Dal 13 al 15 novembre si svolgerà a Roma - in Campidoglio, presso la Pontificia Università Lateranense e presso l'università di Roma Tre - il convegno "La Costituzione repubblicana. Fondamenti, principi e valori tra attualità e presente". Il rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore ha sintetizzato per "L'Osservatore Romano" i contenuti della sua relazione.
di Lorenzo OrnaghiDopo la fine della contrapposizione bipolare della guerra fredda e il rapido svuotarsi delle rigide appartenenze ideologiche, non sono mancati gli appelli a far sì che la Costituzione italiana riuscisse a essere un mito politico, la fonte di una più coesa e riconoscibile identità nazionale. È oggi piuttosto facile constatare come simili appelli - al pari del richiamo alla necessità del "patriottismo costituzionale" - abbiano faticato a far presa su una società in cui le vecchie divisioni politiche si combinano - e si sovrappongono, senza precise geometrie - in un'apatia e talvolta in un livore, in gran parte nuovi. Ma forse la difficoltà a rispondere a tali appelli va cercata altrove, e cioè proprio in quel cambiamento del nesso fra istituzioni e società, da cui maggiormente è stata ed è messa alla prova la Costituzione italiana.
Il duplice carattere di "compromesso" e "progetto" - presente, a giudizio di molti studiosi, sin dalle origini della Costituzione - una volta privato di quella pur ambivalente anima politica che sostenne la Carta per circa un quarto di secolo, rischia di restituire, ingigantita, l'impressione di "indeterminatezza" già resa pubblica negli anni Sessanta dal grande giurista Arturo Carlo Jemolo. Finita la stagione del compromesso - o dell'"armistizio", secondo Jemolo - la realizzazione del progetto costituzionale sempre più debolmente trova il suo perno nel nesso partiti-società. Certo, i partiti non sono affatto venuti meno. E però sono radicalmente cambiati, nella loro identità e anche, non di rado, nelle loro più tradizionali funzioni. Mentre quasi tutti i partiti oggi esistenti non puntano più a ritrovare nella società il terreno su cui realizzare il "progetto" costituzionale, a sua volta la società non può più essere intesa come il campo - privo di autonomia - su cui si manifesta per intero la politicizzazione esercitata dai partiti.
Ernst-Wolfgang Böckenförde, illustrando l'importanza della separazione fra Stato e società, ha distinto quattro diversi modelli di ordinamento del rapporto fra lo Stato e la società: a) il modello autoritario, che "mira all'autonomia e indipendenza della sfera decisionale dello Stato da influenzamenti da parte della società"; b) il modello liberal-democratico, il quale "prende le mosse da una possibilità regolata di partecipazione di tutti alla creazione della volontà politica e dal libero accesso alle posizioni decisionali dello Stato, a prescindere dai limiti, che sono conservati, dell'influsso statale della società"; c) il modello istituzionale, forma intermedia fra l'autoritario e il liberal-democratico; d) il modello totalitario, che "comporta l'abolizione della contrapposizione Stato-società". All'interno di questa tipologia, la Costituzione italiana non può che essere ricondotta al modello liberal-democratico. In effetti, nel sistema disegnato dalla Carta, l'importanza pratico-costituzionale del mantenimento della distinzione fra Stato e società non solo risiede nella limitazione del potere statale di decisione in quanto tale, ma si manifesta anche - per continuare l'analisi di Böckenförde - "rispetto alle forme organizzative della creazione della volontà politica e alla separazione dell'ambito statale da quello pubblico".
È proprio questa "separazione dell'ambito statale da quello pubblico" - soprattutto nelle sue strutture istituzionali e organizzative - a essere stata investita con maggior forza dalle conseguenze di quel processo più ampio e di lunga durata, che già Roberto Ruffilli, alla metà degli anni Ottanta, decifrava con chiarezza. Osservava infatti Ruffilli che "ovviamente il potere politico non è scomparso, ma si è avuta una diffusione, una dislocazione di esso a diversi livelli; tutto ciò ha comportato la crisi anche dei meccanismi di controllo del potere stesso, che erano stati inventati per un potere fortemente concentrato". Questa diffusione e accresciuta competizione (o conflitto) di luoghi molteplici di potere accentua, necessariamente, l'impossibilità di integrare la società nello Stato.
All'orizzonte, e talvolta già nel nostro presente, qualche studioso intravede il profilarsi di forme di "postdemocrazia", guidate o dominate da ristrette e potenti oligarchie. Forse, allora, più attuale e cogente torna l'allarme che Giuseppe Capograssi lanciava nel 1945, quando si chiedeva, per la Costituzione ancora tutta da scrivere, "dove mettere le basi, dove trovare quel tanto di fermo e di solido che è necessario per fondare una costituzione, cioè il centro, il punto fermo attorno a cui si deve raccogliere, e trovare unità e sostegno, la infinita mobilità della vita storica di un popolo". Ed è da qui, da questo "punto fermo" in cui si rappresentano e condensano la storia e l'ethos di un popolo, che ogni Costituzione - anche quella italiana - più che pretendere di "costituzionalizzare" i cambiamenti della società, può aspirare a essere la "comune base" per orientarli.
(©L'Osservatore Romano - 14 novembre 2008)