Malta - Lunedì, 12 maggio 2014 - Convegno organizzato da “Aiuto alla Chiesa che Soffre"Intervento introduttivo di
del Card. Mauro Piacenza
Venerati Confratelli e carissimi Amici,
sono particolarmente lieto di essere con voi oggi a riflettere su un tema tanto attuale e cogente per la vita della Chiesa, nell’occasione anche dell’inaugurazione di un nuovo Ufficio di “Aiuto alla Chiesa che Soffre", in questa terra profondamente cristiana e insieme di confine tra diversi continenti geografici e mondi culturali e religiosi.
La domanda che il Titolo del Convegno pone, “Può la cristianità sopravvivere alla persecuzione?”, è oltremodo stimolante e, per certi versi e guardando a determinate situazioni, potremmo dire perfino profetica. Ben sappiamo infatti come in non poche regioni del mondo, anche non lontanissime da noi, sia in atto una vera e propria persecuzione, quasi una “epurazione sistematica” dei cristiani, nel grande ed assordante silenzio dei grandi mezzi di comunicazione; persecuzione che, dove non ha ancora assunto i toni della violenza, è non meno aggressiva dal punto di vista ideologico, in quel sistematico tentativo, che viene compiuto nelle sedi culturali e legislative, di delegittimare lo stesso “fatto cristiano”, la sua pretesa inclusiva e le conseguenti traduzioni storiche e sociali di esso.
Una sintetica premessa mi pare doverosa. Se per “cristianità” si intende un contesto sociale e culturale cristiano, nel quale anche le leggi umane ed il vivere comune siano improntati alle fede, allora la risposta potrebbe essere negativa: la cristianità come espressione sociale e pubblica del cristianesimo difficilmente sembrerebbe capace di sopravvivere alla persecuzione, che tende esattamente ad eliminare il “fatto cristiano” dalla scena pubblica e che, nella strategia delle tenebre, prima che sferrare l’attacco al cristianesimo, si sta abbondantemente adoperando per modificare la mentalità degli uomini, dei popoli e dei legislatori.
Invece il “fatto cristiano” in se stesso, il cristianesimo come incontro con l’Avvenimento e la persona di Gesù Cristo, non solo non potrà essere eliminato da alcuna persecuzione ma, come ben sappiamo dalla storia, esso misteriosamente si rafforza, è irrobustito nelle sue corde profonde, proprio dalla persecuzione.
“Il sangue dei martiri è seme di cristiani”, affermava Tertulliano (Apologeticus, 50; CCC n.852) e secondo tale prospettiva il cristianesimo cammina da duemila anni nella storia, dialogando sempre con ogni potere dominante e cercando di preservare il valore supremo, e non barattabile, della libertà religiosa. In tal senso potremmo dire che il cristianesimo ha una struttura imprescindibilmente martirologica, che affonda le proprie radici nello stesso evento storico-salvifico della Crocifissione e morte di Gesù. All’inizio dell’essere cristiano, potremmo dire, parafrasando l’incipit della Deus Caritas est di Benedetto XVI, c’è l’incontro con Cristo, che è sempre anche il Signore Crocifisso e Risorto.
La dimensione staurologica dell’Evento-Cristo è la chiave ermeneutica della struttura martirologica del cristianesimo!
Sotto questo aspetto, desidero sottoporre alla comune attenzione, ancora due considerazioni.
La prima riguarda le radici della libertà religiosa. Credo non si possa in alcun modo negare che essa sia anche un frutto maturo del cristianesimo. Questa “strana fede” che ha fatto il suo ingresso nella storia in un contesto culturale politeistico e verticista, che arrivava ad identificare la divinità con il potere civile dominante, ha camminato per secoli nei “sentieri stretti” della persecuzione prima, e della storia poi, con quella passione per l’uomo e per la libertà, tipica di chi è consapevole delle conseguenze dell’Incarnazione; di chi comprende il valore insuperabile del fatto che Dio abbia scelto di assumere un’integra natura umana, partecipando definitivamente della storia.
La progressiva penetrazione nella cultura da parte del cristianesimo, ed il fecondo e strutturale dialogo tra ragione e fede, fondato nella stessa definizione giovannea: “il Logos si è fatto carne”, hanno condotto, nel tempo, alla affermazione della libertà religiosa. Essa deve essere intesa non come riconoscimento di un possibile “relativismo veritativo”, rispetto alle varie tradizioni dell’umanità, ma innanzitutto, come l’impossibilità, da parte del potere dominante, di indicare che cosa gli uomini possano e debbano credere. La libertà religiosa non legittima il “supermarket” contemporaneo della fede o delle spiritualità, ma pone un limite al potere; pone il limite della coscienza personale (cioè relazionale), di fronte a qualunque tentativo, esplicito o occulto, di indebita ingerenza.
Sotto questo punto di vista si aprirebbero anche innumerevoli prospettive di approfondimento circa il corretto modo di intendere oggi la laicità dello Stato, che non di rado “deraglia” in mero laicismo anticristiano.
Siamo così alla seconda considerazione, diretta emanazione del fecondo rapporto tra Logos e fede, tra ragione e fede, non meno strutturale al cristianesimo della dimensione del martirio. Ritengo che anche la “Cristianità”, intesa come legittima traduzione della fede cristiana in espressioni sociali e storiche, possa avere un futuro, proporzionato alla verità con cui vivremo l’appartenenza a Cristo.
Il cristianesimo, partendo dal fatto dell’Incarnazione del Logos, non è mai estraneo all’uomo, anzi le risposte che esso offre sono “strutturali” al cuore umano. In ogni circostanza, in ogni epoca storica, anche nel tempo della persecuzione, è sempre fondamentale ricordare che il “fatto cristiano” non è una ideologia che si scontra con altre ideologie, né una morale che viene sostituita da altre morali.
Il cristianesimo è la risposta definitiva di Dio alle esigenze insopprimibili del cuore umano, di quella dimensione profonda ed insopprimibile che l’uomo vive nella feconda solitudine della coscienza e nella verità di se stesso.
Per tale ragione, l’emergenza prima, non è difendere le strutture o le leggi cristiane (anche!), ma avere la lungimiranza di lavorare, da subito, per “ridestare il cuore umano”, il cui desiderio di infinito è troppo spesso soffocato da mille inadeguate risposte o ridotto da infinite obiezioni e riduzioni. Mi pare questa la prospettiva possibile della nuova evangelizzazione, se non vogliamo che essa rimanga uno slogan demagogicamente ripetuto e basta.
Come la libertà religiosa è un frutto maturo del cristianesimo, inteso come affezione e rispetto della coscienza dell’uomo e come limitazione del condizionamento del potere in tale ambito, così la sopravvivenza della cristianità, come dimensione storica e sociale del cristianesimo, ha la propria condizione di possibilità nell’evidenza della corrispondenza di Cristo al cuore umano.
Alla domanda iniziale, “Può la cristianità sopravvivere alla persecuzione?”, rispondo allora inequivocabilmente: “Sì!”; nella certezza della natura soprannaturale, cioè divina, del fatto cristiano e nella conferma, che da venti secoli ci giunge dalla storia, che “non praevalebunt”. La condizione perché tale risposta sia, oggi e sempre, vera è, tuttavia, duplice e mi piace indicarla, ricordando il grande Chesterton: che gli uomini non si dimentichino di se stessi (della propria dimensione di domanda infinita di significato) e che la Chiesa non si vergogni di Cristo!
In tal senso lo sforzo profuso da Aiuto alla Chiesa che Soffre ed il suo continuo impegno a sostegno della missione ecclesiale, della libertà religiosa, della formazione sacerdotale e dell’apostolato concreto, merita il più ampio plauso. In esso, infatti, è possibile continuamente ravvisare l’ampio respiro della Chiesa, che è sempre una ed insieme sempre cattolica, e, dovunque essa viva ed operi, è sempre l’unico Corpo di Cristo, animato dall’unico Spirito e sostenuto dall’unica Fede.
La Chiesa di Dio che è in Malta ha sostenuto ed incoraggiato l’apertura di questo nuovo Ufficio, che certamente saprà adeguatamente interagire con le locali strutture ecclesiali e, insieme, tenere costantemente aperti gli orizzonti di una missione, che non conosce confini e che, di stagione in stagione, vede schiudersi sempre nuove prospettive e dilatarsi nuovi campi di azione.
L’antichissima, veneranda storia della Chiesa maltese è garanzia di stabilità e di fedeltà all’ininterrotta Tradizione apostolica ed in essa ben si inserisce la dinamicità e l’operosa carità, con le quali Aiuto alla Chiesa che Soffre è abituata ad operare, nell’attenzione costante ai progetti presentati, al modo in cui vengono realizzati e all’impatto che essi hanno sul concreto vissuto ecclesiale.
Sono certo che, come il cammino per giungere all’apertura di questo nuovo Ufficio è stato intenso e cordialmente condiviso, così la strada che oggi si apre sarà ricca di copiosi frutti, all’insegna della ricerca sempre del più ampio bene comune, eco terrena e storica dell’unico Bene supremo, che è Dio stesso.
Grazie per il lavoro compiuto fino ad oggi e auguri per il lavoro che verrà fatto. Tutto deponiamo nelle mani della Madre di Gesù, Madre della Chiesa e Madre nostra!