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ambiguita-doppia-facciaMarco Doldi

La notizia è che il Consiglio superiore di sanità ha dato il via libera per una pillola - chiamata dei cinque giorni dopo - da assumere per evitare una gravidanza indesiderata. A leggere bene ci si accorge che le cose non sono molto chiare, anzi sono ambigue. Il nuovo preparato viene presentato come un contraccettivo, ma può avere effetti abortivi. Lo fa capire lo stessa dicitura “cinque giorni dopo”: “dopo” rispetto a che cosa? A un rapporto sessuale, il cui esito potrebbe essere stato il concepimento di un figlio. Se, infatti, questo c’è stato, la pillola inibisce l’azione di sviluppo del nuovo embrione. Insomma, è un aborto. Non a caso il dr. L. Romano, copresidente dell’Associazione Scienza & Vita, ha notato che la molecola alla base della pillola appartiene allo stesso gruppo farmacologico della RU486, in uso per l’aborto chimico.
A questo punto l’uomo della strada si fa qualche domanda, forse banale, ma inevitabile. Perché non chiamare le cose con il loro nome? A lui si deve qualche risposta. Da sempre, la contraccezione evita l’incontro tra i gameti sessuali; l’aborto sopprime una vita umana personale nella fase iniziale del suo sviluppo. Il creare confusione distrae da ciò che si considera e rende il giudizio di coscienza più difficile. Far passare un aborto chimico per contraccezione, fa sembrare la cosa meno grave. Si potrebbe anche pensare che, se chi deve conoscere queste cose per professione - scienziati, ricercatori, biologi, medici, funzionari pubblici - dica che le cose stanno così, ci si debba credere: è il loro mestiere!
Un’altra risposta potrebbe essere che l’aborto chimico, in tutte le sue sofisticate forme, non sia proprio secondo la legge, anzi la sorpassi in buona parte. Per questo sarebbe bene non nominarlo. Vengono meno, infatti, tutti quei passaggi, che a qualcuno potrebbero sembrare residui della burocrazia, ma che, invece, servirebbero per tutelare la vita. Sono poche difese che la legge 194 prevede: la donna che chiede di abortire, ordinariamente, dovrebbe essere dissuasa, aiutata a valutare le motivazioni che la spingono a tale gesto e le possibili soluzioni; la legge prevede che tra la richiesta e il ricovero per l’interruzione della gravidanza passi un cero tempo, in cui la donna abbia modo di riflettere. In fondo, la donna non viene lasciata sola, perché si incontra con altre persone, che, a nome della società e dello Stato, si confrontano con lei. In questo lo spirito della legge è buono, perché la gravidanza non è un fatto solo personale, ma anche sociale: la vita umana è comunque un bene per la società! Qualcuno ha ironizzato su questi passaggi, parlando di una sorta di umiliazione, cui la donna sarebbe sottoposta passando da un medico all’altro per avere l’autorizzazione ad abortire o il farmaco in questione. Rendere tutto più rapido, sarebbe efficienza e servizio al cittadino. È proprio vero? L’aborto chimico non espone la donna a pericoli per la sua salute? Nel caso di complicazioni, chi la aiuta?
Ma forse c’è dell’altro. Quanto può risparmiare la sanità pubblica, riducendo gli aborti chirurgici? E quanto guadagnerebbero le case farmaceutiche dalla commercializzazione di questi prodotti? Difficile rispondere, però non si lontani dal vero se si pensa che anche i costi e i guadagni hanno il loro peso per la questione.
Se queste risposte sono vere, l’uomo della strada ha diritto di preoccuparsi, perché la vita umana - che il vero bene comune - è umiliata e tradita. La Chiesa, non da un giorno, gioca un ruolo fondamentale per il futuro: libera da ogni interesse economico e fedele all’uomo di tutti i tempi, invita ad opporsi con tutte le forze alla cultura di morte, così subdola. Chiede di avere a cuore la persona umana dal suo concepimento alla fine naturale. Anche alla Chiesa si deve che, nonostante tutto, le coscienze di molti non si siano addormentate, ma continuino a muovere pensieri e gesti. Il popolo della vita c’è e ha gli strumenti per farsi sentire. Lo ha ricordato l’on. C. Casini, presidente del Movimento per la vita, affermando che questo “si opporrà con tutti i mezzi legittimi alla commercializzazione del prodotto e all’ennesima bugia di chi sosterrà che gli aborti sono diminuiti”. In tanti sono convinti che “il rispetto per l’uomo in quanto persona è una delle esigenze che non ammettono discussione: ne dipendono la dignità, ma anche il benessere e alla fine la durata dell’umanità. Se questa esigenza viene messa in forse - scriveva Romano Guardini - si cade nella barbarie”. Voci come queste dicono all’uomo della strada che c’è sempre qualcuno che guarda più in là e sa indicare un cammino di speranza.

© www.agensir.it - 17 giugno 2011