Il medico che si prestasse a dare esecuzione al decreto della Corte d'Appello di Milano, che permette il distacco del sondino nasograstrico ad Eluana Englaro, incorrerebbe in «gravissimi reati penali» e sarebbe denunciato per omicidio volontario. Anche qualora si trovasse una struttura disposta ad accogliere la giovane donna, tutti i medici e il personale sanitario di quella struttura avrebbero l'obbligo di intervenire per evitare la morte di Eluana e, se non lo facessero, potrebbero essere a loro volta denunciati.
Queste, in estrema sintesi, le argomentazioni contenute in una lettera inviata dal professor Giuliano Dolce, neurologo e direttore scientifico dell'Istituto Sant'Anna di Crotone, al presidente dell'Associazione nazionale medici delle direzioni ospedaliere (Anmdo), Giancarlo Finzi. Nella lettera, Dolce ricorda che «il caso Englaro viene trattato con modalità veramente stupefacenti, per cui è possibile che si verifichi una vera e propria "aberratio" con conseguenze disastrose per noi medici». In altri termini, secondo il neurologo, la vicenda ruota intorno alla «richiesta del tutore» (il padre di Eluana) alle strutture sanitarie italiane affinchè accolgano la figlia, richiesta fondata «sull'errato presupposto che questo sia un atto dovuto».
«In verità - scrive Dolce - non si vuole capire che da un punto di vista medico il decreto non è eseguibile senza incorrere in gravissimi reati penali, che alla fine colpiranno in primo luogo il direttore sanitario e susseguentemente i colleghi e tutti coloro che prenderanno parte all'attuazione del dispositivo del Tribunale».
Se, infatti, il decreto dell'8 luglio 2008 autorizza il distacco dell'alimentazione artificiale, nulla dice sulla possibilità di continuare a nutrire Eluana per le vie naturali. Una possibilità che lo stesso Dolce ha certificato essere possibile, dato che Eluana deglutisce e che, nei primi anni dopo l'incidente, la stessa madre la nutriva in questo modo. Inoltre, il neurologo calabrese ricorda che Eluana non è mai stata sottoposta alle «indagini specifiche» in grado di accertare la presenza della deglutizione.
«Il fatto che Eluana deglutisca - sottolinea Dolce - onde evitare una denuncia per omicidio volontario, con aggravanti perché si tratta di una gravissima disabile, impone quantomeno il tentativo continuato di una alimentazione e idratazione naturale. Nessuno, per quanto disabile sia, può essere lasciato morire di fame e di sete. Oltretutto sono molte le associazioni pronte a sporgere denuncia nel caso in cui Eluana sia lasciata morire in questo modo».
Nella lettera a Finzi, Dolce sottolinea anche la contraddittorietà del decreto milanese che autorizza ad interrompere l'alimentazione ma prescrive l'utilizzo di sostanze idonee ad «eliminare l'eventuale disagio da carenza di liquidi». «Tali sostanze - scrive Dolce - non esistono e, per evitare le sofferenze da mancata idratazione, che gli stessi giudici riconoscono, è necessario somministrare acqua non più per sondino, perché il distacco dello stesso è stato autorizzato dai magistrati, ma attraverso una flebo che costituisce, questa sì, una indiscussa terapia». Inoltre, riprendendo una recente dichiarazione di 26 specialisti italiani, francesi, spagnoli e tedeschi, il neurologo ricorda che «anche dopo molti anni, i dolori fisici spontanei o provocati da malattie intercorrenti o da inadeguate manovre, vengono percepiti dai pazienti e verosimilmente anche quelli provocati dalla fame e dalla sete». In sostanza, «lasciando senza acqua una persona per molti giorni, si pratica una vera e propria tortura su un soggetto gravemente disabile, reato questo che viene punito pesantemente dal codice penale». Ancora una volta, infine, Dolce ricorda che il decreto del Tribunale di Milano è meramente autorizzativo e che, perciò, «nessuno può essere obbligato a darne esecuzione».
di Paola Ferrario
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Denuncia certa per i sanitari che eseguono la sentenza
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