Tocca al sacerdote muoversi non al popolo
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Dal Vaticano, li 23 agosto 1954.
La letteratura si è divertita a rimettere in scena il prete, non più come personaggio convenzionale, un tantino comico e compiacente, avvezzo ad evitare querele e disturbi, e destinato a fallire il colpo che sarebbe suo, quello d'indovinare l'ora e il dramma degli spiriti; ma piuttosto come l'essere esotico e misterioso, che ha una esperienza del mondo e degli uomini tutta sua, intessuta di sofferenze e di misticismo, anche lui destinato a mancare di successo pratico, non più però per colpa propria, ma per la sordità o l'ostilità del mondo profano che lo circonda.
E concomitante a questa illustrazione psicologica e narrativa il mondo moderno ha guardato al prete con occhi infocati di ostile sarcasmo e accecati di mentalità utilitaria: l'erede d'un medioevo finito, l'alleato dell'egoismo conservatore, il bonzo d'una litania spenta, l'estraneo alla vita, ecco il prete.
Il clero ha sentito quest'ondata d'infido interesse letterario per i segreti del suo animo e di antipatia repellente della società alla sua permanenza in mezzo alle nuove faccende del secolo; ha sentito, e si è raccolto su se stesso: bisogna - ha detto dentro di sé - riprendere coscienza, verificare i propri poteri e i propri doveri, commisurare la propria missione alle condizioni del mondo circostante, profondamente mutato.