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150px Anastasis Pio Christiano Inv31525di ANGELO DE DONATIS

Perché un’esortazione apostolica sulla chiamata alla santità? Questo linguaggio ecclesiale non è, quantomeno, da «addetti ai lavori» (cioè da religiosi)? In effetti la parola «santità» è considerata un po’ antiquata proprio da quel mondo contemporaneo a cui l’esortazione vorrebbe rivolgersi. Chi oggi esprimerebbe con questa parola ciò a cui il suo cuore aspira, per sé e per la propria esistenza quotidiana?
Queste brevi considerazioni, che forse esprimono il pensiero di tante persone, ci dicono subito qual è la sfida che l’esortazione intende affrontare: mostrare l’attualità perenne della santità cristiana, presentandone il contenuto, così come è narrato dalla Scrittura, in modo da poterla proporre a tutti come meta desiderabile del proprio cammino umano, come una chiamata che Dio rivolge a ciascuno. Papa Francesco sintetizza così: la santità è «la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati» (1). Il contrario della santità non è, prima di tutto, una vita di peccato, quanto «l’accontentarsi di un’esistenza mediocre, annacquata e inconsistente» (1). Essere cristiani significa ricevere da Dio il dono di una vita bella, ricca di senso, piena di gusto, mettersi in un cammino che renda «più vivi e più umani» (32). Contro il male di vivere o l’accettazione (falsamente pacificata) del non senso della realtà per limitarsi ad abitare il proprio frammento di esistenza, Dio offre un cammino di santità, coraggioso e umanizzante, da vivere nella sequela di Cristo e nella rete delle relazioni con gli altri. Dio è il tre volte Santo, e riversa sugli uomini la sua stessa vita divina: «Siate santi, perché io il Signore, sono santo» ( Levitico , 11, 44), trasfigurando l’esistenza dell’uomo e rendendola sempre più a immagine e somiglianza della sua. È evidente che Papa Francesco con questa esortazione vuole puntare l’attenzione su ciò che è decisivo ed essenziale nella vita cristiana e aiutarci a tenere ben largo il nostro sguardo, contro la tentazione di ridurre la visuale o di perdere l’orizzonte, di accontentarci e «vivacchiare». L’appartenenza al Signore Gesù e alla Chiesa si dissolve e si svuota di senso se non tiene ben dritta la direzione del cammino nella traiettoria della santità e fatalmente scade nella ricerca di «altro», di ciò che nulla ha a che fare con la costruzione del regno di D io. La finalità dell’esortazione non è di offrire «un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni»; «il mio umile obiettivo — scrive Papa Francesco — è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (2). Già il concilio Vaticano II aveva sottolineato con forza questa universale chiamata, ribadendo il fatto che essa è rivolta a tutti: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste» ( Lumen gentium , 11). Il Papa riprende e ribadisce questo punto del concilio, attualizzandolo e rendendolo più comprensibile e attraente per l’uomo di oggi. Dei temi toccati dal Papa, io riprenderò il primo (la chiamata alla santità) e l’ultimo capitolo (il combattimento spirituale, la vigilanza e il discernimento). Gianni Valente, il secondo, dedicato a due nemici della santità, il pelagianesimo e lo gnosticismo; Paola Bignardi il terzo e il quarto capitolo: vivere le beatitudini oggi e alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale. Per quello che riguarda il primo capitolo, vorrei riprendere quattro punti fondamentali, che rappresentano altrettante dimensioni della chiamata alla santità. Prima di tutto il Papa vuole dirci che la santità non è un’altra cosa rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni, ma è esattamente questa stessa nostra esistenza ordinaria vissuta in maniera straordinaria, perché resa bella dalla grazia di Dio, dall’azione dello Spirito santo ricevuto nel battesimo. Il frutto dello Spirito è infatti una vita vissuta nella gioia e nell’amore, e in questo consiste la santità. Non ci sono condizioni particolari: la santità non è appannaggio di chi vive dedicando molto tempo alla preghiera o allo studio teologico o esercitando un particolare ministero nella Chiesa, ma è quella vita nuova che per dono di Dio è concretamente possibile a tutti, «nelle occupazioni di ogni giorno, il dove ciascuno si trova» (14). Francesco ricorda le parole del cardinale vietnamita Van Thuan, nei lunghi giorni del carcere: «Vivo il momento presente, colmandolo di amore» (17). Il Papa fa volutamente esempi di santità prendendoli dalla vita ordinaria: «I genitori che crescono con tanto amore i figli, gli uomini e le donne che lavorano per portare il pane a casa, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere» (7). Sono i santi «della porta accanto», o «la classe media della santità» (7, titolo di un libro di Joseph Malegue). Per questo, Papa Francesco a un certo punto cambia stile e si rivolge direttamente al suo interlocutore, a chi lo sta leggendo, per dirgli che la santità, cioè la vita vera e felice, è davvero possibile anche a te : «Lascia che la grazia del tuo battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile e la santità in fondo è il frutto dello Spirito nella tua vita» (15; ma il tu comincia anche al numero 10, 14, ecc). Il concilio, nel brano già citato, diceva: tutti sono chiamati, «ognuno per la sua via». Non si tratta di copiare le opere dei santi, perché in definitiva ognuno ha la sua vita e il suo posto nel mondo; si tratta invece, «sotto l’impulso della grazia di Dio, di costruire con tanti gesti quella figura di santità che Dio ha voluto per noi» (18). Anche se la mia vita fosse sprofondata nel peccato o nel fallimento, la chiamata alla santità mi raggiunge dove sono per donarmi una ripartenza e una possibilità di riscatto. Altro punto: la santità non è possibile da soli. L’individualismo e la pretesa di autosufficienza non portano alla vera vita. Abbiamo bisogno degli altri, abbiamo necessità di sentire che la nostra vita è inserita in quella del Popolo di Dio, nel quale lo Spirito di Dio riversa la sua santità. Dio non ci salvadasoli,ma comeLuisiè voluto rivelare entrando nella storia di un popolo, in «una dinamica popolare», scrive il Papa (6), così anche il nostro percorso di avvicinamento al Signore e di crescita nella fede è possibile solo dentro «la complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana» (7). Francesco cita qui l’omelia per l’inizio del ministero petrino di Papa Benedetto: «Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo»: il santo Popolo di Dio «mi sostiene, mi sorregge e mi porta». Nella Chiesa trovo la testimonianza degli altri, dei santi canonizzati, delle persone più umili, di chi «con costanza va avanti giorno dopo giorno» (7); nella Chiesa «trovi tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità: la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita della comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore» (15). Nel Popolo di Dio è presente uno stile maschile e uno femminile di vivere la santità, tutti e due «indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo» (12). E ancora, «fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti», lo Spirito suscita «segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo» (9, citando Novo millennio ineunte). Come si comprende, la spiritualità cristiana è essenzialmente comunitaria, ecclesiale, profondamente diversa e lontana da una visione elitaria o di eroismo individuale della santità. La sorgente da cui scaturisce la santità è il Signore Gesù, la meta a cui tende è la storia umana, la trasformazione della storia nel regno di Dio. Questo è un punto centrale. Scrive il Papa che ogni uomo che viene in questo mondo ha «bisogno di concepire la totalità della sua vita come una missione» (23). Quando mi chiedo: «Perché sono nato? Perché vivo e a che serve la mia vita? Qual è il mio contributo alla crescita di questo mondo?», mi sto interrogando su quale sia la mia missione. Ebbene, «ogni santo è una missione» (19), cioè è uno inviato dal Padre per incarnare e rendere presente Cristo, l’uomo nuovo, nel mondo. Gesù è infatti la sorgente di ogni santità: lo Spirito santo non fa altro che riprodurre oggi, in noi, i lineamenti del volto di Cristo. Però, ciascuno in un modo diverso: ci sono santi che riproducono la sua vita nascosta a Nazareth, altri la sua vicinanza agli ultimi; gli sposi divengono sacramento di Cristo sposo, i presbiteri sacramento del Cristo Buon Pastore... «Contemplare i misteri della vita di Cristo ci orienta a renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti» (20). Dall’altra parte Cristo è stato inviato per il Regno, per questo dice Francesco, sempre rivolgendosi a ciascuno di noi suoi lettori, anche tu «non ti santificherai senza consegnarti anima e corpo per dare il meglio di te in questo impegno» della costruzione del regno (25). La santità cristiana non aliena dall’imp egno per la storia umana, anzi! I santi sono pericolosi rivoluzionari, perché sono decisi a giocarsi totalmente per la missione affidatagli dal Padre. Sanno che chi perde la vita per il regno, la trova, come Gesù. Come Francesco aveva ribadito in Evangelii gaudium (8792) dalla spiritualità cristiana non si può togliere l’incarnazione e la croce, magari per dedicarsi a un Dio del benessere personale, distaccato dalle vicende umane, dalla carne dolorante dei suoi figli. Non c’è santità cristiana lì dove la spiritualità si distacca dalla storia, e in nome di una comunione vaga, magari con «energie armonizzanti», dimentica la comunione con gli altri esseri umani e la ricerca del volto dell’altro, dimentica la fraternità e la rivoluzione della tenerezza. A noi è affidato il compito di accogliere questa chiamata alla santità, fatta di imitazione di Gesù e impegno con Lui per la trasformazione della storia umana «Voglia il cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita» (24). Questa proposta di vita che è la santità cristiana tende gradualmente a conformare l’uomo a Cristo unificando e integrando la sua vita. Preghiera e azione nel mondo, tempi di silenzio e tempi di servizio, vita familiare e impegno del lavoro, «tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo ed entra a far parte del cammino di santificazione» (26). La ricerca di momenti di solitudine e di silenzio, staccando dalla corsa febbrile di cui è fatta la nostra vita, è in funzione di questa unificazione interiore sotto lo sguardo di Dio. In questo spazio personale, a contatto finalmente con la verità di noi stessi, potremo vivere un dialogo sincero con il Signore e farci invadere da Lui. «Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non aver paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della sua grazia» (34). Permettete di aggiungere qualche parola sull’ultimo capitolo, perché si tratta di una parte comunque importantissima della esortazione. Il titolo spiega che il cammino verso la santità implica il combattimento e richiede l’atteggiamento di una costante vigilanza. Per viverlo, dobbiamo chiedere il dono del discernimento. Il combattimento è contro «la mentalità mondana», «contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni» disordinate, ma è anche «una lotta contro il Maligno». (159-161). Papa Francesco, come sappiamo, ne parla spesso e nell’esortazione sottolinea che quando si parla del Nemico non abbiamo a che fare solo con «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea» (161), ma «con un essere personale che ci tormenta» (40). Nel Padre nostro l’ultima invocazione in realtà è «liberaci dal Maligno». Lo scopo del Nemico è quello di separarci da Dio, facendoci passare dall’esperienza del peccatore perdonato, del “m i s e r i c o rd i a t o ” (il peccato come luogo dell’incontro liberante e umanizzante con la misericordia di Dio), al quel ribaltamento della nostra realtà di figlio di Dio che è la corruzione (164-165). Qui è necessario esercitare una grande vigilanza, perché il corrotto è colui che vive una «cecità comoda e autosufficiente, dove alla fine tutto sembra lecito» (165). Satana qui è capace di «mascherarsi da angelo di luce», pur di ingannarci e ripiegarci nell’autoreferenzialità più radicale (165). Come fare? Il Papa ci invita a chiedere il dono del discernimento. Questa grazia dello Spirito si trasforma in uno sguardo permanente sulla realtà: quella che è nel nostro cuore (i nostri pensieri, sentimenti, desideri, lì dove Dio stimola, attira, consola...) e la realtà che ci circonda, dove lo Spirito agisce suscitando quelli che il concilio chiama i «segni dei tempi» ( Gaudium et spes , 11). «Discernimento» è davvero una parola chiave di questo pontificato, perché dice lo stile e la modalità spirituale con cui il discepolo di Gesù e la comunità sono chiamati a interpretare le cose della vita, a decidere scegliendo la volontà di Dio, a realizzare il suo regno nel mondo: Non si tratta solo di intelligenza o di buon senso, né tantomeno di utilizzare l’app orto delle scienze umane (psicologia, sociologia...) pensandole come risolutive. Il discernimento trascende tutto questo, perché mettendoci nel silenzio e nella preghiera davanti al Signore, con un atteggiamento di totale apertura, «ci disponiamo ad ascoltare: il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella in nuovi modi». Soltanto chi «ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale ed insufficiente, alle proprie abitudini e ai propri schemi, è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze» (172). Papa Francesco, ad esempio, chiede a tutti i cristiani «di non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza» (169), creando così nella propria vita personale uno spazio di solitudine e di preghiera dove leggere e comprendere la propria vita, cogliendovi gli appelli di Dio. «Al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento è diventata particolarmente necessaria», perché «esposti alla tentazione di uno zapping costante... possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167). Concludo con la citazione bellissima della frase che si trova sulla tomba di sant’Ignazio di Loyola e che Papa Francesco ricorda in nota per descrivere la vita vissuta nell’atteggiamento permanente del discernimento: Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est , “Non aver nulla di più grande che ti limiti, e tuttavia stare dentro ciò che è più piccolo: questo è divino”.

© Osservatore Romano - 9-10 aprile 2018

GAUDETE ET EXSULTATE

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Popolo, santità, Chiesa

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