Prima scelti, poi resi capaci: una famiglia adottiva si racconta
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Barbara Baffetti Viene raccontato spesso come una poesia il dono dei figli, il vederli camminare avanti a noi dopo aver perso il ritmo del loro passo e il vederli prendere il largo. Una poesia, che paragona il genitore a un arco, teso per lanciarli lontano ma umanamente teso anche per l’impossibilità di prevedere dove la freccia volerà. Per questo motivo conviene all’arco affidarsi alla vista dell’Arciere, si dice. Perché l’Arciere guarda lontano, dove un genitore non sa vedere. Ma anche questo affidarsi è fatica, e l’arco deve farsi flessibile. Tensione e flessibilità si confondono nell’invito che risuona spesso nel cuore: l’invito a una maternità e paternità più ampia di quella che noi stessi riusciamo a comprendere e realizzare per le vie, a tratti misteriose, della genitorialità.
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