di Angelo Scola Descrivere il fedele laico a partire dall'insegnamento del concilio Vaticano ii implica considerare la sua identità in termini di "vocazione-missione" (Cfr. Christifideles laici, 2, 8-9). Egli, infatti, riceve la propria identità nel battesimo ordinato all'Eucaristia che lo costituisce membro del Corpo di Cristo e quindi lo radica essenzialmente ed esistenzialmente nell'appartenenza ecclesiale (anche la realtà dei carismi e dei ministeri trova la sua ragion d'essere in questa radice sacramentale), inviandolo al mondo quale testimone. In questo modo possiamo dire, con un'espressione sintetica, che l'identità del fedele laico è quella del "testimone nel mondo": questa affermazione se ben intesa rivela anche il contenuto proprio dell'indole secolare caratteristica del fedele laico.
Il testimone, quando è autentico, fa sempre spazio all'interlocutore e a tutte le sue domande, di qualunque tipo esse siano: "Non ci sono confini, non ci sono limiti" (Papa Francesco, santa messa per la XXVIII Giornata mondiale della gioventù, 28 luglio 2013). Non è certo un ripetitore di teorie o di dottrine cristallizzate, ma vive delle stesse domande del suo interlocutore, poiché è immerso in quel medesimo campo che è il mondo. Non esistono infatti domande dei nostri contemporanei che non siano nostre; le "periferie esistenziali" - per usare l'espressione di Papa Francesco - sono anzitutto i confini della nostra stessa esperienza umana. Con una bella espressione Benedetto XVI approfondisce la dinamica della testimonianza affermando che essa "è il mezzo con cui la verità dell'amore di Dio raggiunge l'uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell'uomo" (Sacramentum caritatis, 85).
(©L'Osservatore Romano 10 novembre 2013)