Ogni giorno si vedono sempre più segnali di «un enorme cambiamento nel conservatorismo americano, che si allontana dal consenso precedente per andare verso un nuovo nazionalismo. Ciò emerge chiaramente non solo dalla recente Conferenza nazionale sul conservatorismo che si è tenuta a luglio a Washington D. C. ma anche dal manifesto sottoscritto da alcuni cristiani che sembrano ansiosi di abbracciare il nazionalismo come compatibile con la fede cristiana».Inizia così la lettera pubblicata sulla più antica rivista di opinione cattolica negli Stati Uniti, «Commonweal Magazine», e firmata, tra gli altri, da docenti di teologia di varie università americane come Princeton, Boston College e San Diego. Nella rivista si puntualizza come la lettera non sia un editoriale ma solo un modo per far riflettere i fedeli statunitensi «sulle loro responsabilità politiche in questi tempi incerti».
Nel testo si esprime «tristezza» per la diffusione tra alcuni fedeli di orientamenti contrari al messaggio evangelico di amore e solidarietà verso il prossimo sostituito da pericolose tendenze nazionaliste: «Siamo ortodossi, cattolici e protestanti; repubblicani, democratici e indipendenti. Nonostante le nostre differenze confessionali e politiche, siamo uniti dalla convinzione che esistono certe solidarietà politiche che sono un anatema per la nostra fede cristiana condivisa».
Dopo aver messo in guardia dalle gravi conseguenze che possono scaturire «dall’alleanza con un nazionalismo illiberale come accadde in Germania negli anni Trenta», il testo prosegue sottolineando la necessità di porre un freno ad atti di violenza e intolleranza affinché non si ripetano analoghe situazioni. «Ancora una volta — si legge — rimaniamo a guardare mentre alcuni demagoghi demonizzano le minoranze vulnerabili, rappresentandole come parassiti infestanti che indeboliscono la nazione e quindi vanno rimosse. Ancora una volta rimaniamo a guardare mentre altri cristiani considerano se fondere la loro fede con politiche nazionaliste ed etno-nazionaliste al fine di rafforzare la loro base culturale. Ancora una volta delle maggioranze etniche confondono il loro blocco politico con il cristianesimo stesso».
Per fronteggiare una situazione definita «caotica», occorre il sostegno e la collaborazione di tutti i leader cristiani che devono aiutare la Chiesa a «far discernere ai fedeli i limiti delle legittime alleanze politiche. Ciò vale in modo particolare di fronte al crescente razzismo in America, dove coloro che non hanno la pelle bianca sono oggetto di abominevoli atti di violenza», come accaduto nella recente strage di El Paso, dove venti persone sono cadute sotto i colpi di un ventunenne che aveva postato su internet un manifesto razzista poche ore prima.
Molti, troppi, prosegue la lettera, scambiano nazionalismo con patriottismo. Termini che non sono sinonimi visto che «il nazionalismo forgia l’appartenenza politica a partire dalle identità religiose, etniche e razziali, vincoli di fedeltà tesi a precedere o a sostituire la legge. Il patriottismo, al contrario, è amore della legge e fedeltà a essa prima che a un leader o a un partito. Questo nazionalismo non è solo pericoloso politicamente, ma riflette anche profondi errori teologici che minacciano l’integrità della fede cristiana, ledono l’amore del prossimo e tradiscono Cristo».
A conclusione del testo sono presentate dai firmatari delle considerazioni finali sulla questione del nazionalismo dilagante del quale viene stigmatizzata la pretesa di usurpare i più alti valori di solidarietà cristiana: «L’identità nazionale non incide in alcun modo sul debito d’amore che abbiamo verso gli altri figli e figlie di Dio. Creati a immagine e somiglianza di Dio, tutti gli esseri umani sono nostri prossimi, a prescindere dallo status di cittadinanza. Respingiamo la tendenza del nazionalismo di omogeneizzare e ridurre la Chiesa a un unico ethnos. La Chiesa non può essere se stessa a meno che non sia piena di discepoli di “tutte le nazioni” (Matteo, 28, 19)».
Se città, stati e nazioni hanno dei confini, prosegue il documento, «la Chiesa non li ha mai. Se la Chiesa non è etnicamente pluralista, non è Chiesa, la quale, in obbedienza al Signore, esige una diversità di lingue». Per questo «respingiamo la xenofobia e il razzismo di molte forme di etnonazionalismo, espliciti e impliciti, come peccati gravi nei confronti di Dio Creatore. La violenza compiuta sui corpi degli emarginati è una violenza compiuta sul corpo di Cristo. L’indifferenza alla sofferenza di orfani, rifugiati e prigionieri è indifferenza a Gesù Cristo e alla sua croce» ed è un primo passo verso il baratro del male. Lo straniero, il rifugiato e il migrante non sono nemici delle persone. «Laddove il nazionalismo teme lo straniero come una minaccia alla comunità politica, la Chiesa lo accoglie come necessario per la piena comunione con Dio. Gesù Cristo si identifica infatti con il forestiero povero e incarcerato bisognoso di ospitalità: “Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Matteo, 25, 42-43)».
In ultima istanza viene imputata al nazionalismo la tendenza «alla disperazione» nel caso in cui non sia in grado di monopolizzare il potere e dominare gli avversari. «Quando, invece, in un dato paese i cristiani passano dalla condizione di maggioranza a quella di minoranza, non devono distorcere la loro testimonianza per mantenere il potere. La Chiesa rimane Chiesa anche come minoranza politica, anche quando non può influenzare il governo o deve affrontare la persecuzione».
Nella carità e nella speranza, conclude il testo dei docenti di teologia, «esortiamo i nostri fratelli cristiani a ripudiare le tentazioni e le falsità del nazionalismo. La politica della xenofobia, anche se travestita da onesta critica sociale, può essere perseguita solo in contraddizione al Vangelo. Una cultura della vita autentica accoglie lo straniero, abbraccia l’orfano e fascia le ferite di tutti coloro che sono i nostri prossimi, di tutti coloro che giacciono privi di vita sulla strada mentre i pii passano loro davanti in silenzio».
© Osservatore Romano - 22 agosto 2019