R. - E' stata focalizzata l'identità del sacerdote e sulla modanatura dell'identità sono state coniugate altre questioni annesse e connesse con l'identità: soprattutto il fatto che non ci sia contrasto in un mondo molto caotico, dove i sacerdoti sono meno in quanto a numero e le esigenze sono sempre più alte. C'è sempre il rischio di cadere in un certo attivismo e di dimenticare perciò l'essenzialità e la propria identità. C'è stato quindi un richiamo teologico all'ontologia sacerdotale ed un richiamo al fatto che spiritualità e attività - anzi, missione - e connotazione, identità, devono essere coniugate insieme e il ministero dev'essere una conseguenza, anche come stile, di quell'identità. Un'identità che è scavata sulla cristologia.
D. - "Sacerdoti non soggetti a effimere mode culturali", ma liberi figli e testimoni di Cristo: in che modo risuona in lei, eccellenza, questo appello, intenso, che vi ha rivolto il Papa?
R. - Penso che il richiamo alla libertà dei figli di Dio, alla libertà di essere quello che si è e di diventare ogni giorno quello che si è, sia fondamentale e si riferisca soprattutto - almeno come risonanza personale - al fatto di non essere condizionati dalle mode che passano e che sono transeunte. D'altro canto, la Chiesa, vivendo nel tempo, è chiamata ad evangelizzare gli uomini del tempo fino alla fine dei tempi, e ogni generazione di ecclesiastico è chiamata a rispondere alle esigenze di cristianizzazione di quella società. Oggi, noi siamo invasi dalla comunicazione e questo è un fatto anche positivo per moltissimi versi. L'aspetto negativo - che però dobbiamo saper gestire - è la tentazione di essere succubi di una mentalità comune che è veicolata attraverso tutti i mezzi. Quindi, noi rischiamo qualche volta di essere intossicati o di essere narcotizzati, a volte anche con una buona intenzione, pensando di andare incontro alla società che si esprime in un determinato modo. Ma dobbiamo stare attenti a non perdere quei valori perenni che sono il filo d'oro che ovviamente la Chiesa stende lungo la strada ferrata dei secoli.
D. - Negli ultimi giorni, si è fatto un gran parlare, spesso a sproposito, del celibato sacerdotale, tema che è stato al centro dei vostri lavori: cosa si sente di dire in proposito, eccellenza?
R.- Il celibato sacerdotale è un dono, un grande dono che Dio fa a coloro che chiama al sacerdozio nella Chiesa latina. Direi quindi che i doni sono sempre graditi e sono irrinunciabili se per di più vengono fatti dal Signore. Io vedo il celibato legato nella logica dell'ontologia sacerdotale: l'estrema convenienza del celibato sta all'interno della dottrina sul sacerdozio. Perciò, non è tanto una disciplina. Certo, è anche una disciplina, ma la disciplina è la seconda parte dell'antifona, è semplicemente la conseguenza, perché il valore è intrinseco e poi la disciplina norma semplicemente ciò che è un valore. Inviterei tutti quelli che vogliono capire qualcosa del celibato a leggerlo in chiave di fede, di fede cristologica e di ardore nella missione, allora si capisce.
D. - Come si fa a essere profeti di Dio in un mondo che spesso non ha orecchi per ciò che riguarda lo spirito?
R. - Credo ci voglia un tuffo totale nella radicalità evangelica e questo devo dire che nelle giovani generazioni non è difficile. I ragazzi che bussano alla porta del seminario, che bussano alla porta di istituti religiosi, sono evidentemente ragazzi generosi, che sono stati toccati dallo sguardo del Signore. Sta a noi non tradirli nell'educazione e cioè non abbassare il piano educativo pensando che, siccome il mondo ha determinate tematiche che non riescono a capire molto bene le esigenze evangeliche, dobbiamo allora abbassare il tono dell'educazione dicendo: "Per questo tipo di mondo bisogna andare un po' più". Non va fatto prima di tutto per rispetto a chi abita questo mondo, anche se fosse un lontano, e anzi ancora di più. Secondariamentem perché questi ragazzi non si possono deludere. Bisogna dar loro della sostanza e loro cercano sostanza.
© Radio Vaticana - 13 marzo 2010