L’opera missionaria della Caritas in Kazakhstan

Nel cuore dell’Asia centrale la missione si fa portando agli uomini e alle donne più vulnerabili o emarginati aiuto, consolazione e speranza in nome di Gesù Cristo. «Questo commuove: l’amore gratuito tocca il cuore dell’uomo. Quando un anziano in condizioni di estremo disagio riceve da un volontario della Caritas un aiuto inaspettato e imprevisto, allora dal suo cuore sgorga la domanda: perché lo fate?
Questi spiragli sono l’anticamera del Vangelo e aprono la strada all’annunzio della buona notizia dell’amore di Dio. È la dinamica cristiana del dono a sommuovere il cuore dell’uomo, anche qui in Kazakhstan». Lo racconta in un colloquio con «L’Osservatore Romano» don Guido Trezzani, da ventidue anni missionario italiano nel paese e oggi direttore della Caritas kazaka. Nel Mese missionario straordinario proclamato in questo ottobre da Papa Francesco, la piccola comunità dei cattolici nel territorio centro-asiatico, rimarca don Trezzani, «è chiamata a uno slancio missionario, a uscire dalla propria zona di comfort, a lasciarsi provocare sempre di più dalla realtà circostante, e a mettersi in movimento per il bene dell’altro. Finché c’è una persona che ha bisogno d’aiuto, non si può restare seduti e tranquilli in casa propria, o nella propria parrocchia. Oggi la Chiesa in Kazakhstan si rivolge al prossimo con l’animo del buon samaritano evangelico, tenendo presente la vastità del territorio e guardando soprattutto alle famiglie, ai disabili, agli anziani in difficoltà».
Il tessuto sociale del nono paese più esteso al mondo, nel cuore dell’Asia centrale, con una popolazione di diciotto milioni di abitanti, è segnato da una maggioranza di circa due terzi della popolazione che professa l’islam, mentre il 20 per cento è cristiano ortodosso russo. Accanto a piccole comunità di luterani e ad altri gruppi protestanti, la comunità cattolica conta circa 150.000 fedeli, accompagnati da religiosi di venti diverse nazionalità, per un totale di centoventi preti e centotrenta suore. Indipendente dal 1991, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, dal punto di vista istituzionale lo Stato si presenta come una democrazia laica: se da un lato garantisce libertà di culto, lo Stato pone alcune limitazioni alle comunità religiose, soprattutto un controllo delle attività, cresciuto con il timore di diffusione di gruppi radicali islamisti.
La libertà religiosa per i fedeli è assicurata dal riconoscimento ufficiale della Chiesa cattolica, avvenuto nel 1998 grazie all’accordo fra Santa Sede e Repubblica del Kazakhstan, che ha previsto la creazione di una nunziatura apostolica, con la conseguente strutturazione della Chiesa nelle diocesi di Maria Santissima in Astana, Karaganda e Santissima Trinità in Almaty, accanto all’amministrazione apostolica di Atyrau e a quella per i fedeli cattolici di rito bizantino in Kazakhstan e nell’Asia Centrale.
Va detto che il paese è ancora nella fase di costruzione della propria identità, a livello etnico, culturale e linguistico. I sovietici, infatti, adoperavano questo territorio come luogo di deportazione e gli attuali abitanti sono, in parte, discendenti di prigionieri russi, polacchi, tedeschi, mentre i kazaki autoctoni erano un popolo di pastori nomadi, quindi con un’identità piuttosto difficile da definire. In quest’ottica, per esempio, il governo sta promuovendo un progetto di rialfabetizzazione della lingua kazaka con le nuove generazioni urbane, che conoscono solo il russo. Anche la Chiesa celebra le liturgie in russo, ma sta inserendosi in questo processo: nel 2019 è stato pubblicato il primo libro religioso in kazako ed è in corso la traduzione del messale nella lingua locale.
«È una nazione ricca di contrasti — racconta don Trezzani — dove la marcata occidentalizzazione di Almaty (l’ex capitale, che conta circa un milione di abitanti) si affianca agli sterminati spazi rurali che caratterizzano il paesaggio al di fuori della città. È un territorio ricco di petrolio dove però esistono sacche di emarginazione sociale: soprattutto nelle aree rurali, le abitazioni sono senz’acqua, corrente elettrica e riscaldamento. Gli anziani spesso vivono in condizioni di abbandono, non c’è occupazione per i giovani, mancano prospettive per il futuro». In questa cornice si inserisce l’opera della Caritas che, come espressione della comunità cattolica, promuove un impegno sociale nei settori più diversi: «Cerchiamo di essere vicini a disabili, anziani, giovani, famiglie in difficoltà. Promuoviamo, poi, progetti di carattere agricolo seguendo il criterio della sostenibilità ambientale e corsi di formazione professionale, anche grazie a collaborazioni con enti e organismi internazionali».
In un paese a maggioranza musulmana, dove prevale una forma di islam moderato e la convivenza tra etnie e religioni è fortemente promossa dal governo, «come cattolici ci caratterizziamo e siamo riconoscibili in quanto promotori di una speciale attenzione alla dignità dell’uomo e alla casa comune. Con la nostra testimonianza e le nostre attività vogliamo dire che siamo qui per un bene comune, per la società. Per questo abbiamo attivato progetti sociali, sanitari, educativi, ecologici, di formazione professionale, senza alcuna discriminazione sui destinatari, che sono persone di ogni etnia e religione. Quando si coglie l’attenzione alla persona, compiuta nella gratuità, c’è accoglienza totale. La differenza religiosa non è mai un ostacolo. L’amore disinteressato verso il prossimo fa breccia e ci contraddistingue. Questi sono i fedeli cristiani, dice la gente, coloro che hanno incontrato Gesù Cristo e lo portano al prossimo», osserva il direttore dell’organismo ecclesiale.
Con questo spirito la Caritas ha promosso anche uno speciale progetto che vede come beneficiari i bambini affetti da sindrome di Down. L’iniziativa è nata su richiesta di due madri che vivevano in famiglia quella realtà, mentre, a livello sociale, lo Stato non garantisce assistenza: «In Kazakhstan esiste ancora una difficoltà culturale a relazionarsi con la disabilità, per il senso di vergogna o per la tendenza a considerarla una punizione divina. Sta di fatto che questi bambini vivono chiusi in casa. Abbiamo iniziato, allora, un’opera di formazione e di prossimità con le famiglie, convocando specialisti anche dall’estero. Abbiamo attivato ad Almaty un progetto specifico, del tutto gratuito, seguito oggi da circa seicento famiglie. E ve ne sono altre cento che vogliono aderire, in altre due città».
L’opera dedicata all’infanzia resta il fiore all’occhiello della Chiesa kazaka. Ne è la prova la comunità del «Villaggio dell’Arca» a Talgar, nei pressi di Almaty, che accoglie bambini disabili, orfani o con problemi familiari. La struttura, fondata proprio da Guido Trezzani nel giugno del 2000, «ha visto in questi anni tanti bambini e ragazzi crescere e iniziare la propria vita adulta, oppure trascorrere solo un breve periodo, che comunque ha concesso alla loro famiglia la possibilità di superare momenti difficili», rileva il missionario. Oggi «siamo perfettamente integrati nella comunità civile e per noi è un bel risultato. Nell’Arca è nata anche una scuola per genitori che vogliono diventare affidatari e che poi, spesso, trovano un bambino di cui prendersi cura proprio tra i ragazzi del villaggio. Sono tutte famiglie musulmane. In questi piccoli segni di fraternità vediamo la speranza per la fioritura del Vangelo della misericordia in terra kazaka», conclude don Trezzani.
di Paolo Affatato
© Osservatore Romano - 16 ottobre 2019