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croce celestinianaCon lo sguardo al prossimo anno santo della misericordia, è stata celebrata all’Aquila la Perdonanza celestiniana. «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia » ha detto, citando la bolla giubilare Misericordiae vultus, il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, il quale nella serata di venerdì 28 agosto ha aperto la porta santa della basilica di Collemaggio. «Prepariamoci a vivere questo anno dedicato alla misericordia di Dio — ha esortato il porporato nell’omelia pronunciata durante la messa — celebrandone oggi uno dei suoi aspetti più alti e toccanti, il perdono », che è «il canale attraverso cui l’amore di Dio inonda il cuore dell’umanità».
Ma cosa è davvero il perdono? Un concetto la cui conoscenza spesso si dà per scontata, senza considerare le sue molte sfaccettature. Ha provato ad approfondirle il cardinale Stella: il perdono «è un atto relazionale» che prevede sia «la disponibilità a donarlo», sia l’«umiltà di chiederlo». Tale dinamica vale per i rapporti tra le persone, ma emerge nella sua peculiarità nel rapporto con Dio. In particolare, «proprio perché comporta uno scontro e una lotta contro il male, mai banale, l’esercizio del perdono è più spesso un difficile cammino, il punto di arrivo di un percorso di conversione, sia quando lo chiediamo a Dio, sia quando, nella comunità, lo Spirito Santo ci dà la grazia di concederlo». Trattandosi di un argomento molto concreto, che coinvolge ogni persona nella quotidianità, il prefetto della Congregazione per il clero ha adoperato anche immagini e similitudini: «Ogni peccato — ha spiegato — è come una buca che apriamo nel nostro mondo»: più aumentano i peccati e più è difficile muoversi su questo terreno disseminato di voragini. Ecco allora che «il perdono è come la terra nuova, fresca e fertile, con cui Dio colma quei buchi, sino a cancellarli; magari resta il segno della terra smossa, le “cicatrici” del male commesso e patito, ma il buco è scomparso ». Un esempio semplice che ha permesso al porporato di richiamare l’ultima enciclica di Papa Francesco: «Mi piace pensare al perdono come una forma di “ecologia spirituale”, con cui si purifica l’ambiente umano inquinato dal p eccato». Continuando a riflettere sulle caratteristiche del perdono, il cardinale si è poi soffermato sul «perdono di Dio», vero e proprio «tesoro di grazia e di amore». È un «orizzonte nuovo» quello che si apre, perché «Dio non guarda il merito», non fa «la somma matematica delle buone e delle cattive azioni». Come ha dimostrato lo stesso Gesù sulla croce rivolgendosi al buon ladrone, il Signore si attende solo «una stilla di pentimento », perché «una sola goccia di desiderio di bene è in grado di far fiorire un terreno, direi un deserto essiccato dal male». A questo punto il prefetto della Congregazione per il clero si è rivolto direttamente a tutti i sacerdoti, «ministri della misericordia divina », richiamandoli alla loro speciale responsabilità: «Occorre — ha detto — che noi sacerdoti torniamo al confessionale, che dedichiamo a questo ministero un tempo abbondante ». E, riferendosi alle bellezze locali devastate dal terremoto, il porporato ha auspicato una ricostruzione globale, che comprenda non solo gli edifici, ma «la comunità dei suoi abitanti, le loro relazioni, la loro solidarietà e la loro capacità di umanizzare l’ambiente in cui vivono». Strumento indispensabile, ha concluso il cardinale, è il perdono, «forza che fa muovere il mondo».

© Osservatore Romano - 30 agosto 2015