Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Home
concilio vaticano 2Piuttosto, il Vaticano II è, come ogni Concilio, parte di una catena legata alla tradizione e aperta al futuro.

Il Segretario Generale del Concilio ha il dovere di far sì che siano preparati con coscienziosità i testi che vengono sottoposti al Concilio, sui quali si deve discutere e votare. Per monsignor Felici erano dunque strettamente legati e inseparabili la lettera e lo spirito del Vaticano II. Nel tempo che va dalla conclusione del Concilio fino ai nostri giorni, si è affermato invece un certo dualismo, che opera una distinzione tra la lettera e lo spirito del Concilio; si ricorre allo spirito soprattutto quando i testi non sembrano molto confermare le proprie idee. È chiaro, da un lato, che lettera e spirito non sono la stessa identica cosa.
Un Concilio della Chiesa si radica infatti non solo nel passato, ma anche nel futuro, aprendosi così alla storia dei suoi effetti e alla sua recezione. D all’altro lato, però, là dove si separano lettera e spirito, il cosiddetto spirito del Concilio è considerato come un mero punto di partenza dal quale si fanno progressivamente scaturire, in maniera arbitraria, le proprie idee, che poi vengono ritenute il vero compimento del Concilio. Il diario di monsignor Felici è invece sotteso dallo sforzo, non sempre facile, di tenere uniti la lettera e lo spirito del Concilio, sforzo dal quale si può molto imparare anche per l’odierna recezione e interpretazione del Concilio. In secondo luogo, il Segretario Generale del Concilio deve tener conto delle varie correnti presenti. Tali correnti esistevano già prima del Concilio e sono state all’opera anche durante. Esse avevano in comune la convinzione che la Chiesa ha sempre bisogno di rinnovamento, soprattutto della sua vita interiore partendo dal fulcro della fede, e che questo continuo e necessario rinnovamento comporta anche l’adeguamento della trasmissione della fede della Chiesa alle condizioni del tempo in cui la Chiesa si trova a vivere, poiché il cristianesimo deve vivere in maniera decisa nell’oggi se vuole essere una forza in grado di forgiare anche il futuro. Ma circa l’attuazione di questa visione del rinnovamento della Chiesa, esistevano due diverse e distinte direzioni. Da un lato, si mirava a un profondo rinnovamento della Chiesa percorrendo il cammino della rivitalizzazione delle fonti della fede, ovvero le Sacre Scritture e i padri della Chiesa, per giungere a un aggiornamento nel senso di un vero dialogo con il mondo moderno. Con il termine programmatico aggiornamento non si intendeva dunque un adeguamento semplicistico e superficiale della fede e della Chiesa alle esigenze del mondo. Piuttosto, al Concilio premeva che, in una situazione profondamente mutata, si annunciasse la fede cristiana in maniera nuova, attualizzandola e interpretandola come qualcosa di vivo e vitale. Il termine aggiornamento era infatti legato a quello di ressourcement , nella convinzione che, soltanto con un ressourcement , l’aggiornamento avrebbe potuto condurre la Chiesa a un rinnovamento davvero intelligente e soprattutto cattolico. Diversamente, l’altra tendenza della riforma, che già durante il Concilio stava guadagnando terreno, perlomeno nell’opinione pubblica, tralasciava il ressourcement patristico e mirava a una riforma della Chiesa tra le Sacre Scritture e l’aggiornamento, evitando il riferimento all’epoca dei padri della Chiesa. Dopo il Concilio, le due correnti si sono tradotte concretamente nella fondazione di due riviste, «Concilium» e «Communio»; ecco il motivo per cui si parla di una «divisione Concilium-Communio». In questo articolato contesto, è molto interessante leggere il diario di monsignor Felici, per rendersi conto che il Concilio non si poneva un’alternativa dicotomica tra aggiornamento e ressourcement , poiché non intendeva inventare una nuova fede o creare una nuova Chiesa, ma comprendere entrambe in maniera più approfondita per poterle rinnovare. In altre parole: i Papi e i padri del Concilio non volevano una nuova Chiesa in rottura con la tradizione, ma una Chiesa rinnovata nello spirito del messaggio cristiano. Con ciò, arriviamo alla terza prospettiva, che ritroviamo nel diario di monsignor Felici. Il Segretario Generale deve anche fare in modo che un Concilio si situi nella continuità della Chiesa. Ciò solleva la difficile questione dell’ermeneutica del Concilio. Durante e dopo il Concilio, si è diffusa ampiamente un’ermeneutica della discontinuità e della rottura, la quale parte dal presupposto che i testi conciliari sono il risultato di compromessi e che, poiché non rispecchiano ancora in maniera adeguata il vero “spirito” del Concilio, occorre coraggiosamente scavalcarli per permettere allo “spirito” del Concilio di operare una svolta. Questa ermeneutica, che vede una rottura tra il tempo preconciliare e il tempo postconciliare, è dominante soprattutto nelle correnti progressiste all’interno della Chiesa. Ma si ritrova anche tra i tradizionalisti, che considerano, anch’essi, il Concilio come una rottura con la tradizione della Chiesa e sono convinti che, con il Concilio, sia comparsa una nuova Chiesa, non più identica a quella esistita fino ad allora. Da parte progressista come da parte tradizionalista, in maniera speculare, il Concilio è percepito come una rottura rispetto alla tradizione. Contro l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, soprattutto Benedetto XVI ha sostenuto un’«ermeneutica della riforma », che prende sul serio sia la fedeltà alla tradizione della Chiesa sia la dinamica introdotta dalle promettenti novità del Concilio e fondata nel suo sforzo di ridefinire il rapporto della Chiesa con il mondo moderno. Al Concilio premeva infatti una riforma nel senso di un rinnovamento del soggetto- Chiesa una e unica che mantenesse una fondamentale continuità con la tradizione: la Chiesa «è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino». Poiché, prima e dopo il Concilio, si tratta della stessa Chiesa che è stata rinnovata con il Concilio, esso non può essere inteso né come punto finale della tradizione, né come punto di partenza di qualcosa di totalmente nuovo. Piuttosto, il Vaticano II è, come ogni Concilio, parte di una catena legata alla tradizione e aperta al futuro.

© Osservatore Romano - 19 novembre 2015