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Rassegna stampa Speciali
tondo GregA cura di P. Pietro Messa, ofm

di Flavia Marcacci

Oggi pomeriggio alle ore 17 presso la Pontificia Università Gregoriana si terrà la presentazione del volume Realismo e metodo. La riflessione epistemologica di Bernard Lonergan, curato da Rosanna Finamore per i tipi Gregorian&Biblical Press e collettanea di saggi provenienti da ambiti disciplinari diversi, tra filosofia, scienza e diritto. Alla presentazione interverranno i professori Franca D’Agostini (Politecnico di Torino), Roberta Lanfredini (Università degli Studi di Firenze) e Paolo Savarese (Università degli Studi di Teramo).


Il volume, come recita il titolo, muove intorno all’opera di Bernard C. F. Lonergan (1904-1984), che nel corso della sua produzione intellettuale si confrontò con il pensiero scientifico, filosofico e storico del suo tempo. Lonergan cercava di imitare l’attitudine di Tommaso d’Acquino, che non rifiutò di misurarsi con le sfide speculative che il secolo poneva di fronte, ma con acume e profondità entrò nelle questioni apparentemente più ardue e ostiche (si pensi soltanto al problema dell’immortalità dell’anima, che nella visione aristotelica non era affatto chiarita) trovando soluzioni che riconciliarono il pensiero cristiano con la storia e in essa seppero lasciare un solco profondo.

Perché allora realismo? Perché l’intento è capire il realismo critico di Lonergan, scevri dai rischi di ogni precomprensione ma consapevoli dell’importanza che un approccio realista ha avuto nell’alveo del pensiero cattolico del Novecento (vedi Maritain e Gilson), proprio nella misura in cui Lonergan sa confrontarsi con tradizioni diverse (vedi Husserl e Gödel). Il realismo critico è oggetto di analisi di Finamore.

Perché metodo? Perché si indaga quello che Lonergan chiamava “metodo empirico generalizzato”, ovvero non un sistema o un insieme di regole bensì un metodo che si occupa del soggetto e della sua coscienza. Guarda cioè al processo di apprendimento che l’uomo attua in ambito scientifico, storico e filosofico. Approdo è la soggettivitò autentica, che porta necessariamente a scoprire l’ulteriorità a cui lo stesso processo del sapere rimanda. Su questi aspetti si concentrano i contributi di Pierpaolo Triani e Pasquale Giustiniani. Confrontano invece il metodo lonerganiano con la prassi scientifica e umanistica Paolo Gherri e Valter Danna. La realtà infatti è unitaria e non si può pensare che possa essere conosciuta a compartimenti separati né che il sapere possa pervenire a forme di conoscenza definitive e statiche. È piuttosto duplice il movimento del sapere: verso la comprensione dei propri fondamenti e verso il confronto con una realtà sempre più ricca. Questo obbliga la tecnica e la scienza a “umanizzarsi”, ma al contempo rende necessario un rinnovamento interno anche alla teologia.

Interessante con il contributo di Giuseppe Guglielmi anche poter pensare al concetto lonerganiano di storia, che è il luogo dove i giudizi non sono sempre certi: questo non vuol dire abbracciare il relativismo come rinuncia ad ogni coscienza veritativa e come unico esito dello storicismo, bensì sapere che il lavoro storico risente delle prospettive che pesano in ogni ricostruzione unitamente all’indeterminatezza propria dell’oggetto storico. Per questo è bene parlare di prospettivismo in storia, non di relativismo.

È infine possibile un confronto con l’idea di causa formale in Lonergan per indagare il problema del finalismo, oggetto di studio di Carlo Cirotto. C’è una scissione di fatto tra mondo microscopico, dove sono molti di più gli eventi probabili di quelli improbabili, e il mondo macroscopico, dove invece gli eventi improbabili sono spesso fautori del benessere degli organismi. Ecco allora che il finalismo è quello che Lonergan chiamava dinamismo orientato: esso è ciò che accomuna l’improbabilità, distintiva dell’intelligenza umana quando programma in maniera ordinata sistemi artificiali come un aereo o un grattacielo, con ciò che favorisce le interazioni reciproche in natura favorendo la nascita di nuovi sistemi biologici.

C’è da chiedersi se, parlando di metodo, non sia richiesto il confronto con un ulteriore problema ormai chiarito dalla storia della scienza: non è per questioni di “metodo”, ad esempio, che Galileo e la scienza moderna hanno trionfato nel Seicento. Anche per il metodo, ma di certo non soltanto per quello. In questa prospettiva la riflessione su Lonergan diventerebbe ancora più interessante perché sarebbe il pezzo di un puzzle ben più complesso, sul quale magari gli autori potranno tornare in futuro a riflettere, avendo intanto identificato un pezzo irrinunciabile al puzzle.

Flavia Marcacci
professoressa presso la Facoltà di filsofia della Pontificia Unviersità Lateranense