Mille strade per la perfezione
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CARLO DI CICCO
Gli Atti del Convegno sulle nuove forme di consacrazione svoltosi nell'ottobre del 2007 sono stati pubblicati (Roberto Fusco - Giancarlo Rocca, Nuove forme di vita consacrata, Roma, Urbaniana University Press, 2010, pagine 304, euro 29); Giancarlo Rocca, Primo censimento delle nuove comunità, Roma, Urbaniana University Press, 2010, pagine 368 euro 33). Ora che una loro presentazione ufficiale si è svolta alcune settimane fa presso la Pontificia Università Urbaniana, e il 27 gennaio di quest'anno alla Pontificia Università Gregoriana, è possibile non solo tentare un bilancio del convegno, ma anche cercare di cogliere quali percorsi si aprono proprio sulla spinta del materiale di ricerca e riflessione che essi contengono sulla vita consacrata.
Conviene però prima dare uno sguardo al contenuto dei due volumi che rappresentano un utile prospetto di base per orientarsi con cognizione di causa entro la vita consacrata, una realtà importante nella Chiesa, in piena evoluzione, ma di solito dipinta e compresa in modo approssimativo.
Il primo volume considerato è diviso in due parti. La prima delle quali presenta le fondamentali questioni teoriche riguardo alle nuove comunità. Ne ricordiamo temi e autori: la posizione delle nuove comunità nel diritto canonico (Velasio De Paolis); il rapporto tra le nuove comunità e il concetto tradizionale di vita consacrata (Vincenzo Bertolone); la discussione del canone 605 del Codice di diritto canonico del 1983 (Gianfranco Ghirlanda); le fonti ispiratrici delle nuove comunità monastiche italiane (Mario Torcivia); l'autorità nelle nuove comunità (Luigi Sabbarese); l'apostolato delle nuove comunità in Francia (Olivier Landron); il rapporto tra uomini e donne nelle comunità religiose medievali (Giancarlo Andenna); le nuove comunità negli USA (Patrizia Wittberg); la sociologia di alcune nuove fondazioni (Lluis Oviedo); le forme di vita e di adesione in alcune nuove comunità (Agostino Montan); i rapporti tra Pontificio Consiglio per i Laici e la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (Giancarlo Rocca); e, infine, una presentazione dei criteri adottati dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata per approvare le nuove comunità.
La seconda parte del volume, invece, è dedicata all'autopresentazione di alcune comunità: Fraternità Francescana di Betania; Famiglia Ecclesiale "Missione Chiesa-Mondo"; Seguimi; Comunità Figli di Dio; Comunità mariana Oasi della pace; Comunità Amore e Libertà. Alla fine di tutto, sedici documenti vaticani di approvazione messi a disposizione dagli stessi istituti nuovi approvati, arricchiscono il volume.
Il secondo volume è un minuzioso elenco - ovviamente incompleto - delle nuove comunità che il suo curatore, Giancarlo Rocca, è riuscito a raccogliere con un lavoro di oltre due anni. Di ogni comunità si presenta una breve notizia, l'indirizzo postale e telematico, la bibliografia, mentre un elenco ai margini della pagina indica non solo il numero progressivo delle fondazioni nel corso degli anni (sono oltre ottocento quelle sorte negli ultimi cinquanta anni e censite nel volume), ma anche la loro distribuzione per nazioni, fornendo quindi immediatamente i valori per nazione (in primo piano, gli Stati Uniti d'America, con 205 fondazioni, seguiti da Italia, Francia e altri Paesi).
Al termine del volume è raccolta la bibliografia sulle nuove comunità edita dal 1970 al 2010.
Come si vede, l'impianto del convegno e dei due volumi è chiaro. Le questioni teoriche (giuridiche, teologiche, sociologiche, apostoliche) sono poste con chiarezza nel primo volume, e l'immagine delle nuove comunità censite nel secondo volume è affidabile, sia perché un gran numero di notizie è stato visionato dagli stessi istituti interessati, sia per il controllo minuzioso effettuato tramite articoli, libri, internet e, non da ultimo, con richieste dirette a molte curie diocesane perché aiutassero a precisare i dati.
Tutto sommato, quindi i due volumi costituiscono una presentazione onesta di ciò che oggi si sa; anzi, per quanto riguarda il censimento delle nuove comunità, si sa finalmente di che cosa si discute. Sarà più facile andare oltre i due volumi, utilizzando proprio il materiale da essi offerto, in presenza di un ampio e lungo dibattito che accompagna i nuovi istituti, le unioni, le fusioni, la soppressione di vecchie esperienze religiose giunte al capolinea e le nuove forme che sembrano meglio rispondere ai tempi mutati.
C'è da osservare, anzitutto, che gli studi editi nel primo volume non portano a conclusioni certe e condivise, e le differenze di vedute tra i relatori sono evidenti. Questa difficoltà viene, tra l'altro, dal fatto che il canone 605 del Codice di diritto canonico del 1983 non offre, secondo alcuni studiosi, i necessari punti fermi per procedere al riconoscimento di nuove forme di vita consacrata. Inoltre, la grande varietà di forme di vita illustrate nel Primo censimento delle nuove comunità sarebbe una conferma della "confusione" presente nelle cosiddette nuove forme di vita consacrata. Il trovarsi poi di fronte a tre dicasteri pontifici (Congregazione per gli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica, Pontificio Consiglio per i laici, Pontificia Commissione Ecclesia Dei) che in vario modo e criteri non omogenei hanno approvato "nuove comunità", sarebbe un'ulteriore prova di incertezza. Se ora si aggiunge - elemento non disponibile agli organizzatori del convegno sulle nuove comunità - che nel 2008 Papa Benedetto XVI ha concesso la possibilità ad alcune associazioni di incardinare i propri sacerdoti (estendendo al diritto latino una norma che si ritrova nel Codice dei Canoni delle Chiese orientali del 1990), creando una nuova figura di associazioni pubbliche clericali dipendenti dalla Congregazione per il Clero, si ha un quarto dicastero che si occupa di nuove comunità. Potrebbe anche essere che la collocazione di queste associazioni pubbliche clericali nell'Annuario Pontificio, dopo le Società di Vita Apostolica, sia solo temporanea e non definitiva, ma intanto aumenta la sensazione che si debba arrivare a un riordinamento della materia.
Giancarlo Rocca, curatore dei due volumi, e altri studiosi della vita consacrata hanno adombrato in più occasioni suggerimenti utili a una ricanalizzazione delle nuove comunità che eviterebbe l'incertezza che risulta dal panorama offerto dal Primo censimento.
Per le nuove comunità, una volta fissato l'obbligo del celibato (al quale moltissime di esse tendono e che rappresenta il nucleo costitutivo di ogni vita consacrata), si potrebbe chiarire se le modalità di vita (superiora generale donna, vita mista e così via) siano parte dell'essenza della vita consacrata o semplicemente una delle tante modalità che quest'ultima può assumere e da regolarsi secondo i tempi e i luoghi.
Per le nuove comunità, che non intendono accettare il celibato o puntano esplicitamente su un celibato temporaneo, si potrebbe, invece, studiare se non convenga indirizzarle verso le tante forme di ricerca di una maggiore perfezione di vita cristiana (canone 298), sempre esistite nella storia della vita consacrata, dando loro la possibilità - se desiderassero svolgere un apostolato - di associarsi a un istituto consacrato in senso stretto, ma sotto forma di oblati, donati, aggregati, cioè mediante una delle forme che permettono di partecipare appieno alla spiritualità e alla missione di un istituto, senza però avere tutti i diritti e i doveri che competono ai consacrati propriamente detti.
Per quanto riguarda gli istituti approvati dalla Ecclesia Dei, si potrebbe studiare se, una volta esaminato che tutto sia in ordine sotto l'aspetto dottrinale, l'approvazione non possa essere concessa dalla stessa Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, un po' come quando si chiedeva il nulla osta del Sant'Uffizio per l'approvazione degli istituti religiosi.
Sotto questo profilo, tra gli esperti ci si chiede se le competenze riguardo alle nuove forme di vita consacrata, fenomeno sempre vivo nella Chiesa, non possano ridursi a due dicasteri: Congregazione per gli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica, e Pontificio Consiglio per i laici. I due volumi curati da Rocca sono una prova evidente che la materia è complessa e che, forse, sono più maturi i tempi per semplificarla a beneficio del primato della trasparenza e della testimonianza evangelica che generalmente si richiede alla vita consacrata.
(©L'Osservatore Romano - 2 febbraio 2011)
Liturgia e il "protestantesimo" tradizionalista
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Andrea Tornielli - Sacri Palazzi-----------------------------------
Cari amici, nel rinnovarvi gli auguri di Buon Natale, vi segnalo che sul Giornale di ieri ho pubblicato un’ampia intervista al Prefetto della Congregazione del culto Divino, il cardinale Antonio Canizares Llovera. Qui trovate il testo integrale. Il cardinale – dopo aver denunciato la fretta con cui è stata realizzata la riforma post-conciliare – spiega che cosa stia facendo la Congregazione per dar vita a un nuovo movimento liturgico che faccia recuperare sacralità al rito secondo le indicazioni della Costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II. Canizares anticipa alcune iniziative del dicastero, che riguardano la formazione, la catechesi, la predicazione, l’arte e la musica sacra.
Ho letto con interesse alcuni commenti postati su altri blog che già ieri hanno ripreso l’intervista (mi riferisco a paparatzinger blog e al blog messainlatino) e mi permetto di fare qui alcune osservazioni, che riguardano la liturgia ma più in generale anche l’atteggiamento nei confronti del Concilio Vaticano II, anche in merito al dibattito suscitato dal libro Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau) recentemente pubblicato dallo storico Roberto de Mattei .
Come premessa dico che non mi piace usare l’aggettivo “tradizionalisti”, così come non mi piace che chi segue l’antico rito (chiamandolo a mio avviso erroneamente “la messa di sempre”, come se io che seguo il rito post-conciliare, andassi a una “messa di mai”) sia definito “modernista”.
Mi stupisce innanzitutto che di fronte ai gesti di Benedetto XVI, volti a far recuperare sacralità al rito cattolico, come pure concessioni importanti quale è stato il Motu proprio Summorum Pontificum, invece che favorire la riconciliazione auspicata dal Pontefice, secondo quell’ermeneutica “della riforma, del rinnovamento nella continuità” (ricordiamolo: non solo “nella continuità” ma anche “della riforma”), si siano consolidati talvolta atteggiamenti di rigidità. Cari amici, io non sopporto la banalizzazione della liturgia, la creatività che riduce il rito a opera delle nostre mani, l’assenza di silenzio, la musica che nulla ha a che fare con la messa, etc. etc.
Ma devo aggiungere: con onestà dobbiamo riconoscere che questa non è la regola dappertutto, anzi. Rispetto a qualche anno o decennio fa, gli abusi sono notevolmente diminuiti, ci sono notevoli differenza tra Paese e Paese. Per questo mi stupisce che, in fondo, si considerino le parole del cardinale Canizares, interprete vero e sincero di Benedetto XVI, come espressione di debolezza, per il fatto che lui – per volere del Papa – sta lavorando per suscitare un nuovo forte movimento liturgico.
Diaciamocela tutta: molti (o alcuni, o pochi, giudicate voi) tradizionalisti non amano l’ermeneutica della continuità di Benedetto XVI, perché, in fondo, ritengono che vada abolito il Concilio. Perché ritengono che vada abolita in toto la riforma litturgica. Arrivano a dire che bisogna che Roma si riconcili con la Tradizione. Ma quale Tradizione? Quella fissata da loro. La Tradizione è sempre stata vivente, e siccome il cristianesimo è costitutivamente un avvenimento che entra nella storia - Dio che si fa carne, muore in croce per i nostri peccati e risorge aprendoci le porte del Paradiso e promettendoci il centuplo quaggiù. La Chiesa si aggiorna, vive le sfide del tempo. Cerca di presentare in modo sempre adeguato le verità di sempre.
Vedete, io temo che certo tradizionalismo possa scivolare proprio nel suo esatto contrario, il protestantesimo. O meglio, il gallicanesimo. Chi dà il diritto a questo o quel tradizionalista di dire: questa è la Tradizione, Roma sta sbagliando? Chi dà l’autorità di decidere? Il tradizionalismo non è il magistero. Chi dà il diritto di buttare a mare, talvolta con irrisione e disprezzo, il Concilio Vaticano II? Forse il ricorso all’autorità dell’arcivescovo Marcel Lefebvre (pace all’anima sua), presentato ora in modo agiografico, come un santo padre della Chiesa?
Chi permette a molti tradizionalisti - sulla base del fatto che il Vaticano II non ha pronunciato nuovi dogmi – di declassare il Concilio come “pastorale” e dunque ininfluente e non da seguire? Il 95 per cento del magistero non è dogmatico, ma ordinario. Il cattolico però è tenuto a seguirlo. E poi – lo dico senza intenti polemici – come si può davvero credere che il Papa legittimamente eletto, al quale Gesù ha assicurato il potere delle Chiavi e la speciale assistenza dello Spirito Santo, insieme a tutti i vescovi che hanno votato quasi all’unanimità i documenti del Vaticano II (Lefebvre compreso), uniti in Concilio, possano aver sbagliato?
Essere con Pietro e con i vescovi in comunione con lui significa essere cattolici. Altrimenti io potrei dire che considero modernista Pio X (quante riforme ha fatto, e se a me non piacessero o le ritenessi inadeguate ai tempi e non in linea con il magistero liturgico di Gregorio XVI o Leone Magno?), e che voglio fermarmi al Vaticano I e a Pio IX. Un altro potrebbe dirmi che non accetta il Vaticano I e il dogma dell’infallibilità papale (che rappresenta un incontestabile sviluppo della Tradizione, e che non è accettato dagli ortodossi). Un altro potrebbe dirmi che l’unico punto fermo è il Concilio di Trento, mentre un altro ancora potrebbe cercare di dimostrarmi che il rito mozarabico celebrato a Toledo non è cattolico…
Questo è il “protestantesimo” tradizionalista, perché se le posizioni di mons. Lefebvre, questo o quel teologo, alcune teorie del laico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (peraltro oggetto, fra i molti che si richiamano al suo pensiero, di diverse interpretazioni) o le opinioni di qualche rispettabilissimo vescovo ultra-conservatore vengono enfatizzate e finiscono per diventare l’unico criterio per giudicare la Sede Apostolica e per affermare, in sostanza, le proprie opinioni sulla Tradizione e la “messa di sempre”, a mio modesto avviso c’è qualcosa che non va. Si tratta infatti di una posizione opposta ma perfettamente speculare a quella di certo progressismo che presenta il Concilio come un elemento di totale rottura con il passato. Una lettura antitetica a quella di Benedetto XVI.
E poi, permettetemi, non è possibile lanciare continui appelli al Papa perché spieghi, chiarisca il Concilio; e poi far finta di non leggere e di non vedere quando lui o la Congregazione per la dottrina della fede, o altri dicasteri della Curia romana lo fanno, offrendo l’ermeneutica corretta rispetto a certe storture dovute non al Concilio e ai suoi testi, ma alle opinioni del post-concilio. E’ accaduto così con il discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del 2005 (dove il Papa mirabilmente affrontò il tema della libertà religiosa, ripreso anche nel Messaggio per la Giornata della Pace del gennaio 2011), con la Dominus Iesus sull’unicità salvifica di Cristo, con la chiarificazione sul “subsistit in”.
La Chiesa è più grande delle nostre opinioni, il magistero del Papa va seguito anche quando il Pontefice non parla ex Cathedra, cio ché accade della stragrande maggioranza delle volte. Il cattolico sa che la Chiesa non è l’opera delle nostre mani, sa che siamo stati convocati da Qualcun Altro. Sa che Gesù, l’unica vera roccia su cui poggia la Chiesa, ha stabilito l’autorità del suo Vicario – un poverocristo vicario di Cristo, come disse con parole indimenticabili Giovanni Paolo I – fragile come ogni uomo, ma specialmente assistito dallo Spirito Santo.
Se guardassimo così al Papa, forse useremmo altre parole per definire ciò che fa e che ci chiede. Forse sapremmo metterci in discussione, perché ciò che ci salva non è la nostra idea di Tradizione, ma l’essere uniti a Cristo nella sua Chiesa, sotto la guida del suo Vicarioe ai vescovi in comunione con lui. Per questo, diceva il cardinale Giuseppe Siri, i documenti del Concilio vanno letti in ginocchio.
Permettemi un’ultima parola su mons. Marcel Lefebvre, oggi da alcuni presentato come un santo, un eroe, un combattente la buona battaglia per la verità contro il modernismo dei Pontefici… Non giudico e mi auguro davvero che sia in Paradiso, nonostante la scomunica. Ma un cattolico non può presentarlo come un esempio di santità. Se Lefebvre fosse stato un santo, nel 1988 avrebbe detto al Signore: “Mio Dio, io ho fatto tutto ciò che potevo per salvare l’autentica Tradizione che io ritengo in pericolo, e per combattere quello che credo essere uno spaventoso allontanamento dalla vera liturgia cattolica. Ora mi trovo di fronte a un bivio. Disobbedire al Papa per assicurare continuità alla Fraternità San Pio X, consacrando dei nuovi vescovi, oppure accogliere il suo invito e lasciar perdere…”. Ecco un santo (come Padre Pio, il santo di Pietrelcina) non avrebbe mai disobbedito al Papa, non avrebbe mai rotto l’unità della Chiesa. Avrebbe detto a Dio: “Io confido in Te. Se Tu vuoi che quest’opera continui, adesso devi farti avanti, perché io ho fatto tutto ciò che era umanamente possibile, ma ora non posso disobbedire al Tuo Vicario”.
Nel dirvi di nuovo Buon Natale, vorrei aggiungere a scanso di equivoci (che inevitabilmente ci saranno), che condivido il giudizio di Canizares sulla riforma post-conciliare, che ritengo vada scritta la parola fine agli abusi liturgici come pure al problema dell’assenza di autorità nell’episcopato, una delle cause principali alla mancata correzione degli abusi. Non sto, insomma, dipingendo una realtà rosea, perché rosea non è.
Ma non posso non manifestare qui, ancora una volta, l’assenza di carità e in qualche caso persino il disprezzo che leggo in alcune reazioni. C’è un dibattito manifesta l’esistenza di una guerra tra cristiani che si divorano tra di loro. Mi direte – e finisco davvero – che cos’ me la prendo solo con i cosiddetti “tradizionalisti” e non con i cosiddetti “modernisti” che sono molti di più. Beh, vedete, di fronte all’esempio di Benedetto XVI, ai gesti di riconciliazione che ha messo in atto verso il mondo tradizionalista, ci si sarebbe potuti aspettare che proprio da questo mondo sarebbe venuto il primo e principale sostegno per quel movimento liturgico che il Papa (non il sig. Ratzinger o il “papa” tra virgolette, come talvolta lo vedo definito nei deliramenta sedevacantisti) ritiene essere essenziale per la Chiesa oggi.
Il magistero della Chiesa, disse l’allora arcivescovo di Monaco di Baviera, Joseph Ratzinger, difende la fede dei semplici, di quelli che non scrivono editoriali sui giornali, che non hanno cattedre universitarie, che non pubblicano opere teologiche o libri di successo, che non vanno in Tv. E la fede dei semplici cattolici ha sempre saputo che Ubi Petrus ibi Ecclesia.
© http://blog.ilgiornale.it/tornielli - 25 dicembre 2010Se conosciamo noi stessi possiamo confrontarci con gli altri
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Pubblichiamo ampi stralci della lezione tenuta dal cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso in occasione del dottorato honoris causa che gli è stato conferito dall'Institut Catholic di Parigi.
Ci sono coincidenze nella storia che in realtà sono appuntamenti. Il 25 agosto 1900, a Weimar, uno scrittore moriva nella follia, Friedrich Nietzche. Qualche tempo prima, aveva composto una sorta di biografia, Ecce Homo, rivelatrice dell'angoscia che lo attanagliava: "Dov'è Dio?" si chiedeva. "Ve lo dirò io: l'abbiamo ucciso, voi e io. Dio è morto, siamo noi ad averlo ucciso". Nello stesso momento, a Roma, un vecchio Papa, Leone xiii (aveva allora 90 anni) redigeva quella che sarebbe stata l'enciclica Tametsi futura, resa pubblica il 1° novembre 1900. "Bisogna reintegrare il Signore Gesù nel suo ambito; molti sono lontani da Gesù Cristo, più per ignoranza che per perversità; numerosi sono quelli che studiano l'uomo e la natura, ben pochi quelli che studiano il Figlio di Dio. Supplichiamo quanti sono cristiani di fare tutto il possibile per conoscere il loro Redentore com'è veramente".
L'accostamento dei due testi rivela il dramma spirituale che vivono ancora gli uomini e le donne di quel tempo. Da un lato, la ribellione dell'intelligenza e dall'altro l'adesione a un Dio che esercita la sua sovranità sulla mente di ognuno nella concretezza del quotidiano. Abbiamo sperimentato cos'è il mondo senza Dio: l'inferno. L'umanità nel secolo scorso ha conosciuto la notte dei due totalitarismi che hanno generato gli eccessi che conosciamo fin troppo bene. Essi avevano annunciato la morte di Dio, organizzato la persecuzione dei credenti ed escluso definitivamente la religione dalla sfera pubblica.
Ma Dio, che era stato congedato, in realtà era sempre lì. Come poteva essere diversamente? L'ateismo insegnato e praticato non è mai riuscito a eliminare Dio dall'orizzonte dell'uomo. La ricerca di Dio nasce più forte che mai, il sacro interroga, la presenza di un islam europeo che si afferma, il successo delle sette, l'attrazione esercitata dalle forme di saggezza provenienti dall'Asia, il lungo Pontificato di Giovanni Paolo II che ha ridato alla Chiesa la sua visibilità e l'insegnamento di Papa Benedetto XVI che le dà la sua interiorità, hanno contribuito a farci ricordare che l'uomo è prima di tutto la creatura che s'interroga sul "senso del senso" (Paul Ricouer). È la coscienza - la facoltà di riflettere sul proprio destino, sul senso della vita e della morte - a distinguere l'uomo dai regni vegetale e animale. Egli è il solo a prevedere un aldilà. La religione non è un momento particolare della storia, essa appartiene alla natura dell'uomo. Nelle nostre società multiculturali e plurireligiose, credenti o non credenti, tutti, ci poniamo le tre domande fondamentali di Emmanuel Kant: che cosa posso conoscere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare?
Credenti o non credenti, aspettiamo qualcosa che dia senso alla nostra esistenza, che salvi la nostra vita dall'inutilità e dall'abisso. Alcuni lo trovano nella politica, altri nell'apparire, altri ancora nell'edonismo. Come ha così ben osservato Dostoevskij: "L'uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa (...) se l'uomo rifiuta Dio, s'inginocchierà davanti a un idolo. Noi siamo tutti idolatri e non atei". Il desiderio di credere è così forte nell'uomo che, dopo aver espulso Dio dalla propria vita, un'altra fede vi s'insedierà: la fede in un altro assoluto che non è altro che l'uomo stesso: "Homo homini deus" per dirla come Feuerbach. Ieri Dio era assente; oggi ci sono troppi dei!
È in questo contesto che si situa il dialogo interreligioso. Quando i credenti dialogano, cercano di conoscersi e di arricchirsi gli uni gli altri con il loro patrimonio spirituale, rispettando allo stesso tempo la libertà di ognuno, al fine di considerare quello che possono fare insieme per il bene della società. Il dialogo interreligioso non ha come fine la conversione dell'altro, sebbene spesso la favorisca. Il dialogo interreligioso sarà però autentico solo se ognuno resterà fedele alla propria fede. Non la si mette affatto fra parentesi; al contrario la si approfondisce per essere meglio in grado di darne conto.
Direi che tre atteggiamenti s'impongono: il dovere dell'identità, avere un'identità spirituale (problema dell'ignoranza in materia di religione); il coraggio dell'alterità, gli altri credenti possono arricchirmi; la franchezza delle nostre intenzioni, testimoniamo, proponiamo, evitando gli eccessi del proselitismo. Ma il paradosso sta nel fatto che le religioni sono spesso percepite come un pericolo: fanatismo, fondamentalismo, derive settarie, sono di frequente associate alla religione, e ciò soprattutto a causa di azioni terroristiche ispirate da motivi religiosi, perpetrate da adepti sviati e minoritari di una religione.
"Nessuna circostanza vale a giustificare tale attività criminosa, che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la pura verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale". Non conosco condanna più sferzante di quella di Benedetto XVI pronunciata davanti al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede all'inizio del 2006. In effetti le religioni - o piuttosto alcuni credenti - sono capaci del meglio come del peggio. Le religioni possono mettersi al servizio di un progetto di santità o di alienazione: possono predicare la pace o la guerra. Da qui la necessità per i loro responsabili di coniugare fede e ragione.
Cosa possono apportare le religioni alla società? Sono una risorsa?
La mia risposta è evidentemente affermativa. Se esiste un umanesimo, esso affonda le sue radici nell'humus cristiano: la persona umana come valore supremo, la sua dignità, i suoi diritti fondamentali, il principio di solidarietà e di sussidiarietà, la giustizia e la pace sono valori cristiani. La prima scuola nel continente europeo è fondata da un monaco, Alcuino, alla corte di Carlo Magno. È la Chiesa cattolica a fondare le prime università. Le élite del continente africano e di quello asiatico sono state formate in istituti d'istruzione cristiani. Ci sono pensatori e teologi all'origine del diritto delle genti.
È il Papato a realizzare le prime meditazioni di pace. Infine, bisogna ricordare che è stato il cristianesimo a riuscire a far inscrivere nelle società moderne la distinzione fra il fatto politico e il fatto religioso, principio che ha sconvolto le relazioni internazionali. Tutte le religioni ritengono la famiglia come l'ambito in cui s'impara a vivere insieme; che la terra, quella in cui sono nato, con la sua storia, modella la mia identità; che l'educazione è non solo conoscenza ma anche trasmissione di valori e che la politica e l'economia non sono il tutto dell'uomo; infine che la vita interiore è necessaria.
La grandezza dell'ebraismo, come quella dell'islam, consiste indubbiamente nel denunciare l'idolatria. La grandezza del cristianesimo nel ricordare che Dio si è fatto uomo affinché diventassimo suoi figli. Insieme dobbiamo denunciare ogni pretesa dell'uomo a farsi Dio. Non dimentichiamo mai che la tentazione del paganesimo è di divinizzare tutto.
Tutti i credenti dovrebbero poter unire le loro buone volontà quando si tratta di servire, di curare, di educare. Purtroppo però due grandi ostacoli condizionano il diffondersi dei credenti: la crisi dell'intelligenza e la difficoltà della trasmissione dei valori.
La crisi dell'intelligenza: siamo uomini e donne superinformati, ma abbiamo grandi difficoltà a pensare, a mettere in ordine le nostre idee, ad assaporare il silenzio. Ciò che manca di più all'uomo di oggi è una vita interiore. Pascal diceva: "La grande disgrazia degli uomini è che non sanno stare a riposo nella propria stanza".
La crisi della trasmissione dei valori: siamo assicurati contro tutti gli infortuni, salvo la malattia e la morte, e ciò che importa è sentirsi senza vincoli, anche se per questo si deve sacrificare un amico, un parente, un collega. Si pratica un umanesimo sociale che si riduce a dire: non facciamo il male, ma non abbiamo bisogno di Dio per fare il bene! È un mondo chiuso a Dio! L'uomo è capace di vere imprese; non si deve aspettare nulla da Dio!
Ora noi cristiani faremo sempre resistenza di fronte a questo mondo. Con le parole di Pascal: "Al di fuori di Gesù Cristo non sappiamo né cos'è la vita, né cos'è la morte, né cos'è Dio, né cosa siamo noi stessi". Ma è a questo mondo, al nostro mondo, che dobbiamo annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo, "con dolcezza e rispetto", come raccomanda Pietro. Di fatto l'unico problema esistente, e che è il valore fondamentale da trasmettere e da proporre, è di sapere se c'è stato un caso unico in cui un uomo ha avuto il diritto di dire di essere Dio; non perché quest'uomo si è fatto Dio, ma perché Dio si è fatto uomo. È tutto qui! Non è un'utopia!
Ecco cosa dobbiamo proporre, ecco cosa celebriamo. Se proviamo a volte qualche dubbio, un po' di sconforto, ricordiamoci di quei due doni magnifici con cui Dio ci ha gratificati: un'intelligenza per comprendere e un cuore per amare.
Non dobbiamo essere complessati. Si dice che siamo minoritari. Diciamo che siamo una minoranza che conta! Nel Collège des Bernardins, Benedetto XVI ha magistralmente ricordato la novità dell'annuncio cristiano. Questa novità non è altro che la possibilità di dire ora a tutti i popoli: "Egli si è mostrato. Egli personalmente. La novità dell'annuncio cristiano non consiste in un pensiero ma in un fatto: Egli si è mostrato". Il Papa proseguiva dicendo che i nostri contemporanei, nonostante le apparenze, sono essi stessi alla ricerca di Dio e devono essere messi in condizione di poter "cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati". E concludeva: "Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi". La ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarlo restano ancora oggi il fondamento di qualsiasi cultura vera.
Il dialogo interreligioso non può riposare su una base d'ignoranza globale. Noi abbiamo delle radici; dobbiamo conservare il patrimonio umano e spirituale che ci ha modellati. Abbiamo un ruolo da svolgere dal momento che tanti giovani sono eredi senza eredità e costruttori senza modello.
Nel 1905 Ferdinand Buisson non esitò a scrivere: "Per l'educazione di un bambino che deve diventare uomo, è bene che sia, di volta in volta, messo a contatto con i versetti appassionati dei profeti d'Israele e con i filosofi greci, che abbia conosciuto e sentito qualcosa della Città antica. Sarà bene che gli si facciano conoscere e ascoltare le più belle pagine del Vangelo, come pure quelle di Marco Aurelio, che abbia sfogliato, come Michelet, tutte le Bibbie dell'umanità, che gli si faccia attraversare, non con pregiudizi e con spirito critico, ma con calorosa simpatia, tutte le forme di civiltà che si sono succedute. Ciò che risulterà da questo studio non sarà il disprezzo, l'odio, l'intolleranza, al contrario sarà una profonda simpatia, un'ammirazione rispettosa per tutte le manifestazioni del pensiero incessantemente in cammino verso un ideale incessantemente in crescita".
Il secolo che inizia ha ereditato da quello che l'ha preceduto: come lo scorso secolo anche questo è dominato dall'economia, dalle guerre e dalle disuguaglianze. Ma è anche arricchito dai progressi delle scienze e della tecnica. I nostri contemporanei sono più consapevoli delle loro responsabilità nella gestione delle risorse naturali e nell'uso da fare dei risultati della ricerca scientifica. Dopo aver dominato le realtà fisiche, ci si avventura ora nel dominio del vivente. Una domanda sorge spontanea: andiamo verso uno scontro o verso un dialogo fra culture e religioni? Come cristiani quale sarà il nostro contributo? Saremo ispiratori o accompagnatori? È indubbiamente difficile rispondere, ma sono convinto che il cristianesimo, che non è mai stato tanto universale come lo è oggi, saprà, come ha saputo fare nel corso della sua lunga storia, approfittare della globalizzazione - che è un dato di fatto - per offrire il suo contributo a due necessità che quest'ultima non è stata in grado di assicurare: la giustizia e la pace. Lo faremo nella Chiesa, questa Chiesa talora con il volto segnato, ma sempre nascente, che genera apostoli capaci di osare affinché questa terra non sia mai priva di speranza e di amore.
Si pone spesso la domanda: il cristianesimo morirà? Personalmente mi pongo un'altra domanda; quando il cristianesimo inizierà a esistere?
Ciò che è allo stesso tempo magnifico e terrificante è che Dio ci lascia liberi. Noi possiamo dire "no" a Dio! Abbiamo il potere di salvarci o di perderci. Il problema non è né la morte, né l'assurdo, è la libertà. Tale è Dio, tale è l'uomo. Il che faceva dire al grande poeta tedesco contemporaneo di Goethe, Friedrich Hölderlin: "Dio ha creato l'uomo, come il mare fa i continenti, ritirandosi".
(©L'Osservatore Romano - 23 dicembre 2010)