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Rassegna stampa etica
L'esortazione di Benedetto XVI all'accoglienza tra i popoli e l'ammonimento a non coltivare pregiudizi razziali vanno intesi entro l'ispirazione evangelica dell'unità del genere umano. Il cristianesimo, più di ogni altra religione monoteista, si batte da due millenni perché questa unità non sia soltanto una meta escatologica e spirituale, ma progressivamente si realizzi nella storia come insieme di persuasioni razionali e conquiste civili. Non si immeschinisca questo insegnamento, che trova occasione nella liturgia della scorsa domenica, che rievoca l'episodio della donna cananea, cui la fede in Cristo fa superare l'estraneità della sua origine rispetto al popolo d'Israele.

Non lo si riduca ad ammiccamenti con le polemiche politiche di questi giorni agostani tra opposizione e governo nel nostro Paese, o tra giornalismo cattolico di questo o quell'orientamento.

Dire sì all'accoglienza e no al razzismo significa enunciare il tema dell'integrazione in una fase dei processi di globalizzazione, che non tocca più economia, tecnologia, scienza, ma società nel senso pregnante e drammatico che questa categoria ha assunto nel nostro tempo, di rapporti tra persone. Non abbiamo più le società omogenee degli stati nazionali, esito adulto e maturo della civilizzazione occidentale. La nazione, faremmo bene a ricordarla con il verso manzoniano "una d'armi, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue, di cor", ospita oggi popolazioni che si accrescono di immigrati provenienti da Paesi di ogni continente e civiltà e razza. Demografi e sociologi, con la chiarezza dei loro strumenti e concetti, forniscono fotogrammi e sequenze dinamiche di breve periodo per seguire tali mutamenti. Ma la questione di fondo, politica e giuridica, resta quella della cittadinanza e del principio costituzionale di uguaglianza tra i cittadini. Non sono più i tempi in cui gli abitanti di un territorio possono vivere secondo principi e regole giuridiche del proprio gruppo d'origine. Chi ha creduto possibile l'opzione del multiculturalismo in luogo dell'integrazione non ha fatto i conti con il principio di uguaglianza, che è una irreversibile conquista dello Stato costituzionale moderno, in base al quale non solo i cittadini, ma tutti gli esseri umani hanno garanzia per i loro diritti. Esclusa ogni discriminazione di razza e di nazionalità, l'accoglienza degli immigrati va dunque perseguita in vista di dar loro e ai già cittadini una Patria comune. Si tratta di tutt'altro che di assimilazione nazionalistica. Si devono garantire a tutti opportunità sociali, economiche, culturali perché tutti si sentano uguali nella loro personale dignità umana.
Una immigrazione disordinata, se non addirittura clandestina, contrasterebbe l'esito che tutti auspicano di una convivenza serena nella sicurezza generale, ma anche nella promozione e libertà di ogni personale progetto di vita.
Certo, si tratta di un processo culturale, per cui devono mobilitarsi e collaborare realtà associative e istituzionali scolastiche, educative, religiose, perché la posta in gioco è quella del dialogo tra diverse civiltà e tradizioni. E di un processo politico e amministrativo che sappia costruire regole razionali e umane, per una selezione degli ingressi finalizzata ad un percorso di ben meritato ottenimento della cittadinanza nella seconda Patria di elezione.

© Copyright Il Messaggero, 19 agosto 2008