ROMA, 25. Nel mondo sono tre le aree geopolitiche in cui si verificano le maggiori persecuzioni nei confronti dei cristiani. La prima è quella dei Paesi dove è sempre più crescente l’influenza islamica, dal Sudan, alla Nigeria, passando per l’Iraq, fino alla Siria. La seconda è definita invece dai Paesi ex comunisti, e la terza è quell’area che si sviluppa soprattutto in Africa, tra Congo e Repubblica Centroafricana, in cui i cristiani divengono vittime in quanto coinvolti in conflitti tribali per i quali rifiutano di imbracciare le armi.
È questa, secondo un’analisi dell’Osservatorio della libertà religiosa in Italia riportata dall’agenzia Ansa, la mappatura più aggiornata della persecuzione contro i cristiani. Il dato di riferimento di centomila cristiani vittime ogni anno della persecuzione, spiega il coordinatore dell’Osservatorio, Massimo Introvigne, rimane valido nel 2014 ma «va spiegato nel senso che circa la metà di questi sono vittime dovute a ragioni di coscienza, cioè al rifiuto di prendere parte ai conflitti tribali». La minaccia islamica pesa su questo dato, invece, per un 15, 20 per cento. Secondo la fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), che cura un rapporto sulla libertà religiosa monitorando 196 Paesi del mondo, i cristiani («200 milioni quelli che vivono in Paesi in cui la loro non è religione di maggioranza») rimangono la confessione più a rischio di discriminazioni e persecuzioni. Nell’ultimo rapporto, datato 2012, si sottolineava come la libertà religiosa sia sempre più a rischio nelle aree della cosiddetta “Primavera araba” (Tunisia, Libia, Egitto e Siria) e in altri Paesi dell’Africa, «come Kenya, Mali e Nigeria», dove «aumenta la pressione dell’e s t re m i -smo islamico». Nel 2012 in Egitto, dove è cristiano il 12,2 per cento della popolazione, le aggressioni contro i copti avevano raggiunto proporzioni senza precedenti. Inquietudine veniva espressa anche per la situazione in Libia (2,7 per cento i cristiani), dopo le dichiarazioni rilasciate dal Consiglio nazionale di transizione sull’adozione dellasharia come fonte principale del diritto e timori simili si sono avuti in Tunisia (ventiduemila i cristiani), dove preoccupa l’accresciuto potere dei salafiti. In Siria, i cristiani nel 2012 erano il 5,2 per cento e in Iraq l’1,8 per cento, ma sono dati che andrebbero aggiornati in conseguenza dell’escalation di conflitti in entrambi i Paesi. In Iraq, infatti, i cristiani scontano ora anche la forte minaccia dello Stato islamico (Is) che ha determinato la loro scomparsa da una roccaforte storica del cristianesimo, la città di Mosul. In India, dove si affronta la nuova minaccia del fondamentalismo induista, solo nel 2011 «la minoranza cristiana è stata vittima di 170 attacchi del movimento nazionalista indù del Sangh Parivar». Fonte di preoccupazione sono anche le leggi “anti-conversione”, nonostante la Costituzione riconosca il diritto alla libertà religiosa. Resta poi un’altra emergenza: l’Africa. In Nigeria, dove il 45,5 per cento della popolazione è cristiana, proliferano alcuni gruppi islamici tra cui quello di Boko Haram, che ha rivendicato numerosi attacchi anticristiani: dal 1999 al 2011 sono quattordicimila i nigeriani uccisi fra musulmani e cristiani.
© Osservatore Romano - 26 luglio 2014