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Francesco volle gli fossero arrecati dei pani e a ciascheduno dei frati ne porse una particellaA cura di P. Pietro Messa, ofm

Padre Marco Tasca, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, ha scritto la lettera
Cibo che nutre. Per una vita sana e santa (Roma 2015) indirizzata ai propri confratelli, ma che offre elementi di riflessione validi per tutti, come il brano in cui presenta il modo con cui san Francesco d’Assisi visse la convivialità.

Se da una parte conosce il digiuno anche prolungato, san Francesco conosce altrettanto bene la convivialità, il fatto che condividere il cibo è esercizio pratico di vicinanza fraterna, modo concreto di prendersi cura del bisogno del fratello, segno esteriore che deve caratterizzare – anche con l’abbondanza – le grandi feste del Signore nostro Gesù Cristo, soprattutto il Natale. “Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: ‘Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno’” (2Cel 199: FF 787).

Il santo di Assisi, come leggiamo nelle fonti, si dimostra attento non solo alle necessità di cibo dei fratelli, come quando interpreta come “dovere di carità” la condivisione della tavola con un frate che nella notte era stato assalito dai morsi della fame, invitando i confratelli a fare altrettanto (2Cel 22: FF 608), ma si fa attento ai loro gusti e desideri particolari, come quando accompagna un frate che voleva mangiare dell’uva in una vigna e comincia egli per primo a mangiarne (cf. 2Cel 176: FF 762). Mentre nessuna comprensione egli riserva a coloro che vogliono partecipare del frutto dell’elemosina

senza prendere parte alla fatica della stessa, come quel “frate mosca”, troppo “amico del ventre”, che senza mezzi termini allontana dall’ordine (cf. 2Cel 75: FF 663).

Una bella sintesi dell’atteggiamento di san Francesco nei confronti del cibo ci viene offerta dalla Leggenda Maggiore di san Bonaventura: “Austero verso se stesso, umano verso il prossimo, soggetto in ogni cosa al Vangelo, era di esempio e di edificazione non solo con l’astinenza, ma anche nel mangiare” (LegM 5,1: FF 1087). La conclusione della vita del santo di Assisi, poi, è legata, come sappiamo, a una strana richiesta che ha ben poco di spirituale: egli domanda infatti a frate Jacopa, la quale lo esaudisce con prontezza, di portargli alcuni dolci che apprezzava in modo particolare, i mostaccioli (Lettera a donna Jacopa: FF 255 e CAss 8: FF 1548). Anche nel momento estremo del trapasso il cibo – in questo caso un tipo di dolce che aveva più volte gustato a Roma nel corso di una malattia –, assume per Francesco profonde risonanze relazionali e amicali.

Il tema della convivialità, del fatto che il santo di Assisi non voleva escludere nessuno dalla sua tavola, assume ai nostri giorni anche un concreto risvolto di carattere economico per quanto riguarda la solidarietà nell’ordine, in senso globale. Se una comunità si trova ad avere, oltre al necessario, del superfluo, questo deve andare a beneficio di altre comunità della stessa provincia che vivono in stato

di penuria. La stessa logica vale nel rapporto tra province e custodie della medesima circoscrizione e infine tra le varie circoscrizioni dell’ordine. La carità verso i fratelli è uno sguardo che vede e una mano che si apre, per cui questo stile di reciproca attenzione e di mutuo scambio dovrà diventare nel tempo cosa del tutto normale.



Il testo completo della lettera in http://www.ofmconv.net/index.php?option=com_content&view=article&id=111&Itemid=270&lang=it

Per un approfondimento cfr. GIUSEPPE CASSIO - PIETRO MESSA,  Il cibo di Francesco. Anche di pane vive l'uomo, Milano 2015, pp. 94.