di PIERGIORGIO CONFALONIERI*
«Laico consacrato»: così è stato definito Giuseppe Lazzati (Milano 1909-1986) da Papa Francesco quando, nel luglio 2013, è stato promulgato il decreto di riconoscimento delle virtù eroiche. La consacrazione laicale viene così riproposta alla Chiesa come cammino di santità e forma originale di apostolato. Lazzati, già dalla giovane età, si sentì sempre un apostolo, favorito certamente dall’innato talento educativo che lo distinse come docente, intellettuale e uomo politico, ma soprattutto animato da un ardente amore per Dio e dalla passione per il suo Regno. Lo testimonia, a esempio, un appunto del marzo 1929, in uno dei ritiri spirituali che cominciò ben presto a frequentare, sull’esempio di Pier Giorgio Frassati — nel 1990 riconosciuto beato — la cui memoria era molto viva nel laicato cattolico: «Lo voglio imitare facendomi apostolo non con la parola ma con la vita vissuta quotidianamente nella ricerca della perfezione».
È interessante osservare, anche da altri suoi scritti, come sia molto stretto il legame tra la ricerca della propria e dell’altrui perfezione, tanto da generare un virtuoso circuito che lo indurrà a fare dono totale di sé al Signore come semplice laico. Lazzati non esiterà a dedicarsi a tale missione senza risparmio, percorrendo in lungo e in largo non solo la propria diocesi ma anche l’intera Penisola, banditore del messaggio evangelico che riesce a porgere con particolare bravura, grazie anche alla conoscenza dei Padri della Chiesa. Al di là del linguaggio della militanza associativa del tempo, dove diventa riferimento per i giovani dell’Azione cattolica, egli sa dimostrare in che cosa consista il vero apostolato: non semplice propaganda (per usare il linguaggio di allora) bensì squisita forma di carità attraverso «la donazione di sé per il bene degli altri». È singolare come tale atteggiamento appaia persino in un opuscolo, pensato durante l’internamento militare in Germania a causa della sua obiezione al nazifascismo, dedicato ai giovani dell’amata — «luce e forza delle dure giornate di prigionia» — Azione cattolica ambrosiana: «Per essi io mi faccio santo: cioè santificarsi per santificare». Tale connubio tra santificazione personale e quella del prossimo risulta con particolare evidenza da una lettera del marzo 1940 ai laici consacrati del sodalizio avviato, anche su suggerimento del cardinale Ildefonso Schuster, da Lazzati l’anno prima, che prenderà poi il nome di Istituto secolare Cristo Re, attualmente presente in Italia e in altri Paesi: «All’amore di Dio, all’amore di Gesù Cristo non ci basta di rispondere, attraverso l’imp egno posto all’opera di santificazione: “ti amo”; la nostra vocazione ci chiama a fare un passo innanzi e a dire coi fatti cioè con l’attività di tutta la vita: per mostrarti che ti amo, ti voglio far amare». Il percorso di Lazzati è molto simile a quello di altri laici e laiche che, partendo appunto da una forte esperienza di servizio alla Chiesa, spesso tra le file del movimento cattolico, nei primi decenni del secolo scorso giungeranno a un analogo sbocco: la consacrazione nella condizione secolare. Praticamente è l’inizio di inedite forme di vita consacrata che la Chiesa, con la costituzione apostolica Provida mater Ecclesia (1947) e il motu proprio Primo feliciter (1948), definirà come istituti secolari. Quindi si può senza dubbio affermare come lo spunto fosse proprio l’impegno apostolico che, esercitato nella normale condizione dei laici, diverrà l’elemento qualificante di tali istituti, come peraltro avvertiva lo stesso Lazzati sul nascere della propria famiglia spirituale: «Il sodale sia essenzialmente apostolo e nella forma più difficile, cioè rimanendo nelle condizioni della vita ordinaria». Pare lecito cogliervi persino un’intuizione profetica, pensando a quanto il magistero avrà modo di esprimere compiutamente più tardi. Alla luce del Vaticano II , che afferma come sia proprio dei laici trattare e ordinare le realtà temporali secondo Dio (Cfr. Lumen gentium , 31) — con la conseguenza che «i laici, dunque, svolgendo tale missione della Chiesa, esercitano il loro apostolato nella Chiesa e nel mondo, nell’o rd i ne spirituale e in quello temporale» ( Apostolicam actuositatem , 5) — l’ap ostolato dei laici acquista una dimensione più ampia sicché conferisce ulteriore e significativa valenza pure alla specificità degli istituti secolari: la consacrazione accetta di prendere forma dall’incontro e dal dialogo con la realtà secolare, da riconoscere nel suo valore creaturalmente positivo, e la vita ordinaria diviene così la sostanza stessa della santificazione personale. Rivolgendosi ai loro rappresentanti il 10 maggio 2014 e rievocandone le origini, Papa Francesco ha affermato che «gli istituti secolari sono proprio un gesto di coraggio che ha fatto la Chiesa in quel momento; dare struttura, dare istituzionalità agli istituti secolari», aggiungendo che «c’è bisogno di coraggio per vivere nel mondo» perché «come gli altri e in mezzo agli altri, conducete una vita ordinaria, priva di segni esteriori, senza il sostegno di una vita comunitaria, senza la visibilità di un apostolato organizzato o di opere specifiche». Perciò nell’Anno dedicato alla vita consacrata, la Chiesa è chiamata a riscoprire il valore e l’attualità dei propri carismi, riflessi nella esemplarità dei fondatori, come ha saputo testimoniare Lazzati: provvidenziale occasione per porsi in sintonia con l’immagine di «Chiesa in uscita» e così scrutare con speranza il futuro.
*Postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione
© Osservatore Romano -12 febbraio 2015