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Rassegna stampa Speciali
creazione1La necessità di rivedere i canoni della formazione per la missione ad gentes in un contesto multireligioso e multiculturale come l’attuale è stata sottolineata dal cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, durante il corso per i vescovi promosso a cinquant’anni dal concilio Vaticano II, che, iniziato ieri, lunedì 3 febbraio, a Rio de Janeiro, si concluderà venerdì 7. La giornata di martedì 4 è stata inaugurata dall’articolata relazione del cardinale Filoni, il quale ha riproposto l’insegnamento conciliare sulla dimensione missionaria della Chiesa. Dopo aver ribadito il senso della missione ad intraediquella ad gentes, il porporato si è soffermato in modo particolare sull’annuncio da portare alle genti di tutti il mondo. La missione, ha detto tra l’altro, nasce dal desiderio di comunione, «in quanto la struttura fondamentale dell’uomo è già in se stessa comunionale». Del resto «la Chiesa è nata come comunione». Purtroppo nella storia del cristianesimo, ha notato, ci troviamo spesso alle prese con fatti che «contraddicono questa struttura fondamentale della persona, chiamata alla comunione, e della Chiesa come realtà di comunione e di tenerezza. Molte Chiese locali — ha denunciato — si trovano divise a causa di rivalità, di fattori politici, di divisioni etniche. Questi fatti dolorosi sono una testimonianza contraria alla missione di redenzione di Gesù Cristo. Con frequenza, l’uomo postmoderno vede il volto di Gesù Cristo, ma lo vede sfigurato in alcune situazioni delle Chiese locali». Ed è chiaro dunque che «queste divisioni sono assai dannose per la missione della Chiesa». L’ecclesiologia di comunione, ha notato il cardinale, rimane «ridotta spesso ai documenti» e «l’insieme attuale delle strutture, dell’e s e rc i z i o dell’autorità, del dialogo fra le stesse Chiese locali non esprimono sufficientemente l’ecclesiologia di comunione e quindi debilitano la missio ad gentes». Da qui la necessità in molti ambiti della Chiesa di «un cambiamento» finalizzato a realizzare «un’ecclesiologia di comunione a tutti i livelli, come Papa Francesco cerca di ispirare con la sua esortazione apostolica Evangelii gaudium. La missioall’interno della propria Chiesa locale e lamissio ad gentesal di fuori non sempre costituiscono una priorità per molti responsabili della Chiesa. Non di rado gli stessi organismi dedicati alla promozione della missione non sono entusiasti della missio ad gentes». «Anche in questo — ha notato — si avverte la tendenza a una missionologia parziale e spesso sfocata, riducendo la missione a uno solo dei suoi aspetti, e spesso anche questi ridotti e parziali». Il cardinale ne ha elencati alcuni: il dialogo interreligioso senza proclamazione del fatto cristiano, il dialogo ecumenico, la promozione di valori comuni, il lavoro di promozione sociale, l’imp egno in politica e nell’ambito della «liberazione socio-politica», il lavoro per la giustizia e la pace, l’ecologia. «L’uso missionario della parola di Dio — ha aggiunto — è proverbialmente povero nella Chiesa cattolica». Nella formazione teologica, «la formazione dottrinale — ha notato poi il prefetto — è l’aspetto prioritario, ma la familiarità con la parola di Dio, la conoscenza dei padri e della grande tradizione della Chiesa è ridotta spesso ai minimi termini». In alcuni Paesi si assiste anche al fenomeno della «facile attrattiva» di alcuni cattolici verso altre Chiese o sette religiose. Al contrario, «le esperienze di fraternità in alcune comunità della Chiesa cattolica e la missione del laico cristiano non attraggono gli altri. In alcuni Paesi dell’America latina, anche nel Brasile stesso, il numero dei cristiani evangelici è cresciuto con una forza notevole negli ultimi anni superando in alcuni luoghi perfino i cattolici1. Le Chiese evangeliche non hanno la preoccupazione della Chiesa cattolica di esaminare con cura il concetto di missione e di definirlo». A questo deve aggiungersi anche il fatto che l’insegnamento della teologia è poco orientato alla missione. «Molti seminari e centri di insegnamento teologico cattolico — ha lamentato il porporato — non offrono alcun corso sulla teologia della missione. Gran parte della formazione sembra essere orientata alla professione ministeriale. Esiste poco interesse per la missio ad intra, e ancora molto meno per la missio ad extra. Molti candidati al sacerdozio, con il loro stile di vita e le loro preoccupazioni, dimostrano che non si trovano in missionead gentes, non considerando la predicazione del Vangelo come la sentiva Paolo: “Non è per me un vanto predicare il vangelo; e un dovere per me; guai a me se non predicassi il vangelo!” (1 Corinzi, 9, 16). Abbiamo bisogno di una visione chiara della missione di Dio al mondo, del luogo del dialogo, dell’inculturazione, dello sviluppo umano, della promozione dei “valori del Regno”, all’interno però di una chiara teologia cristologica e soteriologica». In ogni caso, tutti questi aspetti «non esauriscono la realtà della missione di Dio al mondo in Gesù Cristo. Il pentimento, il perdono dei peccati e la riconciliazione con Dio e con il prossimo — ha proseguito il cardinale Filoni — si compiono in Gesù Cristo. Senza questa caratteristica la Chiesa sarebbe come qualsiasi altra organizzazione umana. Gesù Cristo è la pace dell’uomo, la redenzione, la riconciliazione e la sapienza di salvezza. Per i cristiani, il cammino verso il regno, il cammino verso l’uomo, passa sempre e solo attraverso Gesù Cristo. Qualsiasi altro cammino non è cammino» e si finisce in vicoli ciechi. Il cardinale ha quindi affrontato la questione dell’importanza del dialogo, oggi effettivamente parte integrante della missio ad gentes, precisando anzitutto che «il dialogo e i rapporti sociali non la esauriscono» e quindi che «il dialogo interreligioso non è possibile là dove non è in atto il dialogo intra-religioso. I problemi attuali che si trovano nell’inculturare il Vangelo nella liturgia, nella legislazione canonica, nell’uso delle risorse spirituali, dimostrano il bisogno urgente di tale attenzione. La storia della missione ad gentesdimostra spesso le conseguenze negative di una tale disattenzione». La riflessione del porporato si è poi rivolta al mondo attuale della postmodernità, nel quale esistono situazioni di difficile confronto o di chiara ambiguità. «Questo mondo — ha notato il prefetto — risulta spesso impermeabile alla fede cristiana, dato che rifiuta esperienze trascendenti. Dopo c’è anche il mondo tecnocratico, che pretende di risolvere i problemi per mezzo della tecnologia. Quello della politica si propone di riorganizzare il mondo basandosi su ideologie politiche spesso ben lontane dall’esp erienza cristiana. Esiste anche un mondo dove si diffondono alcune tendenze, dove la religione è ridotta a un puro spiritualismo disincarnato. Infine, bisogna parlare del mondo della new age, che afferma di poter offrire benessere fisico e psicologico all’uomo contemporaneo». Si tratta di forme di un nuovo gnosticismo, ha osservato il cardinale Filoni. E «anche se è complessa la strada per entrare nei nuovi areopaghi sociali e culturali creati dalle culture contemporanee, è evidente che la formazione per la missione richiede nuovi stili di formazione. In ogni zona culturale la missione deve immaginare i propri metodi per farsi presente ed entrare in ogni specifico ambiente sociale e religioso. In primo luogo, è richiesta una conoscenza profonda di quanto c’è dietro e sotto l’attuale fenomeno culturale. In secondo luogo, è necessario creare un nuovo linguaggio di comunicazione e di missione che riesca a percepire questo mondo culturale nuovo». Infine il porporato ha voluto sottolineare l’importanza del principio di sussidiarietà nella Chiesa, la quale «non si può paragonare ad alcun sistema politico nel senso moderno del termine. È un mistero di comunione, al cui capo c’è Cristo stesso e dove Pietro e gli altri apostoli e i loro successori hanno il mandato ricevuto da Cristo “di pascere il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. ascoltati” (1 Pietro, 5, 2-4)». È compito dei vescovi essere vigilanti. Un compito spesso «scomodo e impopolare», ha notato ancora il cardinale Filoni, tuttavia necessario proprio per la buona riuscita della missione. Infine una raccomandazione: «Dobbiamo imparare a uscire dalle nostre tradizioni per arrivare alla verità piena». Questo, ha notato, è anche il senso di ogni inculturazione «che si realizza nella misura in cui si accoglie la singolarità di Cristo nella propria vita».

© Osservatore Romano - 5 febbraio 2014