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Pubblichiamo la sintesi di una delle relazioni tenute all'università di Enna nell'ambito di un convegno intitolato "Edith Stein:  esistenza, verità e bellezza".

di Cristiana Dobner
Estate 1921. È notte a Bad Bergzabern in Germania. Nella vita della fenomenologa Edith Stein, basata sulla ricerca della verità, sulla razionalità e sull'assenza - fin da quando aveva 13 anni - di ogni pratica religiosa ebraica, irrompe la Verità e converte - nel senso etimologico del termine ebraico teshuvà, cioè di appoggiarsi ai talloni e invertire la propria posizione - tutta la sua esistenza e la sconvolge.
Ella stessa scriverà in una lettera:  "Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no". L'interrogativo che ne consegue è serrato e lo formulo nel seguente modo:  "Chi" ha fatto irruzione in lei? Non "che cosa" è accaduto?
Ma allora Edith Stein è una mistica? Il teologo Giovanni Moioli nella storia della mistica rileva due grandi tipologie:  la Wesensmystik, la mistica dell'essenza, individuata nella tendenza "renano-fiamminga" (secoli XIII-XIV) e nella Brautmystik, la mistica sponsale, influenzata dall'essere di Plotino; e la cosiddetta "mistica dell'assenza", caratteristica soprattutto dei mistici spagnoli (secolo XVIi).
L'alveo in cui collocare Edith Stein è in quest'ultima tipologia, con due precisazioni essenziali:  Teresa di Gesù e Giovanni della Croce hanno superato la Wesensmystik, nella loro esperienza, creando così con la loro dottrina la mistica dell'unione; Edith Stein non è figlia del misticismo spagnolo affetto da psicologismo e affettività.
Max Scheler - che Edith Stein poté ascoltare a Gottinga e dal cui linguaggio e testimonianza fu impressionata favorevolmente - sottolineò quanto la distinzione fra Wesensmystik e Vitalmistik fosse ormai superata. La ragione risiede nella Trinità stessa che, inabitando la persona, opera e dona l'unione mistica che si opera sul piano della conoscenza e dell'amore.
La giovane fenomenologa scrive:  "Non ricordo in quale anno Scheler sia rientrato nella Chiesa cattolica. Non doveva essere da molto. In ogni caso, in quel periodo, aveva molte idee cattoliche e sapeva divulgarle facendo uso della sua brillante intelligenza e della sua potente eloquenza.
Fu così che venni per la prima volta in contatto con un mondo che, fino ad allora, mi era stato completamente sconosciuto. Ciò non mi condusse ancora alla fede, tuttavia mi dischiuse un campo di "fenomeni" dinanzi ai quali non potevo più essere cieca. Non per niente ci veniva continuamente raccomandato di considerare ogni cosa con occhio libero da pregiudizi, di gettare via qualsiasi tipo di "paraocchi".
Cadevano le barriere dei pregiudizi razionalistici, nei quali ero cresciuta senza saperlo, e il mondo della fede comparve improvvisamente dinanzi a me. Persone con le quali avevo rapporti quotidiani e alle quali guardavo con ammirazione, vivevano in quel mondo. Doveva, perciò, valere la pena almeno di riflettervi seriamente. Per il momento non mi occupai sistematicamente di questioni religiose; ero troppo occupata in molte altre cose.
Mi accontentai di accogliere in me senza opporre resistenza gli stimoli che mi venivano dall'ambiente che frequentavo e - quasi senza accorgermene - ne fui pian piano trasformata".
Di quale esperienza allora si trattò nella notte di Bergzabern?
Quella che Edith Stein definiva secretum meum mihi e che conservò sempre gelosamente ma che, indirettamente, tracciò in alcuni passi delle sue opere:  "Vedere con gli occhi o con l'immaginazione non è necessario. Tutto questo può mancare, ci può essere però la certezza interiore che è Dio che parla. Questa certezza può poggiare sul "sentimento" che Dio è presente; perché ci si sente toccati da Lui, il Presente, nel più profondo interiore. Questo è quanto chiamiamo esperienza di Dio nel senso assolutamente più proprio.
È il nocciolo di ogni esperienza mistica, l'incontro con Dio da persona a persona.
Il termine mistica, quindi, denota l'esperire la percezione di Dio e il legame con Lui, con il conseguente paradigma mentale di conoscenza, all'interno della specifica topologia dell'anima che così viene creandosi:  una persona che incontra la Persona di Dio.
L'esperienza e la vita di Edith Stein richiedono una disamina precisa che si può scandire in tre livelli:  penetrare la genesi dei fatti esperienziali; ricostruire dagli effetti la causa; risalire dallo stile all'etimologia spirituale.
La genesi, prettamente impregnata dalla ricerca intellettuale sistematica e dalle scosse interiori personali e interpersonali, si precisa nella notte di Bergzabern:  "Nell'estate del 1921 mi capitò tra le mani la Vita della nostra santa madre Teresa (...) e pose fine alla lunga ricerca della fede".
Bruno Bettelheim affermerebbe che si tratta dello "shock del riconoscimento" che però può avvenire grazie alla lunga preparazione e ricerca di Edith e che chiedeva di affiorare alla coscienza.
Il 5 settembre 1941, durante un corso di esercizi spirituali, scrive:  "Condizione della mia anima prima della conversione:  peccato di una radicale irreligiosità. Salvezza solo grazie alla misericordia di Dio e non proprio merito. Riflettere spesso su questo per diventare umile".
Edith Stein conserverà sempre un'attrazione particolare per il libro che provocò la scossa interiore:  "Tranne le Confessioni di sant'Agostino, non esiste alcun libro della letteratura mondiale che come questo porti il sigillo della veridicità, che illumini dentro le pieghe più nascoste dell'anima e offra una testimonianza così commovente della "misericordia di Dio"".
Dopo il crinale di Bergzabern, Edith Stein entra in rapporto con il Lògos, in senso etimologico e personale:  lògos indica infatti il rapporto logico, pensante; personale indica l'incontro con la persona viva di Gesù Cristo. Un dono gratuito non acquisito per sforzo personale o acume intellettuale:  "Posso bramare una fede religiosa, posso adoperarmi con tutte le mie forze per ottenerla, ma non posso riceverla (...) La accetto:  significa che mi do a essa, quando entra in me, con gioia e senza opporre resistenza".
Nel corso di quella notte durante la lettura della Vita di Teresa di Gesù, Edith Stein mosse un passo determinante di fede:  "Afferrare e tenere la mano di Dio:  questo è il fatto che coopera a costituire l'atto di fede". Con la sicurezza di non essere attrice primaria:  "L'afferrare presuppone un venire afferrati:  non potremmo credere senza la grazia".
Si può riprendere e riconsiderare quindi la positività della mistica, intesa come esperire religioso, quando si abbandoni il finito, la soglia fra tutto e nulla:  "Quando l'anima nella comunicazione di grazia sperimenta l'irrompere dell'Essere divino nel suo proprio essere come elevazione dell'essere, si realizza un divenire uno con il punto sorgivo personale della vita attraverso una reciproca consegna personale. Bisogna però notare ancora qualche cosa di diverso:  il nudo tocco nel più profondo interiore non ha necessariamente come presupposto l'inabitazione per grazia. Può essere donato a una persona totalmente irreligiosa come risveglio alla fede e come preparazione per ricevere la grazia santificante. Può anche servire come mezzo per rendere idonea una persona irreligiosa come strumento per raggiungere uno scopo determinato. Entrambe le possibilità valgono anche per le illuminazioni particolari.
L'unione invece come reciproca consegna non può avvenire senza la fede e l'amore, cioè senza la grazia santificante. Se si verifica in un'anima che non è in stato di grazia dovrebbe, fin dal suo inizio, contemporaneamente venire donata anche la grazia santificante e come condizione previa la perfetta contrizione".
Nell'idea di mistica steiniana non c'è la fusione dell'io nel tutto (che rasenta oppure è il nulla) ma il coniugare la storia, con il suo peso tragico, con la speranza, in una viva modalità esperienziale. Un'obbedienza alla Verità, Gesù Cristo, fattasi carne rivelandosi nella storia, finita sino all'estremo possibile limite della kènosis della croce.
Il trascendente infatti per lei non si risolve nello spirito umano, ma si lascia trasformare dallo Spirito e scatta l'alchimia di grazia che muta il dolore in amore e genera la più alta mistica perché è quella del crocifisso.
Edith Stein nella storia del Carmelo teresiano si dimostra come un unicum perché racchiude in se stessa due dimensioni che, troppo spesso, vengono considerate divergenti:  la ricerca della verità e l'incontro amoroso con la Verità.

(©L'Osservatore Romano - 24 maggio 2009)