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WASHINGTON, 30. I vescovi degli Stati Uniti «continueranno a esortare il Congresso ad approvare una legge che sistemi i problemi»: il riferimento è alla riforma sanitaria varata dall’amministrazione Obama, che giovedì ha superato il vaglio di costituzionalità da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Il provvedimento, approvato nel 2010, è stato ritenuto dai giudici in linea con la Legge fondamentale per quanto concerne il suo obiettivo centrale, quello di fornire a tutti i cittadini un’assicurazione medica. È in fondo la stessa linea della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, che condivide l’obiettivo generale, per il quale si è spesa con impegno pluriennale, ma che rifiuta quanto stabilito dalle linee guida del Department for Health and Humans Services in merito agli enti religiosi. La sentenza della Corte Suprema è giunta, il 28 giugno, proprio mentre nel Paese si celebra Fortnight for Freedom, la manifestazione nazionale sul tema della libertà religiosa promossa dall’episcopato cattolico, ma che chiama all’azione anche le altre comunità religiose. Al centro dell’iniziativa — come ha ricordato il presidente della Commissione per la libertà religiosa della Conferenza episcopale, l’arcivescovo di Baltimore, William Edward Lori, nel recente intervento tenuto a Roma in occasione della presentazione dell’O sservatorio della Libertà Religiosa, istituito dal ministero degli Affari Esteri italiano, in collaborazione con Roma Capitale — «vi è la preghiera affinché sia preservata la nostra libertà di proclamare e di praticare la fede». L’episcopato ritiene che la riforma sanitaria contenga «vizi fondamentali che devono essere corretti». Il punto chiave della riforma è il cosiddetto individual mandate, ovvero l’obbligo per tutti i cittadini di essere coperti da un’assicurazione sanitaria entro il 2014, pena il pagamento di una sanzione. Per i giudici tale punto è da considerarsi legittimo, ma per i vescovi il maggiore rischio è che le assicurazioni sanitarie (soprattutto a seguito delle direttive del Department for Health and Humans Services) diventino un veicolo per diffondere le pratiche abortive, costringendo i datori di lavoro delle istituzioni e organizzazioni religiose, quali ospedali, cliniche, università, scuole, agenzie caritative, a violare i principi morali e religiosi o a cessare le attività. Con questo, ha spiegato monsignor Lori, si vogliono di fatto espellere le comunità religiose da vasti campi della sanità e dell’assistenza. «Servire il bene comune e proteggere i diritti e la dignità delle persone — ha sottolineato monsignor Lori — attraverso le proprie strutture è radicato nella missione della Chiesa. La Chiesa serve tutti coloro che hanno bisogno non perché sono cattolici, ma perché noi siamo Chiesa e lo facciamo fin dalle origini». E definire, ha aggiunto il presule, da parte del Governo, quali istituzioni e organizzazioni religiose siano «abbastanza tali» dall’e s s e re esentate dall’osservanza delle nuove direttive sanitarie «è profondamente offensivo». La decisione della Corte Suprema, dunque, non ferma l’episcopato nella sua lotta. Pur ribadendo, nella nota, «l’imperativo morale di assicurare a tutti un’assistenza sanitaria decente» si puntualizza, tuttavia, che la riforma necessita di correzioni che dovranno essere apportate in sede legislativa. Fra l’altro, il provvedimento del Governo, così come accolto dalla Suprema Corte, non esclude ancora del tutto l’utilizzo dei fondi pubblici per la copertura degli aborti elettivi. Inoltre, si osserva che la riforma appare discriminatoria nei confronti degli immigrati. Infatti, coloro che sono privi del certificato di residenza non potranno usufruire delle polizze assicurative, anche pagando con il proprio denaro per l’acquisto dei servizi di assistenza. Questo, per i vescovi, «mina proprio l’obiettivo dichiarato di promuovere l’accesso di base per tutti all’assistenza sanitaria, specialmente per i più bisognosi». I vescovi concludono pertanto che «continueranno a esortare il Congresso ad approvare una legge che risolva i problemi». La linea confermata è quella della fermezza, come da tempo chiariscono i presuli che, in un altro intervento, avevano affermato senza mezzi termini che «continueranno a fare pressione al fine di ottenere la più grande protezione della libertà di coscienza». L’attenzione va in particolare all’a p p ro v a z i o n e di proposte, come per esempio, il Respect for Rights of Coscience Act of 2011 (H.R. 1179), un testo legislativo che prevede degli emendamenti al fine, si evidenzia dall’episcopato, «di non vedersi negare le libertà di affidarsi a un sistema che metta insieme le esigenze di cura con il rispetto delle proprie più profonde convinzioni». Nei mesi scorsi, peraltro, a titolo individuale, una quarantina di diocesi, istituzioni e organizzazioni cattoliche (scuole, università, ospedali, agenzie caritative) negli Stati Uniti hanno avviato una serie di azioni legali contro la rioforma sanitaria. In una nota del cardinale e presidente, l’arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan, si afferma che la Conferenza episcopale pur non essendo direttamente coinvolta nelle cause, «plaude a questa coraggiosa iniziativa promossa da così tante singole diocesi, agenzie caritative, ospedali e scuole in tutto il Paese». Un consigliere del Becket Fund for Religious Liberty, Mark Rienzi, ha osservato che «l’amministrazione Obama ha vinto una sfida legale, ma in attesa ve ne sono altre».

(©L'Osservatore Romano 30 giugno - 1 luglio 2012)