Il mio intervento,”Evoluzionismi e altre diavolerie”, dove presentavo e recensivo il libro di Agnoli e Pertosa, Contro Darwin e i suoi seguaci, edito da Fede & Cultura, ha scatenato sul blog siciliano, furcisiculo.net, una serie di insensate critiche, spesso irose e seguite da pochi argomenti, infine per mettermi fuorigioco, non poteva mancare la solita etichetta di cattolico integralista. Per maggiori chiarimenti ho chiesto cortesemente a Francesco Agnoli, giornalista, storico, collaboratore del mensile Il Timone, e dei quotidiani Il Foglio, e Avvenire, una sua risposta sul tema così complesso dell'evoluzionismo.
Facciamo un atto di fede, il più
ampio possibile. Ammettiamo che Darwin avesse ragione in tutto e che ogni forma
vivente, come egli ipotizza abbia origine fisica, biologica, da un’alga
primitiva. Ammettiamolo, benché lo stesso Darwin sapesse bene di non avere
alcuna prova al riguardo. Ebbene, quali sarebbero le conseguenze filosofiche,
metafisiche, di tutto ciò? Alcune ce le propone Darwin stesso, quando si
chiede: e l’alga da dove deriva? Dalla materia inorganica? Ma non abbiamo
“nessuna prova attendibile” che ciò sia possibile. E se fosse possibile,
dovrebbe esistere una “legge naturale” che lo permette, o lo determina, perché
sarebbe evidente l’esistenza in natura di una direzione, di un fine, di un
progresso (dalla materia inorganica alla vita e dalle forme semplici di vita
alle più complesse): “Se un giorno si scoprirà che la vita può aver avuto
origine in questo modo (dalla non vita, ndr), i fenomeni vitali saranno
ricondotti a una qualche legge generale della natura”.
Ma le leggi naturali postulano un
Legislatore? “Se l’esistenza di un Dio consapevole possa essere dimostrata in
base all’esistenza delle leggi naturali… è questione che suscita perplessità,
sulla quale ho spesso riflettuto, ma non riesco a vederci chiaro”. Il problema,
continua Darwin, in un’altra lettera, è che l’evoluzione non si spiega da sola,
ma esige delle spiegazioni che la precedono. Per questo, come scriverà ad un
corrispondente olandese, “l’impossibilità di pensare che questo grandioso e
meraviglioso universo, insieme a noi esseri coscienti, sia nato per caso, mi
sembra il principale argomento a favore dell’esistenza di Dio”, anche se forse
“l’intera questione si trova al di là della portata dell’intelletto umano”. Pur
partendo dall’alga, dunque, Darwin non negò mai l’esistenza di svariati
problemi filosofici, che gli parvero insolubili, per cui mai affermò di essere
ateo, bensì di essere agnostico. Oggi, che sono passati più di cent’anni dalle
sue ipotesi, abbiamo idee più chiare, risposte scientifiche certe,
incontrovertibili dogmi scientifici che ci impediscono di porci le antiche
domande sull’origine del mondo e sul senso della nostra vita? Non pare
proprio. Scienziati credenti e
scienziati atei, messi alle strette, concordano sulla nostra ignoranza.
Per cavalleria possiamo analizzare il
pensiero di un ateo molto famoso, Edoardo Boncinelli, seguace estremista del
neodarwinismo nella sua versione materialista. Nei suoi libri, pur dando talora
risposte apparentemente sicure e granitiche, riconosce che il Big bang cosmico,
cioè la nascita dell’universo, il Big bang biologico, cioè la nascita della
vita, e il big bang neurologico, cioè la nascita del cervello umano, sono per
noi ancora, nella loro sostanza, nel loro perché profondo, inspiegabili.
Richard Dawkins, il più famoso neodarwinista ateo, nel suo “L’Illusione di
Dio”, ipotizza che i tre passaggi siano dovuti al caso. Ipotizza, dico,
perché ciò che è casuale non può per
definizione essere provato.
Per Dawkins dunque la vita deriva dalla non
vita grazie ad eventi puramente casuali: una “certa fortuna” e “forti iniezioni
di fortuna” avrebbero permesso ai pianeti, col tempo, di generare forme di
vita. Dawkins non ci dice come i pianeti sarebbero nati dal nulla e per caso,
sapendo bene che dal nulla non nasce nulla e che ciò che non esiste non può
produrre galassie e pianeti. E neppure spiega perché la vita avrebbe dovuto
nascere solo sulla Terra, almeno per quanto ne sappiamo noi, che non è né il
pianeta più grande, né il più antico (e quindi neppure quello, statisticamente,
più probabile). Non ci dice neppure perché sulla Terra non solo è sorta la
vita, ma sono nate molteplici, diverse e complesse forme di vita, mentre sulla
luna, sul sole, su Marte non vi è neppure un filo d’erba. Infatti sa bene che
oggi la nascita della vita dalla non vita è del tutto inspiegata, come
sottolinea anche il grande genetista Francis Collins e come ammette il già
citato Boncinelli. Infatti, per citare un
biochimico italiano, Paolo Tortora, la vita, della quale non abbiamo neppure
una vera definizione scientifica, si presenta come cooperazione verso uno scopo,
tra Dna (progetto) e proteine (componenti del macchinario). L’origine di questa
realtà vivente e cooperante dalla materia inorganica, pone almeno due problemi
irrisolti: “1 Generazione dell’informazione dal caos: equivale a generare un
testo dotato di senso battendo a caso sulla macchina da scrivere (vale a dire,
assemblare nucleotidi che formino un Dna codificante o aminoacidi che formino
una proteina funzionale): statisticamente impossibile; 2 Interazioni: non solo
i componenti del macchinario (la cellula, ndr) sono in se stessi funzionali, ma
operano all’interno di una rete di relazioni reciproche, tale per cui ogni
molecola deve agire in modo coordinato con tutte le altre”. Dunque: ammettendo
l’ipotesi del Big bang cosmico, nata dalla mente del sacerdote cattolico
Lemaitre, rimane una domanda: qual è l’origine di questo venire all’essere, di
questo innesco, del cosmo fisico? Perché il cosmo e non il nulla? Inoltre,
ammettendo l’evoluzione, anche la più estrema ed improbabile, cosa è la vita e
da dove essa ha origine?
Perché la materia avrebbe dovuto di per sé
generare la vita (big bang biologico)? Non possiamo certo tirare in ballo la
selezione naturale e l’adattamento all’ambiente darwiniani: chi più adatto di
un sasso, a qualsiasi ambiente? Cosa dunque avrebbe dovuto far sì che dal
sasso, dal materiale chimico, si passasse al filo d’erba?
Infine: come si è passati dalla materia
vivente, dall’alga, all’uomo (Big bang neurologico)? Sappiamo che per il premio Nobel John Eccles,
un credente, l’uomo è troppo diverso dagli altri animali, per cui è spiegabile
solo chiamando in causa un principio spirituale, l’anima, che si concretizza
nel linguaggio, nel senso morale, nella libertà, nelle infinite capacità che
sono proprie dell’uomo e non dell’animale.
Per l’ateo Boncinelli no: l’uomo e l’animale
coincidono, ed anzi, essendo materia causalmente aggregata, come il sasso, non
differiscono sostanzialmente nè tra loro né con esso. Tutti ugualmente frutti
del caso, materia e basta. Però, nel suo “Le forme della vita”, ammette: “Fin
dall’inizio si è chiarito che questa teoria (neodarwiniana, ndr) spiega
benissimo certe cose, meno bene certe altre
e pochissimo altre ancora.
Quello che è successo prima della cosiddetta
esplosione del Cambiano e gli eventi che hanno portato all’evoluzione della
specie umana esulano un po’ da ciò che la teoria spiega bene”.
Altrove si chiede: essendo i batteri le
forme viventi più adatte all’ambiente, non sappiamo affatto perché essi
avrebbero dovuto evolvere in forme di vita più complesse, ma sicuramente più
fragili e meno adatte alla vita, come gli altri animali e l’uomo.
Sulla coscienza umana, aggiunge, da un punto
di vista scientifico, empirico, “non ne parla quasi nessuno seriamente. Perché
nessuno ne sa niente” (Corriere, 30/8/2008). E l’intelligenza? Di essa non vi
era “evoluzionisticamente parlando, alcun bisogno” per cui “la sua comparsa
sarebbe dovuto “al solito capriccio del caso”! Boncinelli vuole dunque spiegare
l’uomo solo in base a procedimenti meccanici e materiali, ma non ci riesce,
ammette di non averne la possibilità.
In conclusione mi sembra interessante
citare il pensiero di quello che è forse il più famoso darwinista vivente,
Francisco Ayala, che nel suo “L’evoluzione”, scrive: “Niente nella
natura del processo evolutivo rappresenta una premessa verosimile per la
nascita degli eucarioti. E non c’è nemmeno niente che renda probabile
l’evoluzione degli organismi pluricellulari. Ancor meno la comparsa degli
animali…Riattivando il nastro della vita le improbabilità si moltiplicano di
anno in anno di generazione in generazione, milioni e milioni di volte. Il
numero di improbabilità che risulta è di tale portata che, se ci fossero anche
milioni di universi grandi come quello che conosciamo, la probabilità per
l’uomo rimarrebbe infinitesimale anche dopo aver moltiplicato le improbabilità
per il numero dei pianeti possibili.
Queste improbabilità non sono da applicarsi solo ad homo sapiens ma anche ad ‘organismi intelligenti con cui è possibile comunicare’…
Non ci resta che concludere che gli esseri
umani sono soli nell’immenso universo e che saremo sempre soli”.
Ora, come ho avuto modo si scrivere sul Foglio,
se prendiamo questo ragionamento, l’estrema improbabilità della vita, in tutte
le sue forme, rimangano solo due conclusioni logiche: l’uomo è, come vogliono
Boncinelli e Monod, un numero, ma veramente fortunatissimo, irripetibile,
uscito ad una roulette che produce tutti numeri unici e fortunatissimi
(eucarioti, organismi pluricellulari, animali…); oppure l’infinita
improbabilità delle svariate forme di vita richiede un progetto, un disegno,
una causa intelligente, e l’infinita improbabilità dell’uomo è una prova logica
del fatto che non era necessario, bensì voluto. Nel primo caso faremo un atto
di fede nel Caso, evitando di spacciarlo per un atto scientifico; nel secondo
un atto di fede, fondato sulla ragionevolezza umana, in Dio.
Trento, 29 ottobre 2010 FRANCESCO AGNOLI