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Rassegna stampa etica
amore in famigliaQuella del “reddito di maternità” è una delle pagine del programma del Popolo della Famiglia che più è piaciuta ai grandi attori della politica nazionale (Berlusconi stesso la scopiazzò in un discorso alla Coldiretti). I detrattori apriori del PdF sono arrivati a dire che si tratterebbe di una forma di assistenzialismo statalista. Cosa che merita un accurato distinguo in vista di una retta comprensione

di Emiliano Fumaneri

In queste ore i «guerrieri dell’informazione - in particolare i membri di qualche club cattorotariano storicamente vicino ai circoli intellettuali e finanziari del conservatorismo liberale americano - impazzano sui social per cercare di convincerci che «statalismo» e «assistenzialismo» sono delle brutte parole. Negli ultimi giorni il fuoco di fila di questi attivisti si è andato via via concentrando sul reddito di maternità, l’indennità mensile di mille euro che il PdF vorrebbe concedere alle mamme che decidono di rinunciare al lavoro per dedicarsi a un lavoro che ritengono ben più importante che fare la commessa o la donna delle pulizie: la cura e l’educazione dei propri figli. Inutile dirlo, il reddito di maternità per questi circoli rappresenta il vertice dell’assitenzialismo e dello statalismo.
Come spesso accade nelle discussioni coi circoli della destra cattolica ci troviamo di fronte a una sottile - ma non per questo meno violenta - forma di manipolazione. Cosa possiamo replicare? Nessuno si sogna di negare che statalismo e assistenzialismo siano abusi. Sono «ismi» appunto. Ma questi club vanno ben oltre la denuncia dell’abuso e condannano l’uso, arrivando a bollare come espressione di statalismo e di assistenzialismo praticamente ogni intervento dello stato nella vita sociale ed economica del paese. Anche se questi agitprop cercano di accreditarsi come la «voce del Magistero», bisogna sapere che l’antistatalismo - cioè l’avversione pregiudiziale e ideologica nei confronti dello stato - è contrario alla Dottrina sociale della Chiesa. Nel suo insegnamento sociale la Chiesa distingue infatti, in maniera chiara, lo statalismo e il legittimo interventismo statale. Ad esempio: trattando dello «Stato del benessere » o dello «Stato assistenziale», Giovanni Paolo II scrive che «intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese». (Centesimus annus, n. 48). Il PdF è consapevole che la pressione fiscale può divenire un modo per strangolare surrettiziamente la libertà economica e imporre un socialismo larvato (ancorché mascherato da «welfare»). Per questa ragione il PdF si oppone a ogni ipotesi di welfare centralista (si veda ad esempio il punto «“S” come sussidiarietà » dei 26 punti di orientamento del Popolo della Famiglia). Ma un conto è essere contro gli abusi del dirigismo statale, un altro è essere contro ogni intervento dello stato nell’economia. Invito tutti, a cominciare dai cattorotariani, a leggersi il paragrafo 351 del Compendio di dottrina sociale della Chiesa intitolato «L’azione dello Stato», dove scopriamo che il principio di sussidiarietà, che riconosce la legittima autonomia delle comunità naturali, prima fra tutte la famiglia, deve accompagnarsi al principio di solidarietà: «L’azione dello Stato e degli altri poteri pubblici deve conformarsi al principio di sussidiarietà e creare situazioni favorevoli al libero esercizio dell’attività economica; essa deve anche ispirarsi al principio di solidarietà e stabilire dei limiti all’autonomia delle parti per difendere la più debole». Somo due gli errori che discendono dal divorzio tra solidarietà e sussidiarietà, avverte l’insegnamento sociale della Chiesa:

1) solidarietà senza sussidiarietà, che degenera facilmente in assistenzialismo.

2) sussidiarietà senza solidarietà, che rischia di alimentare un localismo egoistico.

Per assicurare un buon dosaggio tra questi due principi fondamentali, l’intervento statale in campo economico non deve essere invadente o carente bensì commisurato alla reali esigenze delle società. (*) Sempre la Centesimus annus sancisce che «lo Stato [...] ha il diritto di intervenire quando situazioni particolari di monopolio creino remore o ostacoli per lo sviluppo. Ma, oltre a questi compiti di armonizzazione e di guida dello sviluppo, esso può svolgere funzioni di supplenza in situazioni eccezionali, quando settori sociali o sistemi di imprese, troppo deboli o in via di formazione, sono inadeguati al loro compito. Simili interventi di supplenza, giustificati da urgenti ragioni attinenti al bene comune, devono essere, per quanto possibile, limitati nel tempo, per non sottrarre stabilmente a detti settori e sistemi di imprese le competenze che sono loro proprie e per non dilatare eccessivamente l’ambito dell’intervento statale in modo pregiudizievole per la libertà sia economica che civile». (Centesimus annus, 48) Per analogia, il medesimo diritto-dovere di supplenza statale è legittimato nel campo del cosiddetto reddito di maternità (una misura già adottata in Germania col nome di Kindergeld o Elterngeld). Su questo punto prima di parlare occorrerebbe informarsi.

Che il crollo della natalità sia un’emergenza assoluta - dunque una situazione eccezionale - è opinione condivisa anche dai cattorotariani, costretti a inchinarsi alla realtà dei fatti: 1,34 figli per donna, con l’Italia maglia nera della denatalità in Europa, 464 mila nascite secondo le ultime rilevazioni statistiche, record negativo. Quanto è meno noto sono le cause della denatalità. Secondo i demografi Maria Castiglioni e Gianpiero Dalla Zuanna l’Italia è un tipico caso di «lowest-low fertility» (fecondità “più bassa del basso”). In Italia nascono pochi figli per il concorso di una serie di circostanze concomitanti:

- Centralità del figlio per la famiglia italiana: è paradossale, ma sono i legami forti tipici della famiglia italiana a enfatizzare la responsabilità e l’ansia dei genitori per la condizione sociale dei propri figli. Questo accentua il costo da sostenere per garantire ai figli il meglio.

- Sussidiarietà senza solidarietà: i grandi investimenti genitoriali sui figli, anche qui paradossalmente, hanno fortemente disincentivato lo sviluppo di supporti pubblici per le famiglie con figli perché si tende a considerare il figlio come un bene privato, i cui oneri e onori si giocano tutti all’interno della famiglia. Per i loro figli gli italiani vogliono il “massimo”.
Ora, cosa è successo poi negli ultimi cinquant’anni?
Che con l’innalzamento del livello di prosperità della società i figli sono venuti a costare sempre di più. Si è alzato lo standard dei consumi. Mentre negli Venti e Trenta era normale vivere con un solo reddito e tre figli, oggi i genitori faticano a vivere con due redditi e due figli. Il fatto è che lo standard dei consumi è un concetto piuttosto relativo. Se tutte le persone adulte possiedono un’auto; se chiunque abbia più di 10 anni possiede uno smartphone; se tutti vanno in vacanza; se tutti i bimbi praticano sport e vanno dal dentista; se tutti i ragazzi studiano e si laureano ecc., allora per due genitori che vogliono il massimo per i loro figli la spesa corrispondente per mantenere un tale status di vita diventa un obbligo sociale. Questa crescita dei consumi ha dunque delle precise conseguenze in termini non solo economici ma anche di psicologia sociale: l’aumento crescente dell’ansia dei genitori per lo status dei propri figli (nel mondo anglosassone si parla appunto di status anxiety) e l’aumento più che proporzionale del costo dei figli rispetto al reddito dei genitori, anche se i figli diminuiscono di numero. C’è un problema infatti: il “figlio di qualità” costa. E costa sempre di più. Così, fanno osservare i due illustri studiosi, nell’attuale sistema sociale italiano si è imposta una specie di “trappola del figlio in più”: le donne che dopo il parto ritornano a lavorare avrebbero i soldi per mantenere un altro figlio, ma non hanno abbastanza tempo da dedicargli; per le donne che smettono di lavorare, invece, ci sarebbe abbastanza tempo da dedicare al figlio, ma non ci sono i soldi per mantenerlo. A causa di questa specie di aut aut molte famiglie rinunciano al secondo, al terzo o al quarto figlio, anche se desidererebbero averlo. Non è vero che in Italia non si fanno figli per egoismo. Non si fanno figli perché, paradossalmente, li si ama troppo. Ma di un amore malsano, idolatrico. Ragion per cui, non potendo avere soldi per mantenerli o tempo a sufficienza da dedicargli, si rinuncia a metterli al mondo. Di fronte a questo quadro oggettivamente allarmante il PdF non pensa solo a stracciarsi le vesti, non pensa soltanto a imbastire sterili quanto limacciosi discorsi - così amati invece dalla destra cattolica più reazionaria - sulla corruzione dei tempi. Il PdF col reddito di maternità - che, a scanso di equivoci, non è l’unica misura del programma a sostegno della natalità, ma va vista in un contesto globale che comprende anche il quoziente familiare, la partita IVA per le famiglie ecc. - intende contrastare fattivamente la trappola del “trappola del figlio in più” che impone alle donne di scegliere tra il tempo da dedicare al figlio e i soldi per mantenerlo.


(*) Sui benefici dello stato-imprenditore invito a informarsi sul libro di Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, Roma- Bari 2014.

2 marzo 2018
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