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soldatidi VINCENZO PELVI
Ordinario militare per l'Italia
In un tempo di rapidi cambiamenti, dove le devastanti lacerazioni delle guerre offendono la dignità della persona e sconvolgono la pace, la Chiesa Ordinariato è impegnata con passione pastorale a formare credenti che abbiano una fede profonda da testimoniare con lo stile della carità. Soccorrere le vittime di terremoti e alluvioni, accogliere profughi, disinnescare mine, con personale rischio e pericolo, pattugliare città e territori perché i fratelli non si uccidano tra loro può considerarsi come un'attuale incarnazione delle beatitudini evangeliche, tratto distintivo e via di santificazione per la famiglia militare.  Ma la situazione dei militari appare anche segnata da una sorta di sfida, che si potrebbe esprimere così: come essere annunciatori della carità di Cristo in contesti regolati dalla disciplina militare e dalle sue esigenze, sia di osservanza formale, che di obbedienza effettiva a logiche di uso della forza, predisposte per attaccare l'eventuale nemico? In altre parole: l'utilizzo di armi e mezzi di distruzione non contraddice il precetto dell'amore cristiano? Sembra risuonare la domanda che alcuni soldati rivolsero al Battista: "Cosa dobbiamo fare?" (Luca, 3, 14). Giovanni li invitò alla purificazione, alla difesa dei deboli, all'amore del prossimo.
In questa luce appare innegabile il bisogno di un continuo rinnovamento spirituale che faccia scorrere nelle strutture, nelle opere e nei rapporti vitali del mondo militare la linfa della carità. Anche nel complesso mondo delle forze armate, preposte alla tutela della democrazia e dell'ordinata convivenza civile, è giusto ritenere che il rinnovamento della vita cristiana nasca da un'appartenenza unica e intera a Cristo Gesù. Chi vuole essere operatore di pace dovrà tornare al primato dell'amore, quotidianamente pronto a morire a se stesso per camminare sulla strada esigente e coraggiosa della carità. Ne consegue che il militare, pur impegnato in operazioni belliche, resta un credente con una convinta onestà morale che si riferisce al grande comandamento dell'amore verso Dio e verso gli altri. Egli sa che la sorgente viva della sua carità è Gesù Cristo, che può aprire i cuori e le menti a inediti percorsi di fratellanza.
Al di là di competenze e di abilità tecniche acquisite, il militare manifesta sempre un sincero desiderio di spiritualità e una non comune sensibilità etica. È capace, infatti, di assumere la sofferenza dell'altro, e tra gli altri del più debole rispettando la dignità di "nemici inediti" che non riconoscono i principi fondamentali della persona umana. Egli evita sempre di uccidere e offendere, non si vendica e non porta odio, assiste e si prende cura anche di chi lo contrasta con ferocia. È per amore della pace che gli uomini e le donne in divisa accettano rinunce e umiliazioni sino a donare la vita, se necessario. A loro non basta più il presente di conflitti senza inizio e senza fine, dove non si distinguono combattenti e civili; ecco perché scommettono sull'accoglienza più che sulla sicurezza, sulla promozione d'ogni vita umana più che sui propri interessi.
Quella dei militari è una carità profetica, perché va oltre lo scacco e l'apparente fallimento dei valori. Anche se la società civile non sempre lo riconosce, le nostre truppe considerano la guerra con una mentalità completamente nuova, sapendo che la morte d'innocenti e colpevoli, affidata a nuove tecnologie e decisa a tavolino, non risolve la questione dello sviluppo dei popoli, da affidare invece con più fiducia e determinazione al diritto umanitario e alla diplomazia internazionale.
La guerra non è più "una cosa normale". Lo sanno bene i nostri giovani impegnati in missioni internazionali, convinti che distruggendo la pace, l'uomo distrugge se stesso. Al contrario la ricchezza delle forze armate è nel dono. Ciò è documentato dalle tante iniziative avviate da militari italiani al rientro in Patria, mediante le quali si propongono di proseguire il loro impegno caritativo e ampliarlo con la collaborazione di familiari e amici. Sono i canali sotterranei e fruttuosi dell'amore, che santifica il lavoro nelle caserme, sulle navi e negli aeroporti.
La regola di vita del militare è un cuore che vede dove c'è bisogno di amore e agisce in modo conseguente. Di qui la concretezza necessaria per trasformare la carità in vangelo, cioè in uno specchio dell'amore di Dio. L'amore vero non sopporta di restare semplice intenzione o parola, ma si fa gesto e opera, qualcosa che si tocca e si vede. Ma non si arresta neppure al semplice aiuto e si fa ospitalità. La differenza è grande; l'aiuto raggiunge i bisogni dell'uomo, l'ospitalità raggiunge la persona. Motivando l'impegno per la pace come forma autentica di fedeltà a Dio, sarà possibile passare dalle impossibili condizioni di una "guerra giusta" alle possibili condizioni di una "pace giusta". Tutto questo deve essere mostrato attraversando passaggi epocali, vivendo conversioni di mentalità e di stili radicati; il che risulta necessario soprattutto in quanti operano nel servizio delle forze armate, dove più facile è la tentazione della conservazione tranquillizzante dell'ordine costituito, sebbene per vocazione il cristiano si sappia chiamato alla riforma coraggiosa e continua, in ascolto delle esigenze del Vangelo e dei segni dei tempi. Servire l'uomo nella carità è servire Dio, sempre e dovunque. L'amore nella sua gratuità è la migliore testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare.
Possiamo dunque affermare che la specifica condizione della vita militare, aperta all'amore portato sino al sacrificio di sé, è luogo e strumento di santificazione. Dove c'è il dono, lì vive la santità di Dio, che arricchisce ogni professione, anche quella militare, per cui "pretendere di eliminare la vita devota dalla caserma del soldato - per dirla con san Francesco di Sales - è un errore, anzi un'eresia".

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 1° novembre 2011)