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piu misericordia"Misericordia io voglio e non sacrificio'' (Mt. 9,13),
Misericordia Io dono

Cos'è che impedisce ai farisei, e quindi a noi, di avere misericordia? E che cos'è la misericordia?

Di certo la misericordia non è un atteggiamento buonistico che non riconosce il peccato e non lo chiama per nome.

La misericordia, piuttosto, è che Dio, nonostante il tuo peccato, ti ama e riconosce la tua unica dignità e dà il suo Figlio, il Suo unico Figlio, per te.

Dio ti ama e vuole per te la vita e ti dona la vita.
Questa è la misericordia.

Riconosce in te la capacità e la possibilità che puoi di collaborare alla grazia dicendo un sì! che diventa sempre più vero e concreto e che ti cambia dal di dentro; anche se il tuo uomo esteriore si "va disfacendo".

La misericordia è lo sguardo di Dio sul mondo. L'unico. Se vedi così, vedi come Dio e ami come Dio. Solo così cambi te stesso e cambi la realtà.
È la misericordia che ti rende fruttuoso protagonista del quotidiano. Ed è quindi frutto del dono di Scienza dello Spirito.

La prima scimmiottatura della misericordia è il buonismo che, da non confondere con la bontà e la mitezza, con l'affabilità e la compassione, confonde il peccatore con il peccato e non permette la distinzione necessaria tra questi; distinzione che porta la salvezza.
In nome di un relativismo etico giustifica il peccatore e il peccato assieme e compie un danno spirituale e sociale incalcolabile.

L'altra deviazione è la rigidità.
Non si vede il "peccatore" come lo vede Dio, non si riconosce in lui la dignità unica per cui Cristo si è incarnato è morto e risorto e lo si fa uccidere fuori dalle mura di Gerusalemme (se non fisicamente si usa la calunnia, la mormorazione, la detrazione, la diffamazione e la menzogna).
Si allontana il peccatore, il capro espiatorio, il più lontano possibile, allontanando così le nostre paure e i nostri fantasmi. Cercando di zittire il senso di colpa che ci portiamo dentro. Togliendo la vista a ciò che ci disturba.
Ma, purtroppo, così facendo si compie il delitto peggiore che potremmo fare: non cresciamo nell'amore.

In definitiva questi due atteggiamenti, il "buonista" e il "rigido", fanno parte in maniera altalenante della nostra esistenza, dove, via via, nel tribunale del nostro cuore, dei gruppi sociali, delle comunità, giudichiamo il fratello non per ciò che egli è ma per ciò che ha fatto o fa, oppure annacquiamo il tutto in un dannoso relativismo spirituale ed etico.
Queste due "deviazioni" che allontanano dalla misericordia nascono in definitiva dallo stesso problema: l'incapacità di amare e di essere leali davanti a Dio.

Anche il sano amore di sé viene a mancare perché si è schiacciati, interiormente dal Senso di colpa. Siamo schiacciati dal senso di colpa che è, tra l'altro, un modo sottile per non avere responsabilmente una Coscienza di colpa. Siamo ingolfati dal peso da noi creato e da noi ricevuto, da uno sguardo ego-riflesso incapace di vedere Dio e di conoscere le sue vie. E su questo si fondano intere vite di fuga, patinature, ideologie, movimenti, persino dall'apparenza colmi di spiritualità e talvolta anche di apparenza ideologica di carità. Ma la Persona così fugge sempre, si trincera dietro inganni di ruoli, di titoli, di sentire "democratico", di alternative. Tutto pur di non vedere Dio, di conoscerLo e di amarLo.

Davanti al Senso di colpa ci difendiamo, dunque, o con il buonismo, sentimento finto di bontà con cui vogliamo essere guardati; oppure ci difendiamo con la rigidità, sentimento attraverso cui, mettendo l'evidenza sul peccato del fratello, ci distraiamo dalla nostra miseria o dal marciume che, pur non avendolo compiuto, potremmo compiere.

Il buonismo è un'autoassoluzione. La rigidità nasce piuttosto dal non riconoscere che noi siamo o potremmo fare molto peggio del fratello.
Anch'essa è dunque un'autoassoluzione.
In entrambi gli atteggiamenti, il motore che li anima è il senso di colpa.
Li anima il "no" più del "sì".

Il senso di colpa non lo ha inventato la religione, né tantomeno il cristianesimo; il senso di colpa appartiene a ciascun uomo perché in fondo in fondo sa che ha compiuto e compie qualcosa contro Dio, contro i fratelli e contro sé stesso; è la ferita del peccato originale.

Ognuno, che sia onesto, sa che qualcosa dentro di sé è rotto. Davanti a questo ci si difende come si può.

Con gli atteggiamenti di cui sopra o, ideologicamente, con la Gnosi o l'ateismo, con la mondanizzazione o le passioni disordinate.

Una lotta patetica che più diventa rumorosa più diventa un feticcio; una lotta che manca il vero bersaglio, quello del "sì" a Dio ed in Dio.
Solo quando abbiamo visto realmente noi stessi sempre più alla luce del Padre, che non solo giudica ma scalda il cuore, cioè ci investe di misericordia, allora sappiamo giudicare le situazioni senza implacabilità o da altra parte con untuosi buonismi, ma con un cuore carico di misericordia e di pietà. Carico di speranza. Carico di gioia. Carico di appartenenza. Si inizia, finalmente, ad amare.

Quella pietà che non solo Dio esige ma quella pietà che egli dona a ciascuno di noi se smettiamo di curvare lo sguardo su noi stessi o sulle debolezze dei fratelli e cominciamo a fissare Lui, "autore e perfezionatore della fede" (Eb. 12,2).

È la misericordia che crea santità, cioè la capacità di costruire veramente il Regno, qui ed ora. E perché? Perché essa punta a costruire rettamente il "sì" davanti a Dio prima di ogni "no". Ed ogni "no" è animato da uno splendido "sì".

Ed Egli, comandando, dona ciò che comanda, come possibile per te e per la Chiesa.


Crediamo dunque, sin da ora, che se Cristo, nostro Signore ci ribadisce che Dio, nelle tre Persone, dice "misericordia io voglio" sta dicendo "misericordia io dono".

Chi è toccato dalla misericordia di Dio non può non donarla a piene mani. È la misericordia infatti, che muove alla missionarietà, in ogni sua forma, apologetica e silente, esplicita o implicita. Nei ruoli e nei luoghi che Dio pone come luogo di esplicitazione del Bello, del Vero, del Bene.

Perché la misericordia è il cuore del cuore del Padre.

Francesca F. e Paul F.