Gianpaolo RigottiChi sono i cristiani d’Oriente? Chi sono le Chiese orientali in comunione con la Chiesa di Roma e con il suo vescovo, Papa Francesco? La nuova edizione (2017) di Oriente Cattolico dà una risposta offrendo il quadro storico, geografico e amministrativo delle Chiese d’oriente.
È un’iniziativa della Congregazione per le Chiese orientali che si propone di esercitare un servizio educativo e formativo anche al di fuori dell’ambito strettamente ecclesiastico: con questa pubblicazione si rivolge alle scuole, agli atenei, agli istituti di ricerca, si confronta in particolare con gli interrogativi di quanti sono desiderosi di superare stereotipi, luoghi comuni, se non addirittura percezioni approssimative o errate circa la cristianità orientale e le sue dinamiche ecclesiali, ecumeniche e interreligiose.
Oriente Cattolico è una pubblicazione seriale, preceduta da altre quattro edizioni pubblicate rispettivamente nella prima e nella seconda metà del secolo scorso: nel 1929 e nel 1932, nel 1962 e nel 1974; sintomo chiaro, questo, di un impegno costante che il Dicastero ha sempre dedicato alle pubblicazioni nell’intento di far sì che l’occidente latino conosca meglio l’Oriente cristiano e il suo patrimonio teologico, storico, liturgico, spirituale, canonico e artistico, le istituzioni ad esso legate, i profili ecclesiologico ed ecumenico.
La Commissione scientifica, di cui sono stato segretario, era presieduta e coordinata da Ronald G. Roberson, C.S.P., e composta dai gesuiti Vincenzo Poggi (1928-2016) e Robert Taft, e dall’abate benedettino Michel Van Parys, oggi qui presente. Diversi illustri studiosi hanno contribuito con saggi specialistici e il coinvolgimento delle singole Chiese locali ha consentito di acquisire ulteriori osservazioni e aggiornamenti.
Oriente cattolico rappresenta un’interessante novità sotto l’aspetto editoriale. La Congregazione orientale per la prima volta compartecipa con l’Editore Valore Italiano alla diffusione dell’opera non solo nella pregevole veste cartacea, ma anche nella versione digitale; promuove la consultazione del sito internet che l’editore ha dedicato appositamente a quest’opera, e ha già messo in cantiere l’edizione in lingua inglese.
Ciò che impressiona scorrendo il sommario è la varietà e la ricchezza dell’Oriente cristiano, pur circoscritto alla sua componente cattolica, un’ampiezza di contenuti che ha indotto il comitato scientifico a dedicare un intero tomo, il terzo, all’indice analitico che offre molteplici chiavi di accesso ai singoli testi e alle carte geografiche. 41 capitoli, suddivisi in nove sezioni, per un totale di quasi 1.000 pagine costituiscono dunque un ampio, fondamentale repertorio, concepito soprattutto come opera di consultazione e strumento di lavoro, che si sforza di offrire la ricostruzione storica, quanto più obiettiva possibile, e lo stato attuale delle Chiese orientali cattoliche.
Identità delle Chiese orientali
Storicamente la maggior parte delle Chiese orientali cattoliche, di matrice ortodossa orientale e ortodossa bizantina hanno ristabilito, in parte o pienamente, la comunione con la Chiesa romana dopo gli scismi del primo millennio. L’unione precaria conclusa tra Roma e alcune Chiese orientali al concilio di Ferrara-Firenze (1438–1439) è servita da modello ispiratore alle trattative posteriori, che portarono all’unione di diverse eparchie orientali con Roma. Nell’arco di quasi quattro secoli — tra il 1553 e il 1932 — frazioni ecclesiali di Caldei, Ucraini, Ruteni, Slovacchi, Malabaresi, Romeni, Melchiti, Armeni, Siri, Copti e infine Malankaresi entrano via via a far parte della comunione con la Chiesa cattolica.
Durante questa parabola temporale la Sede apostolica dedica crescente attenzione a queste porzioni di Chiese, generalmente minoritarie. È noto il rinnovato impegno con cui i Pontefici Romani, a partire da Leone XIII hanno sostenuto le Chiese orientali cattoliche, non solo materialmente, ma anche favorendo lo sviluppo di una teologia che sempre meglio ne definisse il ruolo nell’ambito della cattolicità. Si è giunti nel secolo scorso ad alcuni eventi istituzionali ed ecclesiali della massima importanza: la fondazione della Congregazione per la Chiesa Orientale (che assumerà poi l’attuale denominazione “per le Chiese Orientali”) (1917), i decreti del concilio ecumenico Vaticano II Orientalium Ecclesiarum e Unitatis redintegratio (1964), la promulgazione del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (1990), la Lettera apostolica Orientale lumen e l’enciclica Ut unum sint (1995) di san Giovanni Paolo II, fino ad arrivare, nel 2012, all’esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente di Benedetto XVI.
Cuore pulsante e baricentro di questa pubblicazione sono le singole Chiese cattoliche orientali, 20 milioni circa di fedeli — vescovi, chierici, religiosi e laici — presenti in gran parte dell’ecumene, su un totale di un miliardo e trecento milioni di cattolici nel mondo. La diffusione degli orientali, ben oltre i tradizionali confini dei patriarcati, è rappresentata nel planisfero che apre l’opera; la loro storia e le condizioni attuali sono illustrate nei capitoli centrali.
La serie delle Chiese patriarcali è inaugurata dalla Chiesa cattolica copta che, assieme alla maggioritaria Chiesa ortodossa locale, rappresenta la più numerosa comunità cristiana del Medio oriente; seguono in ordine la Chiesa cattolica sira, martoriata da sette anni di guerra e numericamente esigua come quella copta; la Chiesa greco-melchita, l’unica di tradizione bizantina tra le Chiese patriarcali; la Chiesa siro-maronita, con salde radici identitarie monastiche (è l’unica comunità ecclesiastica a prendere nome da un santo eremita, Marone); la Chiesa caldea, vittima di eccidi e deportazioni durante la prima guerra mondiale e oggi di nuovo duramente provata dai conflitti e dall’instabilità in Medio oriente; e infine la Chiesa armena, anch’essa decimata all’inizio del secolo scorso. L’identità di queste Chiese è marcata dunque dalla sofferenza e dalla persecuzione, in un contesto geopolitico talmente complesso da essere ormai da tempo al centro dell’attenzione internazionale. Il massiccio e drammatico fenomeno migratorio ha portato da più di un secolo gli orientali nelle Americhe, e da alcuni decenni anche in Europa e in Australia.
Alcuni paragrafi, all’interno di ciascun capitolo, sono sempre dedicati sia agli ordini monastici e religiosi orientali, sia ai seminari e ai noviziati per la formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. La spiritualità monastica orientale, nel senso proprio e tradizionale, è sempre stata un fattore costitutivo dell’identità dell’Oriente cristiano, con esiti anche pastorali di fondamentale importanza.
La sezione sulle Chiese arcivescovili maggiori si apre con la Chiesa ucraina, chiamata anche “greco-cattolica”, denominazione che fu applicata ai cattolici orientali all’epoca dell’impero asburgico. È la più numerosa tra le Chiese cattoliche orientali, con circa quattro milioni e mezzo di fedeli. Con le altre Chiese greco-cattoliche dell’est europeo la Chiesa ucraina condivide l’esperienza del martirio durante il secolo scorso. La rivoluzione bolscevica e soprattutto la recrudescenza della persecuzione religiosa a partire dall’epoca staliniana colpirono ovunque la presenza cattolica nell’est europeo, ma infersero un gravissimo colpo soprattutto alle Chiese greco-cattoliche. Nell’allora Cecoslovacchia, in una sola notte, dal 13 al 14 aprile 1950, tutti i monasteri e tutte le case religiose vengono chiusi. Lo sviluppo tanto auspicato e promosso dai Pontefici fu dunque contrastato dalle vicende politiche che ridussero i greco-cattolici alla clandestinità.
Sono Chiese arcivescovili maggiori anche quella siro-malabarese e siro-malankarese, concentrate soprattutto nello stato indiano del Kerala, fiorenti di vocazioni e con strutture pastorali che si estendono ormai all’intero territorio dell’India, grazie a una generosa e bene organizzata attività missionaria. Completano il quadro le Chiese metropolitane di Etiopia e di Eritrea, la Chiesa rutena degli Stati Uniti d’America, le Chiese greco-cattoliche di Slovacchia e di Ungheria e le altre circoscrizioni orientali costituitesi nell’Europa centro-orientale.
Anche la Chiesa latina è presente in Oriente Cattolico. La lunga storia delle diocesi latine nelle regioni orientali, affidate alla competenza della Congregazione per le Chiese orientali, è presentata in una tra le più cospicue sezioni di Oriente Cattolico, curata da Giuseppe Maria Croce, corredata da una vasta e aggiornata bibliografia, suddivisa per aree geopolitiche di pertinenza. Con lo scopo di favorire la comunione tra le eparchie orientali e le diocesi latine, Papa Pio XI, con la lettera apostolica Sancta Dei Ecclesia (1938), affidò alla giurisdizione della Congregazione orientale sia i latini sia gli orientali delle regioni che, nell’ambito della pentarchia apostolica, costituivano anticamente il territorio dei quattro patriarcati (Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme), e cioè, oggi, Egitto, Eritrea, Etiopia settentrionale, Bulgaria, Cipro, Grecia, Iran, Iraq, Libano, Siria, Palestina, Turchia.
Geografia delle Chiese orientali
La ricca cartografia disseminata nei primi due tomi dell’opera evidenzia l’assetto attuale sul territorio delle Chiese cattoliche orientali. L’accertamento circa il tracciato dei confini delle circoscrizioni ecclesiastiche è risultato operazione particolarmente impegnativa. Si è cercato di visualizzare quanto meglio possibile non solo la diffusione nei vari continenti delle circa 220 circoscrizioni cattoliche orientali, ma anche l’estensione territoriale canonica di ciascuna di esse. Le carte geografiche — è bene sottolinearlo, per una corretta e serena lettura di aree territoriali sensibili o contese — non hanno valenza o finalità geopolitiche, bensì delimitano la giurisdizione ecclesiastica e canonica.
Un centinaio di carte geografiche tematiche, stampate in quadricromia al termine di ciascun capitolo di pertinenza, rappresenta un altro sostanziale contributo inedito di Oriente Cattolico: la metà di esse gravitano attorno al Mediterraneo, e richiamano i temi cruciali del dialogo fraterno con le Chiese sorelle ortodosse e ortodosse orientali, e della cittadinanza condivisa con i credenti dell’Islam. Nel 1995, predicando gli esercizi spirituali alla Curia Romana, il gesuita Tomáš Špidlík (1919-2010) propose prevalentemente testi di autori ortodossi. La sua audacia ecumenica fu elogiata da san Giovanni Paolo II: l’ecumenismo è tanto più efficace quanto più si ascoltano le ragioni dello Spirito; questa, in sostanza, la lezione del cardinale Špidlík. Anche la cartografia, oltre ai testi, ha dunque lo scopo di intercettare l’interesse di tutti coloro che desiderano comprendere meglio questa realtà composita e complessa, e leggere in filigrana le criticità e le sfide cui la Chiesa universale deve rispondere per continuare a respirare a due polmoni, orientale e occidentale.
Le carte geografiche parlano anche di una convivenza con il disagio economico, con l’insicurezza, con la persecuzione, che ha costretto in passato e costringe ancora molti cattolici orientali ad abbandonare le loro case. Oggi sono più di quattro milioni i cattolici orientali in diaspora, pari a quasi un quarto del totale. Una quarantina di mappe rinviano ai paesi oltreoceano, dunque in occidente, meta di varie ondate migratorie nel secolo scorso. A causa della forte emigrazione di Ruteni e Ucraini oltre l’Atlantico, a partire dalla fine del XIX secolo e soprattutto nel secondo dopoguerra, si è formato un nucleo consistente nell’America del Nord e del Sud, che ha portato alla creazione di ben dodici eparchie ucraine e quattro rutene. Melchiti, Siri e Caldei sono i protagonisti di un flusso migratorio che negli ultimi decenni ha portato in diaspora più della metà dei fedeli di queste Chiese di antichissima tradizione. Anche la cura pastorale di Armeni e Maroniti oltreoceano fa riferimento ad alcune eparchie. Ne consegue che la migrazione e le connesse sfide pastorali rappresentano un altro tema sensibilissimo sul quale hanno riflettuto a Lungro (Calabria) i vescovi orientali cattolici dell’Europa (14-17 giugno 2018). Papa Francesco, nel messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018, ha ricordato che «ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù». In un occidente europeo e oltreoceano, stretto nella morsa del relativismo e della secolarizzazione, i cattolici orientali sono chiamati a una missione speciale: nel ricevere ospitalità restituire un messaggio di speranza mediante l’annuncio gioioso della Parola e l’impegno missionario della rievangelizzazione.
Accanto a una geografia della sofferenza e della migrazione, c’è anche una capillare mappa della carità. Si è tenuta proprio in questa sede, dal 19 al 21 giugno scorso, l’annuale sessione plenaria dei rappresentanti di vari organismi internazionali deputati alla solidarietà, lungo coordinate di aiuti senza confini. Da ormai cinquant’anni all’interno della Congregazione orientale opera la Roaco (Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali), un comitato di coordinamento di tutte le opere di vari Paesi del mondo, che s’impegnano al sostegno finanziario in vari settori, dall’edilizia per i luoghi di culto alle borse di studio, dalle istituzioni educative e scolastiche a quelle dedite all’assistenza socio-sanitaria, dai progetti di primo intervento umanitario nelle regioni sconvolte dalla guerra a quelli per la promozione e la difesa delle persone più deboli ed emarginate, con sensibile giovamento ai fini della divulgazione della conoscenza, fra i latini, dell’identità orientale.
L’Oriente a Roma
Roma stessa è immagine dell’universalità della Chiesa, latina e orientale, quest’ultima con la sua ricca diversità. La formazione spirituale e pastorale dei seminaristi e dei presbiteri, secolari e regolari, oltreché delle religiose, sono state, e restano ancora oggi, una delle preoccupazioni prioritarie della Santa Sede. I nove collegi orientali pontifici, costituiti a Roma e posti sotto la responsabilità della Congregazione per le Chiese orientali — Collegio Greco, Collegio Maronita, Collegio Armeno, Collegio Etiopico, Collegio Russo, Collegio Ucraino, Collegio Pio Romeno, Istituto San Giovanni Damasceno e Collegio Santa Maria del patrocinio per religiose orientali — costituiscono oggi luoghi di maturazione umana, spirituale, liturgica e culturale secondo il patrimonio orientale proprio, con il compito di acquisire competenze e qualificazione grazie alla frequenza degli studi nelle diverse università ecclesiastiche romane, tra le quali anzitutto il Pontificio istituto orientale.
Dal 1917 il Pontificio istituto orientale, istituto superiore di ricerca della Chiesa cattolica per le varie discipline dell’Oriente cristiano, unico al mondo e anch’esso centenario, nelle due facoltà di Scienze ecclesiastiche orientali e di Diritto canonico orientale svolge la missione di studiare, insegnare e far conoscere meglio la vita e le tradizioni di queste Chiese e formare i futuri pastori, docenti, catechisti, animatori, oltreché canonisti impiegati presso tribunali, curie, cancellerie e archivi patriarcali ed eparchiali. Oltre al Pontificio istituto orientale, vengono passati in rassegna i principali istituti di cultura — centri superiori di studi e di ricerca, facoltà teologiche, riviste specialistiche, comunità religiose e monastiche con specifica vocazione orientalistica — che, dalla Gran Bretagna all’Egitto, dall’India al Canada costituiscono fucine di riflessione, approfondimento e attualizzazione sul cristianesimo orientale.
Trentacinque tavole a colori di affreschi, mosaici, icone e dipinti custoditi in Vaticano, a Roma e a Grottaferrata formano un dossier fotografico preceduto da un’ampia sezione descrittiva storico-artistica a chiusura del secondo volume: è un’ulteriore novità di questa quinta edizione di Oriente Cattolico ed è testimonianza eloquente del volto orientale di Roma. Sin dalle origini Roma si presenta come depositaria anche di un’eredità linguistica e culturale greca. Dal Medio oriente, dove nacque, il cristianesimo raggiunse il cuore dell’impero romano. Le memorie cristiane orientali che arricchiscono il patrimonio della città di Roma sono talmente numerose da far percepire la caput mundi come un frammento d’oriente sulle rive del Tevere. Dal VII al IX secolo le circostanze politiche ed ecclesiali dell’Impero romano d’oriente comportarono un grande afflusso a Roma di orientali, soprattutto monaci: essi, quali pellegrini, ambasciatori o rifugiati, furono sempre bene accolti e costituiscono uno degli esempi più affascinanti dell’apertura della città eterna alla luce dell’oriente. Leggendo le pagine degli ultimi due capitoli, curati da Michel Berger, siamo “accompagnati” passo passo non solo in visita ai luoghi di culto, espressioni dell’attualità vivente dove la divina liturgia è officiata secondo i riti delle diverse tradizioni orientali, ma anche ad ammirare quel patrimonio storico e artistico di inestimabile valore di cui le basiliche e le chiese in urbe sono straordinariamente ricche e privilegiate custodi.
L’Oriente, infine, è ampiamente attestato a Roma anche nelle fonti d’archivio. Dal fondo storico della Congregazione per le Chiese orientali cito, tra i tanti, un documento tratto dal fascicolo sui gesuiti in Romania. Il 24 aprile 1946 il nunzio apostolico in Romania Andrea Cassulo, al segretario della Congregazione orientale, il cardinale Eugène Tisserant, che gliene aveva fatto richiesta, riferisce “informazioni sullo stato purtroppo dolorosissimo delle cose nel quale è stata ridotta la Chiesa nostra nella Bucovina del Nord”, e suggerisce a Tisserant di trasmetterne copia anche al preposito generale della Compagnia di Gesù. Il nunzio cita i nomi di alcuni gesuiti impegnati in prima linea nell’apostolato, e perciò perseguitati, di cui si hanno scarsissime e incerte notizie — i padri Raphaël Haag, Ladislao Kumorovici, Vendelin Iavorka, Pietro Leoni — e conclude: «Qui, la stampa tace e poco quindi si può conoscere. Si sa soltanto che la maggioranza ha resistito e resiste alle pressioni. È una storia antica e sempre nuova: i cattolici sono destinati sempre a soffrire, ma nelle sofferenze la fede si ravviva, si rafforza e trionfa. Questa è la nostra sorte».
© Osservatore Romano - 25-26 giugno 2918La Commissione scientifica, di cui sono stato segretario, era presieduta e coordinata da Ronald G. Roberson, C.S.P., e composta dai gesuiti Vincenzo Poggi (1928-2016) e Robert Taft, e dall’abate benedettino Michel Van Parys, oggi qui presente. Diversi illustri studiosi hanno contribuito con saggi specialistici e il coinvolgimento delle singole Chiese locali ha consentito di acquisire ulteriori osservazioni e aggiornamenti.
Oriente cattolico rappresenta un’interessante novità sotto l’aspetto editoriale. La Congregazione orientale per la prima volta compartecipa con l’Editore Valore Italiano alla diffusione dell’opera non solo nella pregevole veste cartacea, ma anche nella versione digitale; promuove la consultazione del sito internet che l’editore ha dedicato appositamente a quest’opera, e ha già messo in cantiere l’edizione in lingua inglese.
Ciò che impressiona scorrendo il sommario è la varietà e la ricchezza dell’Oriente cristiano, pur circoscritto alla sua componente cattolica, un’ampiezza di contenuti che ha indotto il comitato scientifico a dedicare un intero tomo, il terzo, all’indice analitico che offre molteplici chiavi di accesso ai singoli testi e alle carte geografiche. 41 capitoli, suddivisi in nove sezioni, per un totale di quasi 1.000 pagine costituiscono dunque un ampio, fondamentale repertorio, concepito soprattutto come opera di consultazione e strumento di lavoro, che si sforza di offrire la ricostruzione storica, quanto più obiettiva possibile, e lo stato attuale delle Chiese orientali cattoliche.
Identità delle Chiese orientali
Storicamente la maggior parte delle Chiese orientali cattoliche, di matrice ortodossa orientale e ortodossa bizantina hanno ristabilito, in parte o pienamente, la comunione con la Chiesa romana dopo gli scismi del primo millennio. L’unione precaria conclusa tra Roma e alcune Chiese orientali al concilio di Ferrara-Firenze (1438–1439) è servita da modello ispiratore alle trattative posteriori, che portarono all’unione di diverse eparchie orientali con Roma. Nell’arco di quasi quattro secoli — tra il 1553 e il 1932 — frazioni ecclesiali di Caldei, Ucraini, Ruteni, Slovacchi, Malabaresi, Romeni, Melchiti, Armeni, Siri, Copti e infine Malankaresi entrano via via a far parte della comunione con la Chiesa cattolica.
Durante questa parabola temporale la Sede apostolica dedica crescente attenzione a queste porzioni di Chiese, generalmente minoritarie. È noto il rinnovato impegno con cui i Pontefici Romani, a partire da Leone XIII hanno sostenuto le Chiese orientali cattoliche, non solo materialmente, ma anche favorendo lo sviluppo di una teologia che sempre meglio ne definisse il ruolo nell’ambito della cattolicità. Si è giunti nel secolo scorso ad alcuni eventi istituzionali ed ecclesiali della massima importanza: la fondazione della Congregazione per la Chiesa Orientale (che assumerà poi l’attuale denominazione “per le Chiese Orientali”) (1917), i decreti del concilio ecumenico Vaticano II Orientalium Ecclesiarum e Unitatis redintegratio (1964), la promulgazione del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (1990), la Lettera apostolica Orientale lumen e l’enciclica Ut unum sint (1995) di san Giovanni Paolo II, fino ad arrivare, nel 2012, all’esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente di Benedetto XVI.
Cuore pulsante e baricentro di questa pubblicazione sono le singole Chiese cattoliche orientali, 20 milioni circa di fedeli — vescovi, chierici, religiosi e laici — presenti in gran parte dell’ecumene, su un totale di un miliardo e trecento milioni di cattolici nel mondo. La diffusione degli orientali, ben oltre i tradizionali confini dei patriarcati, è rappresentata nel planisfero che apre l’opera; la loro storia e le condizioni attuali sono illustrate nei capitoli centrali.
La serie delle Chiese patriarcali è inaugurata dalla Chiesa cattolica copta che, assieme alla maggioritaria Chiesa ortodossa locale, rappresenta la più numerosa comunità cristiana del Medio oriente; seguono in ordine la Chiesa cattolica sira, martoriata da sette anni di guerra e numericamente esigua come quella copta; la Chiesa greco-melchita, l’unica di tradizione bizantina tra le Chiese patriarcali; la Chiesa siro-maronita, con salde radici identitarie monastiche (è l’unica comunità ecclesiastica a prendere nome da un santo eremita, Marone); la Chiesa caldea, vittima di eccidi e deportazioni durante la prima guerra mondiale e oggi di nuovo duramente provata dai conflitti e dall’instabilità in Medio oriente; e infine la Chiesa armena, anch’essa decimata all’inizio del secolo scorso. L’identità di queste Chiese è marcata dunque dalla sofferenza e dalla persecuzione, in un contesto geopolitico talmente complesso da essere ormai da tempo al centro dell’attenzione internazionale. Il massiccio e drammatico fenomeno migratorio ha portato da più di un secolo gli orientali nelle Americhe, e da alcuni decenni anche in Europa e in Australia.
Alcuni paragrafi, all’interno di ciascun capitolo, sono sempre dedicati sia agli ordini monastici e religiosi orientali, sia ai seminari e ai noviziati per la formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa. La spiritualità monastica orientale, nel senso proprio e tradizionale, è sempre stata un fattore costitutivo dell’identità dell’Oriente cristiano, con esiti anche pastorali di fondamentale importanza.
La sezione sulle Chiese arcivescovili maggiori si apre con la Chiesa ucraina, chiamata anche “greco-cattolica”, denominazione che fu applicata ai cattolici orientali all’epoca dell’impero asburgico. È la più numerosa tra le Chiese cattoliche orientali, con circa quattro milioni e mezzo di fedeli. Con le altre Chiese greco-cattoliche dell’est europeo la Chiesa ucraina condivide l’esperienza del martirio durante il secolo scorso. La rivoluzione bolscevica e soprattutto la recrudescenza della persecuzione religiosa a partire dall’epoca staliniana colpirono ovunque la presenza cattolica nell’est europeo, ma infersero un gravissimo colpo soprattutto alle Chiese greco-cattoliche. Nell’allora Cecoslovacchia, in una sola notte, dal 13 al 14 aprile 1950, tutti i monasteri e tutte le case religiose vengono chiusi. Lo sviluppo tanto auspicato e promosso dai Pontefici fu dunque contrastato dalle vicende politiche che ridussero i greco-cattolici alla clandestinità.
Sono Chiese arcivescovili maggiori anche quella siro-malabarese e siro-malankarese, concentrate soprattutto nello stato indiano del Kerala, fiorenti di vocazioni e con strutture pastorali che si estendono ormai all’intero territorio dell’India, grazie a una generosa e bene organizzata attività missionaria. Completano il quadro le Chiese metropolitane di Etiopia e di Eritrea, la Chiesa rutena degli Stati Uniti d’America, le Chiese greco-cattoliche di Slovacchia e di Ungheria e le altre circoscrizioni orientali costituitesi nell’Europa centro-orientale.
Anche la Chiesa latina è presente in Oriente Cattolico. La lunga storia delle diocesi latine nelle regioni orientali, affidate alla competenza della Congregazione per le Chiese orientali, è presentata in una tra le più cospicue sezioni di Oriente Cattolico, curata da Giuseppe Maria Croce, corredata da una vasta e aggiornata bibliografia, suddivisa per aree geopolitiche di pertinenza. Con lo scopo di favorire la comunione tra le eparchie orientali e le diocesi latine, Papa Pio XI, con la lettera apostolica Sancta Dei Ecclesia (1938), affidò alla giurisdizione della Congregazione orientale sia i latini sia gli orientali delle regioni che, nell’ambito della pentarchia apostolica, costituivano anticamente il territorio dei quattro patriarcati (Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme), e cioè, oggi, Egitto, Eritrea, Etiopia settentrionale, Bulgaria, Cipro, Grecia, Iran, Iraq, Libano, Siria, Palestina, Turchia.
Geografia delle Chiese orientali
La ricca cartografia disseminata nei primi due tomi dell’opera evidenzia l’assetto attuale sul territorio delle Chiese cattoliche orientali. L’accertamento circa il tracciato dei confini delle circoscrizioni ecclesiastiche è risultato operazione particolarmente impegnativa. Si è cercato di visualizzare quanto meglio possibile non solo la diffusione nei vari continenti delle circa 220 circoscrizioni cattoliche orientali, ma anche l’estensione territoriale canonica di ciascuna di esse. Le carte geografiche — è bene sottolinearlo, per una corretta e serena lettura di aree territoriali sensibili o contese — non hanno valenza o finalità geopolitiche, bensì delimitano la giurisdizione ecclesiastica e canonica.
Un centinaio di carte geografiche tematiche, stampate in quadricromia al termine di ciascun capitolo di pertinenza, rappresenta un altro sostanziale contributo inedito di Oriente Cattolico: la metà di esse gravitano attorno al Mediterraneo, e richiamano i temi cruciali del dialogo fraterno con le Chiese sorelle ortodosse e ortodosse orientali, e della cittadinanza condivisa con i credenti dell’Islam. Nel 1995, predicando gli esercizi spirituali alla Curia Romana, il gesuita Tomáš Špidlík (1919-2010) propose prevalentemente testi di autori ortodossi. La sua audacia ecumenica fu elogiata da san Giovanni Paolo II: l’ecumenismo è tanto più efficace quanto più si ascoltano le ragioni dello Spirito; questa, in sostanza, la lezione del cardinale Špidlík. Anche la cartografia, oltre ai testi, ha dunque lo scopo di intercettare l’interesse di tutti coloro che desiderano comprendere meglio questa realtà composita e complessa, e leggere in filigrana le criticità e le sfide cui la Chiesa universale deve rispondere per continuare a respirare a due polmoni, orientale e occidentale.
Le carte geografiche parlano anche di una convivenza con il disagio economico, con l’insicurezza, con la persecuzione, che ha costretto in passato e costringe ancora molti cattolici orientali ad abbandonare le loro case. Oggi sono più di quattro milioni i cattolici orientali in diaspora, pari a quasi un quarto del totale. Una quarantina di mappe rinviano ai paesi oltreoceano, dunque in occidente, meta di varie ondate migratorie nel secolo scorso. A causa della forte emigrazione di Ruteni e Ucraini oltre l’Atlantico, a partire dalla fine del XIX secolo e soprattutto nel secondo dopoguerra, si è formato un nucleo consistente nell’America del Nord e del Sud, che ha portato alla creazione di ben dodici eparchie ucraine e quattro rutene. Melchiti, Siri e Caldei sono i protagonisti di un flusso migratorio che negli ultimi decenni ha portato in diaspora più della metà dei fedeli di queste Chiese di antichissima tradizione. Anche la cura pastorale di Armeni e Maroniti oltreoceano fa riferimento ad alcune eparchie. Ne consegue che la migrazione e le connesse sfide pastorali rappresentano un altro tema sensibilissimo sul quale hanno riflettuto a Lungro (Calabria) i vescovi orientali cattolici dell’Europa (14-17 giugno 2018). Papa Francesco, nel messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018, ha ricordato che «ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù». In un occidente europeo e oltreoceano, stretto nella morsa del relativismo e della secolarizzazione, i cattolici orientali sono chiamati a una missione speciale: nel ricevere ospitalità restituire un messaggio di speranza mediante l’annuncio gioioso della Parola e l’impegno missionario della rievangelizzazione.
Accanto a una geografia della sofferenza e della migrazione, c’è anche una capillare mappa della carità. Si è tenuta proprio in questa sede, dal 19 al 21 giugno scorso, l’annuale sessione plenaria dei rappresentanti di vari organismi internazionali deputati alla solidarietà, lungo coordinate di aiuti senza confini. Da ormai cinquant’anni all’interno della Congregazione orientale opera la Roaco (Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali), un comitato di coordinamento di tutte le opere di vari Paesi del mondo, che s’impegnano al sostegno finanziario in vari settori, dall’edilizia per i luoghi di culto alle borse di studio, dalle istituzioni educative e scolastiche a quelle dedite all’assistenza socio-sanitaria, dai progetti di primo intervento umanitario nelle regioni sconvolte dalla guerra a quelli per la promozione e la difesa delle persone più deboli ed emarginate, con sensibile giovamento ai fini della divulgazione della conoscenza, fra i latini, dell’identità orientale.
L’Oriente a Roma
Roma stessa è immagine dell’universalità della Chiesa, latina e orientale, quest’ultima con la sua ricca diversità. La formazione spirituale e pastorale dei seminaristi e dei presbiteri, secolari e regolari, oltreché delle religiose, sono state, e restano ancora oggi, una delle preoccupazioni prioritarie della Santa Sede. I nove collegi orientali pontifici, costituiti a Roma e posti sotto la responsabilità della Congregazione per le Chiese orientali — Collegio Greco, Collegio Maronita, Collegio Armeno, Collegio Etiopico, Collegio Russo, Collegio Ucraino, Collegio Pio Romeno, Istituto San Giovanni Damasceno e Collegio Santa Maria del patrocinio per religiose orientali — costituiscono oggi luoghi di maturazione umana, spirituale, liturgica e culturale secondo il patrimonio orientale proprio, con il compito di acquisire competenze e qualificazione grazie alla frequenza degli studi nelle diverse università ecclesiastiche romane, tra le quali anzitutto il Pontificio istituto orientale.
Dal 1917 il Pontificio istituto orientale, istituto superiore di ricerca della Chiesa cattolica per le varie discipline dell’Oriente cristiano, unico al mondo e anch’esso centenario, nelle due facoltà di Scienze ecclesiastiche orientali e di Diritto canonico orientale svolge la missione di studiare, insegnare e far conoscere meglio la vita e le tradizioni di queste Chiese e formare i futuri pastori, docenti, catechisti, animatori, oltreché canonisti impiegati presso tribunali, curie, cancellerie e archivi patriarcali ed eparchiali. Oltre al Pontificio istituto orientale, vengono passati in rassegna i principali istituti di cultura — centri superiori di studi e di ricerca, facoltà teologiche, riviste specialistiche, comunità religiose e monastiche con specifica vocazione orientalistica — che, dalla Gran Bretagna all’Egitto, dall’India al Canada costituiscono fucine di riflessione, approfondimento e attualizzazione sul cristianesimo orientale.
Trentacinque tavole a colori di affreschi, mosaici, icone e dipinti custoditi in Vaticano, a Roma e a Grottaferrata formano un dossier fotografico preceduto da un’ampia sezione descrittiva storico-artistica a chiusura del secondo volume: è un’ulteriore novità di questa quinta edizione di Oriente Cattolico ed è testimonianza eloquente del volto orientale di Roma. Sin dalle origini Roma si presenta come depositaria anche di un’eredità linguistica e culturale greca. Dal Medio oriente, dove nacque, il cristianesimo raggiunse il cuore dell’impero romano. Le memorie cristiane orientali che arricchiscono il patrimonio della città di Roma sono talmente numerose da far percepire la caput mundi come un frammento d’oriente sulle rive del Tevere. Dal VII al IX secolo le circostanze politiche ed ecclesiali dell’Impero romano d’oriente comportarono un grande afflusso a Roma di orientali, soprattutto monaci: essi, quali pellegrini, ambasciatori o rifugiati, furono sempre bene accolti e costituiscono uno degli esempi più affascinanti dell’apertura della città eterna alla luce dell’oriente. Leggendo le pagine degli ultimi due capitoli, curati da Michel Berger, siamo “accompagnati” passo passo non solo in visita ai luoghi di culto, espressioni dell’attualità vivente dove la divina liturgia è officiata secondo i riti delle diverse tradizioni orientali, ma anche ad ammirare quel patrimonio storico e artistico di inestimabile valore di cui le basiliche e le chiese in urbe sono straordinariamente ricche e privilegiate custodi.
L’Oriente, infine, è ampiamente attestato a Roma anche nelle fonti d’archivio. Dal fondo storico della Congregazione per le Chiese orientali cito, tra i tanti, un documento tratto dal fascicolo sui gesuiti in Romania. Il 24 aprile 1946 il nunzio apostolico in Romania Andrea Cassulo, al segretario della Congregazione orientale, il cardinale Eugène Tisserant, che gliene aveva fatto richiesta, riferisce “informazioni sullo stato purtroppo dolorosissimo delle cose nel quale è stata ridotta la Chiesa nostra nella Bucovina del Nord”, e suggerisce a Tisserant di trasmetterne copia anche al preposito generale della Compagnia di Gesù. Il nunzio cita i nomi di alcuni gesuiti impegnati in prima linea nell’apostolato, e perciò perseguitati, di cui si hanno scarsissime e incerte notizie — i padri Raphaël Haag, Ladislao Kumorovici, Vendelin Iavorka, Pietro Leoni — e conclude: «Qui, la stampa tace e poco quindi si può conoscere. Si sa soltanto che la maggioranza ha resistito e resiste alle pressioni. È una storia antica e sempre nuova: i cattolici sono destinati sempre a soffrire, ma nelle sofferenze la fede si ravviva, si rafforza e trionfa. Questa è la nostra sorte».