Il 26 ottobre scorso, nella Sala della Protomoteca del Comune di Roma, si è tenuto un convegno di studio organizzato dalla Pontificia Facoltà di Scienze dell'Educazione Auxilium e dall'Istituto Storico Salesiano su "Fare gli italiani con l'educazione", sulla base di due volumi editi per i 150 anni dell'unità d'Italia: Le Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia (1872-2010). Donne nell'educazione. Documentazione e saggi, a cura di Grazia Loparco e Maria Teresa Spiga (Roma, Las, 2011, pagine 592); Salesiani di don Bosco in Italia. 150 anni di educazione, a cura di Francesco Motto (Roma, Las, 2011, pagine 512). Pubblichiamo stralci dell'intervento del moderatore, vice direttore del nostro giornale e del contributo di Andrea Riccardi (università Roma Tre), relatore al convegno con Giuseppe De Rita presidente del Censis e Marianna Picucci esperta di pedagogia. Fatta l'Italia si trattava e si tratta di fare gli italiani: uno sforzo ciclopico. Gli inizi del Regno d'Italia sono coincisi con l'opera educativa di don Bosco che, con la sua invenzione del sistema preventivo in educazione, ha vinto la scommessa di fare il bene. Oggi i salesiani e le suore di don Bosco nel bilancio retrospettivo - documentato da due importanti volumi sull'azione dei salesiani e delle suore salesiane - valutano di aver fatto la loro parte per il bene dell'Italia.
Una parte non qualunque, a volte perfino determinante per fare delle nuove generazioni buoni cristiani e onesti cittadini.
In 150 anni di storia, sul piano civile e religioso e nell'ambito della conoscenza e dello sviluppo sono accaduti eventi, progressi e drammi impensabili nel 1861. L'Italia è diventata una repubblica, la Chiesa dalla percezione dell'assedio ha maturato una nuova capacità evangelizzatrice fino al dialogo tra le religioni e al comune impegno tra credenti e non credenti per la giustizia e la pace.
Agli inizi dell'Italia unita era legittimo attendersi un progresso amico. La realtà ha riservato invece ai giovani di ogni generazione rilevanti sofferenze e delusioni. Parlare adesso di salesiani e suore salesiane, nati nella mente di don Bosco per contribuire a creare società in dialogo con i giovani, non può avvenire senza fare i conti con l'oggi giovanile.
La giornata mondiale della gioventù, originata in qualche misura dalla crescente attenzione alla pastorale giovanile per decenni restata marginale nella Chiesa, è una bella realtà.
Ma sotto gli occhi di tutti milioni di giovani nel mondo lottano con privazioni e disagi; si contano centinaia di migliaia di giovani indignati in occidente; altri giovani, perfino ragazzi, combattono e muoiono in focolai sparsi di violenza e ingiustizia. Nel nostro Paese cresce una domanda di giustizia, lavoro e dignità. Gli stessi black block sono per lo più giovani e giovanissimi: fanno paura e inquietano. La loro violenza va decisamente rifiutata. Ma il fiume carsico della violenza giovanile - come apprese don Bosco nel sogno dei nove anni - non avrà soluzione scommettendo sulla repressione anziché sulla medicina della prevenzione che richiede agli adulti e alle istituzioni di raccogliere la sfida giovanile con capacità di ascolto, di corresponsabilità, perfino qualche sacrificio pur di salvare i giovani.
Don Bosco con il suo esempio di giovane sacerdote che si danna l'anima e si ammala fin quasi a morire per la fatica di stare appresso ai giovani sbandati, emarginati, carcerati, sfruttati sul lavoro, deve tornarci alla mente.
Egli pensava di non aver fatto mai abbastanza rispetto all'emergenza giovanile. Benedetto XVI è di analogo avviso se ha rilanciato l'emergenza educativa per un nuovo umanesimo solidale e città vivibili.
Tra le mille pagine di storia, cifre e analisi dei due volumi editi dalle salesiane e dai salesiani, vorrei attirare l'attenzione sulla storia di Arese - difficile carcere giovanile - perché è stato una vera sfida emblematica all'efficacia del sistema preventivo su cui trova senso, ancora oggi, l'intera impalcatura salesiana nel mondo. Si trattò di una sfida suggerita alle autorità italiane già dal cardinale Ildebrando Schuster e rilanciata poi dall'arcivescovo Giovanni Battista Montini nel 1955.
"Se voi educate i ragazzi bravi, sono buoni tutti più o meno - scriveva ai salesiani il futuro Paolo VI - Ma bisogna che vi misuriate con quelli non bravi, con quelli ribelli, con quelli pericolosi, con quelli con cui gli altri non ci riescono. Fate vedere, saggiate il vostro metodo".
Ad Arese, casa di rieducazione - si legge nelle carte - i giovani erano tagliati fuori dalle loro famiglie, messi al margine, per cui la rabbia e l'aggressività era forte in loro, rinchiusi anche da anni senza grandi speranze per il futuro.
Come si sa, la sfida fu vinta dai salesiani con il sistema preventivo fondato su ragione, religione, amorevolezza. "Fu un atto di sfida alle diffidenze e di fiducia nella vostra pedagogia - commentava Papa Montini nel 1969 - la cosa riuscì. Siamo riusciti. Siete riusciti. Più volte avendo fatto visita ad Arese, ho visto la metamorfosi: il ragazzo disteso, circondato di affetto, senza durezza disciplinare, in modo che potesse respirare altra aria che lo facesse diventare buono e capace di altra vita. Ma soprattutto avete dato speranza. Voi avete rimesso nell'anima del giovane la speranza nel nome di Cristo e di don Bosco. Vi ho addossato sulle spalle una croce così grave che oso dirvi grazie non nel mio nome, ma nel nome di Cristo, e vale tutto". E ancora: "Sono fiero perché avete dato ai ragazzi ciò di cui avevano bisogno: il cortile, il movimento, il gioco, la palestra, l'entusiasmo. E poi il lavoro: laboratori con ricchezza di macchinari, capi d'arte con tenacia specializzata, con didattica appropriata, con arte che vi qualifica maestri. E i giovani hanno ciò che è utile e ciò che è piacevole. L'Opera vostra spicca tra le altre, per gli utili e sani risultati che dà, risultati che possiamo dire miracolosi. Vi auguro di fare più miracoli di sant'Antonio". In attesa di miracoli a favore dei giovani anche del nostro tempo, merita un cenno un miracolo già avvenuto: la storia delle figlie di Maria Ausiliatrice. Dal volume si ricava solo indirettamente mancando un'esplicita trattazione: il contributo delle suore salesiane al movimento di emancipazione della donna.
Esiste una ragionevole convinzione che la carica propulsiva del sistema preventivo di don Bosco non sia ancora esaurita e che, se applicato, potrebbe venirne un beneficio per il Paese.
(©L'Osservatore Romano 28 ottobre 2011)