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Rassegna stampa etica

Nel settembre 2008 in Svizzera entrerà in vigore una Ordinanza federale sulla protezione degli animali. Chiunque voglia tenere un cane dovrà seguire dei corsi di formazione di qualche decina di ore, come si fa per la patente di guida. L'obbligo non riguarda i cani di razza pericolosa ma anche quelli più inoffensivi. E' chiaro che la prescrizione non è quindi a tutela delle persone ma degli animali. Non si potrà nemmeno tenere un porcellino d'India da solo, ma unicamente in coppia. Quanto ai pesci, la norma consiglia di anestetizzarli prima di ucciderli. Il Cantone di Zurigo ha anche istituito un posto per avvocato degli animali.

Passiamo ora alle piante. Nell'aprile del 2008 la "Commission fédérale d'éthique pour la biotechnologie dans le domaine non humain" della Svizzera ha pubblicato un curioso Rapporto sul tema "La dignité de la créature dans le règne végétal". Secondo il Rapporto le piante hanno degli "interessi propri" e l'uomo ha l'obbligo morale di rispettarli. Per avere degli interessi propri, le piante dovrebbero avere la capacità di sentire qualcosa come "bene" e "male". Ed infatti il Rapporto la pensa proprio così: "possiamo immaginare che le piante siano capaci di avvertire danno e beneficio", nonostante siano sprovviste di sistema nervoso. Secondo il Rapporto alcune conclusioni della biologia molecolare inducono a ritenere che "nel regno vegetale si diano numerosi processi e reazioni a livello cellulare non molto differenti da quelli degli animali, con i quali le piante condividono tre miliardi di anni di storia comune. Le piante sono capaci di scegliere (!!!) tra diversi comportamenti e di adattarsi all'ambiente. Allo stesso modo degli animali, esse interagiscono in modo complesso con l'ambiente che le circonda".


Non abbiamo niente contro animali e piante. Però in questi casi siamo in presenza di una morale utilitaristica che lascia molto perplessi. L'utilitarismo assume come criterio morale le conseguenze di un atto: se esse consistono in una maggior benessere per il maggior numero di esseri implicati allora l'atto è buono. Ciò comporta che si tenga conto solo della capacità di soffrire. Può accadere così che se un cane può provare dolore ed invece un embrione umano no, in quanto il suo sistema nervoso non si è ancora formato, la sperimentazione sugli animali va rifiutata e quella sugli embrioni umani permessa.


Lo stesso si può dire per gli "interessi" delle piante. Se il bene è sostituito dall'interesse  e l'etica si riduce a bilanciare gli interessi, dare un calcio ad un soffione sul bordo del sentiero è più grave di sopprimere un embrione soprannumerario, che non esprime nessun interesse. Si può perfino pensare che un essere umano in coma irreversibile valga meno di un vegetale, dato che quest'ultimo può avere uno sviluppo.


La linea di confine tra l'uomo e gli animali tende ad assottigliarsi molto. In Francia Jean-Marie Schaeffer ha pubblicato da Gallimard un libro di ben 446 pagine proprio per decretare, come suona il titolo, "La fine dell'eccezione umana". L'umanità ha l'unità di una specie biologica e la cultura non serve a distinguere l'uomo dagli animali, dato che secondo Schaeffer «Le culture sono molte, non solo perché le culture umane sono diverse, ma anche perché la cultura umana non è la sola cultura animale».


A ben pensarci, però, per poter dire che l'uomo non è superiore alla scimmia bisogna essere uomo. La scimmia non ci riesce. Per ridurre l'umano, bisogna avere, anche solo implicitamente, una visione più ampia dello spazio ridotto. Chi dice di non essere di più di una scimmia deve essere di più di una scimmia.


Proprio in questi giorni esce un bel libretto del cardinale Christoph Schönborn a proposito di questi temi (A Sua immagine e somiglianza, Lindau, Torino 2008, pp. 107, € 12). Intanto egli ricorda che la tesi della fine della differenza tra uomo e animale non è nuova, anche il filosofo Pagano Celso lo diceva:  «Perché non potrebbe essere - egli diceva - che noi, invece,  siamo fatti per loro dato che ci danno la caccia e ci divorano?» Per lui non conta nemmeno il fatto che l'uomo, con il suo ingegno, abbia costruito le città, dato che lo fanno anche le formiche e le api. Quindi, secondo Celso, "ogni cosa è stata fatta non per l'uomo, né per il leone, né per l'aquila, né per il delfino, ma affinché questo mondo, in quanto opera di Dio,  diventi completo e perfetto in tutte le sue parti». Celso era pagano,  ma poi c'è stato il croistianesimo che ha detto bel altre cose. Significa allora che questo "cosmismo" indifferenziato è segno di un paganesimo postcristiano? Sì, per il cardinale è così.

L'Occidentale