Difesa della razza: indifendibile vergogna
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di Gaetano Vallini - Pur di difendere la teoria della razza italica, gli ideologi del fascismo non si fecero certo scrupolo ad accreditare come antisemiti nientemeno che Dante Alighieri e Giacomo Leopardi. Una strumentalizzazione che oggi appare inverosimile, ma che all'epoca non dovette sembrare troppo azzardata a Telesio Interlandi, direttore del quindicinale "La difesa della razza", che per alcuni anni fu il riferimento del movimento antiebraico di stampo razzista italiano.
Autore di tale arruolamento postumo del sommo poeta - del quale in copertina si leggeva un verso del Canto v del Paradiso: "Uomini siate, e non pecore matte, sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida" - e dell'autore dello Zibaldone fu Massimo Lelj, ex anarchico convertito al fascio nonché seguace di Vico, che s'inserì pienamente nella linea del periodico, tesa ad asservire la cultura e la scienza ai più biechi interessi del regime. Così, nella retorica del delirante foglio, Dante veniva celebrato come l'inventore del volgare e quindi della razza italica. Leopardi, invece, attraverso un collage di citazioni, era presentato come un "agguerrito conoscitore" degli ebrei e come un illustre anticipatore dell'antisemitismo fascista.