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Si è svolto a Pavia un incontro sul tema "L'enciclica Caritas in veritate parla al mondo", organizzato dalla diocesi e introdotto dal vescovo Giovanni Giudici. Pubblichiamo stralci delle relazioni del vescovo di Ivrea e, a destra, del presidente nazionale dell'Associazione cristiana lavoratori italiani.

di Arrigo Miglio

La situazione europea e mondiale e la crisi finanziaria ed economica degli ultimi due anni hanno fatto sentire a molti, non solo cattolici, il bisogno di una parola autorevole della Chiesa per imparare a "riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità". (Caritas in veritate, 21).

L'attesa non è andata delusa, anche se bisogna riconoscere che l'orizzonte è molto più ampio rispetto ai problemi e alle preoccupazioni del momento. Abbiamo in mano sì un'enciclica sociale, che prosegue il cammino iniziato, nei tempi moderni, con la Rerum novarum, ma al tempo stesso abbiamo un testo di grande ricchezza teologica e antropologica, attento ad annunciare tutta la ricchezza del Vangelo per la vita dell'uomo e della società del nostro tempo:  con le altre due encicliche benedettine, forma una trilogia da considerare nel suo insieme.
È anzitutto la parola Amore, Caritas, Agape, il termine chiave che il Papa utilizza per introdurci nel cuore della dottrina sociale della Chiesa:  Deus caritas est - Caritas in veritate.
La dottrina sociale della Chiesa ha qui le sue radici, Caritas è il vero nome di Dio, una Verità che non può essere stravolta da nessuno, e "solo nella verità la carità risplende" (3), manifesta la sua forza di liberazione e di salvezza.
L'enciclica ricorda "che tutti gli uomini avvertono l'interiore impulso ad amare in modo autentico:  amore e verità non li abbandonano mai completamente perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo". Ma questo impulso ha bisogno di essere purificato e liberato da Gesù Cristo; ogni esperienza di amore umano ha bisogno di questa purificazione.
La Carità è dono, Dio che si dona, dono che diventa chiamata, vocazione anzitutto a lasciarsi amare, ad accogliere l'Amore nel dono dello Spirito Santo. L'Eucaristia è il sacramento di questo dono:  non semplice rito ma Sacramento che ci arricchisce dell'amore divino. "La dottrina sociale della Chiesa risponde a questa dinamica di carità ricevuta e donata" (5), non è un'appendice del suo insegnamento.
Carità e Giustizia! Quante volte le due parole vengono messe in contrapposizione, quasi fossero un'alternativa; il risultato è una visione solo "legale" della giustizia, con la carità ridotta a opzione volontaria, facoltativa. Se invece la giustizia è "la prima via della carità" (Caritas in veritate, 6) e questa completa e supera la giustizia, si apre una nuova prospettiva. Già nella Deus caritas est il Papa ricordava (n.28) che anche se lo Stato o la società raggiungessero una perfetta realizzazione della giustizia, questa resterebbe comunque bisognosa della carità:  l'Amore-Caritas sarà sempre necessario anche nella società più giusta. Perciò la parola dono può entrare a buon diritto in una visione nuova dell'economia. Viene qui sviluppato e applicato un principio già enunciato nella Deus Caritas est:  la dottrina sociale della Chiesa illumina e purifica la ragione, la muove e la spinge a cercare, vedere e realizzare ciò che è giusto. Quindi i cristiani possono e debbono portare nell'impegno politico tutta la loro fede, che illumina la ragione e li aiuta a saper "portare delle ragioni" per trovare soluzioni che siano veramente al servizio di tutto l'uomo e di ogni uomo.
La Caritas in veritate vuol farci comprendere la necessità di riscattare la parola caritas dall'irrilevanza cui spesso è condannata in ambito sociale, giuridico, culturale, politico ed economico; ridotta a un "guscio vuoto da riempire arbitrariamente", a una "riserva di buoni sentimenti utili per la convivenza sociale ma marginali".
La chiara visione neotestamentaria della caritas che Benedetto ripresenta, insieme alla visione completa di autentico sviluppo umano già presente nella Populorum progressio dovrebbero aiutare finalmente a superare la dicotomia ancora troppo diffusa tra valori "etici" e valori "sociali". Ambedue questi gruppi di valori sono irrinunciabili e soprattutto sono inseparabili, perché nascono da una visione antropologica completa e non riduttiva, che attraversa ad esempio tutta la Gaudium et spes.
La crisi che stiamo vivendo ha fatto sentire a molti che c'è bisogno di etica nel campo del mercato e della finanza:  l'enciclica allarga lo sguardo al campo del mondo globalizzato, sottolineando che questo nuovo contesto ha posto forti limiti al potere politico degli Stati, ma d'altra parte c'è oggi ancor più bisogno di una governance che possa assicurare la dimensione etica a tutti i livelli, attraverso i pubblici poteri e l'azione politica nazionale e internazionale che si realizza attraverso l'azione delle organizzazioni operanti nella società civile. Al n. 57 si parla di un'autorità organizzata in modo sussidiario e poliarchico, mantenendo strettamente uniti i principi di sussidiarietà e di solidarietà.
Vorrei concludere queste brevi note richiamando due paragrafi di grande attualità, che toccano sfide oggetto di discussione quotidiana. Il 56 ci aiuta a comprendere il valore della vera laicità, oltre il laicismo, mentre il 57 tocca il problema del dialogo tra fede e ragione, necessario per incentivare la collaborazione tra credenti e non credenti, chiamati a lavorare insieme per il bene comune.
Si fronteggiano oggi due visioni opposte di libertà, alternative in rapporto allo sviluppo dell'umanità, di ogni uomo e di ogni donna. L'enciclica si pone in modo netto, in veritate, di fronte a una mentalità e cultura che hanno prodotto in questi decenni uno sviluppo sbilanciato e generatore di nuove ingiustizie, corresponsabile di milioni di morti, che forse non ci turbano il sonno solo perché sono caduti appena un po' lontano dalla soglia di casa nostra. È il frutto di una cultura che confonde diritti con desideri, che esalta il libertarismo individuale senza considerare la persona nella sua dimensione relazionale e sociale.
Il Papa parla in veritate e non sempre la verità è facile da accettare, ma riesce al tempo stesso a parlare infondendo speranza e invitando a non perdere mai di vista quella caritas che sta all'origine della nostra stessa vita e continua a offrirci la sua forza straordinaria.

(©L'Osservatore Romano - 8-9 febbraio 2010)