesse articolazioni l'una nell'altra, una mobilità di così sfaccettata e struggente bellezza delle superfici, mi sembra corrispondere a una concezione tanto alta del corpo umano da reggere il riferimento al grandissimo artista che di questo aspetto dell'uomo ha offerto tante indimenticabili interpretazioni" (Luciano Bellosi, Proposta per Michelangelo giovane, 2004). "La qualità dell'opera è altissima e i confronti portano tutti in una direzione soltanto, il giovane Michelangelo attorno al 1495" (Arturo Carlo Quintavalle, "Corriere della Sera", 4 maggio 2004). Visto da dietro il Crocifisso mostra "una vitalità che nessun altro sarebbe stato in grado di realizzare a quell'epoca" (Timothy Verdon, "The Guardian", 17 maggio 2004). "La qualità è molto alta ed è complicato immaginare un altro scultore che possa aver realizzato un'opera di questo genere" (Vittorio Sgarbi, ne "Il Giornale del Piemonte", 23 aprile 2005).
Potrei continuare con le opinioni totalmente positive e favorevoli alla autografia di Giancarlo Gentilini, il collega che per primo con impeccabile metodo filologico ha studiato la scultura, di Cristina Acidini Luchinat autrice dell'ultima monumentale monografia su Michelangelo, di Giorgio Bonsanti. Per tutti mi limito a ricordare il fulmineo giudizio di Federico Zeri che aveva conosciuto e attribuito il crocifisso prima di ogni altro:  "Se non è Michelangelo è Dio" (riportato da "Il Giornale dell'Arte" del maggio 2004).
Un capolavoro di questo livello non doveva finire disperso sul mercato. Anche se la paternità di Michelangelo non era, né poteva essere, certificata da documenti e garantita dalle fonti, l'analisi storico-critica di massimo livello assicurava una probabilità di autografia così alta che il ministero italiano dei Beni Culturali non poteva decentemente tirarsi indietro di fronte alla ipotesi, da tutti corteggiata, dell'acquisto. Bisognava giocare l'azzardo nella persuasione, ragionevolmente fondata, che quel capolavoro di scultura aveva tutte le carte in regola per rientrare nell'incognito gruppo delle opere giovanili eseguite da Michelangelo quando era molto giovane e andate perdute. In ciò confortati dalla testimonianza di Ascanio Condivi:  "Ha fatto Michelagniolo infinite altre cose, che da me dette non sono (...) e molte altre cose, le quali non si veggiono, e saria lungo scriverle" (Vita di Michelangelo, 1553).
Occorre dare atto al ministro Sandro Bondi di avere rotto gli indugi con apprezzabile determinazione. Dopo un lungo negoziato con la proprietà durato quattro anni, dopo avere chiesto e ottenuto il parere positivo del competente comitato di settore, la scultura che noi crediamo realizzata da Michelangelo Buonarroti quando aveva fra i diciassette e i venti anni, è stata acquistata dallo Stato italiano per la cifra di tre milioni e duecentocinquantamila euro.
Oggi il piccolo crocifisso che esibisce la sua mirabile anatomia nella perfetta misura dell'homo quadratus di Vitruvio e di Leonardo, è esposta a Villa Borromeo, ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. La visita di Papa Benedetto XVI all'ambasciatore Zanardi Landi ha suggerito una collocazione che vuole essere un atto di omaggio alla gloriosa storia artistica dell'Italia cristiana. In seguito, la scultura attribuita a Michelangelo verrà esposta per tre mesi alla Camera dei deputati. I musei fiorentini, con ogni probabilità il Bargello, saranno la sua destinazione finale.

(©L'Osservatore Romano - 15-16 dicembre 2008)