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Fame nel mondo 2Marcelo Figueroa

Monsignor Óscar Vicente Ojea, vescovo di San Isidro e presidente della Conferenza episcopale argentina, ci ha ricevuti nella sua sede di Buenos Aires, come inviati de «L’Osservatore Romano», con la cordialità e il calore che ci ha sempre riservato. Gli abbiamo chiesto quali sono i suoi pensieri, le sue aspettative e le sue riflessioni di fronte alla situazione planetaria alla luce dell’imminente incontro sinodale, e soprattutto rispetto all’invito a una “conversione ecologica”.

Quelle che seguono sono le sue costruttive parole, dette con grande passione e convinzione spirituale. «Papa Francesco nel suo magistero ci parla di tre conversioni. La conversione pastorale, che tratta diffusamente nella Evangelii gaudium, e che è la conversione della Chiesa alla missione e un appello a rimuovere le strutture che la ostacolano. Poi la conversione ecologica, che presenta nella Laudato si’ e che riguarda l’enorme sfida da affrontare la crisi planetaria che si è prodotta nella nostra casa comune e l’invito a prendercene cura. E, infine, ci parla della conversione sinodale della Chiesa, tema trattato prima nel discorso per l’anniversario dell’istituzione del sinodo e poi nella Episcopalis communio».
«Soffermiamoci sulla conversione ecologica. Il Santo Padre, all’inizio della Laudato si’, ci presenta il rapporto tra l’uomo e la natura basandosi sulle Sacre Scritture e in particolare sul Cantico delle creature di san Francesco. Si tratta di una relazione armoniosa tra l’uomo, la natura, se stessi, il prossimo, e con Dio. Una relazione in cui san Francesco si rivolge prima di tutto al Dio Altissimo, il cui nome nessun uomo è degno di nominare. E questo va detto perché san Francesco loda prima l’Altissimo Creatore, poi il fratello sole, la luna e le stelle, il fuoco, l’acqua, e infine la sorella madre terra. Questo meraviglioso cantico è il primo poema in lingua vernacolare italiana. Il Papa prende da questa spiritualità tutto il suo significato per pensare all’uomo di fronte alla natura. Non come lo presenta il soggettivismo moderno, che lo pone di fronte alla natura, come se fosse qualcosa di estraneo a lui, come se fosse un ambito o un oggetto da cui si può estrarre o ricavare tutto ciò che si vuole e in cui intervenire a proprio piacimento. Perché anche l’uomo è natura, l’uomo è acqua, l’uomo è terra e l’uomo è aria. Lungi dall’avere una posizione di dominio o di superiorità, l’uomo deve vedere se stesso come amministratore della casa comune. Come un responsabile dotato di intelligenza e di volontà, ma senza giungere all’estremo di adorare la natura, il che diventerebbe una sorta di panteismo. L’uomo sostituisce la categoria di “dominio” con quella che è l’asse dell’enciclica, la categoria di “cura”. La cura si basa sul rispetto per ogni essere, per ogni creatura che è amata di per sé da Dio e proprio per questo è necessaria e contribuisce all’armonia e all’insieme di tutta la creazione. Allora, in un certo senso, il fatto di concepire l’uomo custode, significa che l’uomo sta curando, rispettando, proteggendo, prevenendo e suscitando continuamente azioni che fanno di lui il responsabile di una “cura”, per cui deve mantenere un certo equilibrio e rispetto dell’altro».
«Come risolvere allora il problema che ci si pone in una natura bella, meravigliosa, dono di Dio, che è al tempo stesso minacciata e di fronte a un grave pericolo? Per poter sviluppare il tema, il Papa, convocando il Sinodo, c’invita a una riflessione su un territorio concreto che racchiude quasi otto milioni di chilometri quadrati, con il fiume più grande del mondo che ha oltre mille affluenti e con un ecosistema che salvaguarda l’equilibrio attraverso l’umidità. Di un’area in una regione che ha il venti per cento delle riserve di acqua dolce e contiene un terzo del carbonio del mondo. In questo luogo concreto, il Papa intende pensare a come realizzare una conversione ecologica indispensabile. Mette in parallelo l’amore per la terra e l’amore per i poveri perché il grido della terra è il grido dei poveri, in questo caso degli abitanti del bacino dell’Amazzonia. La conversione ecologica racchiude una conversione culturale, economica, sociale e anche generazionale. La terra è un dono di Dio e per questo è legata alla logica della ricettività. Noi riceviamo la terra che abbiamo ereditato. Nel riceverla, dobbiamo trasformarla e custodirla per le generazioni future. Ma, al tempo stesso, viviamo un’enorme immediatezza, dove si parla sempre meno del futuro. Ciò mette in crisi il senso stesso della nostra vita sulla terra. Che cosa stiamo facendo con la terra che abbiamo ricevuto? L’abbiamo ricevuta per depredarla o per prendercene cura e trasformarla per le nuove generazioni? Abbiamo un qualche dovere verso le nuove generazioni o lasceremo loro una discarica di spreco e di sperpero, con l’acqua super inquinata, con un cambiamento climatico irrefrenabile che causerà a milioni di esseri umani un danno enorme attraverso il riscaldamento globale e difficoltà a usufruire dell’ossigeno nel pianeta? Allora, tutto ciò richiederà da noi una conversione che deve abbracciare diversi aspetti della nostra persona. Una conversione che coinvolge le nostre abitudini di consumo — perché comprare è anche un atto morale — l’ambito educativo ed economico, il nostro stile di vita. Una conversione che infine porti a stabilire una spiritualità nuova che consenta una maggiore consapevolezza dinanzi al problema ecologico. A partire dalla vita spirituale, mi domanderei dove dobbiamo metterci per ascoltare il grido dei poveri e della terra. E una volta scoperto dove, dobbiamo unirci per creare consapevolezza di questo dovere e di questa missione che tutti abbiamo verso la terra e verso i nostri fratelli».

© Osservatore Romano - 9 agosto 2019 




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