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San Benedetto da Norcia particolaredi Edoardo Giribaldi - fonte Osservatore Romano

Il segno tangibile di una «rinascita religiosa» profonda che abbraccia l’intera fede del popolo cristiano a partire dalle terre umbre: così Leone XIV ha descritto la riapertura al culto della basilica di San Benedetto a Norcia dopo quasi quattro anni dall’avvio del cantiere di ricostruzione a seguito del grave danneggiamento provocato dal sisma dell’ottobre 2016.

In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in occasione della messa del 31 ottobre per la dedicazione dell’altare della basilica, il Pontefice si è unito spiritualmente all’evento, condividendo «la comune gioia» per la restituzione alla comunità di un edificio sacro «così caro» alla popolazione locale. Il Papa ha ringraziato quanti, dalle istituzioni alle maestranze, hanno sostenuto gli interventi di ricostruzione e consolidamento della basilica, definendo l’opera «tanto sentita e attesa da molta gente, non solo dell’Umbria ma anche dell’Italia e di altri Paesi». Una gioia diffusa, dunque, poiché l’edificio — oltre al valore storico e artistico — rappresenta il «cuore pulsante della spiritualità benedettina» e il segno di un cammino compiuto in questi anni dall’intera comunità diocesana.

Un «esilio» durato nove anni: il periodo della ricostruzione è stato così descritto dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Conferenza episcopale umbra, Renato Boccardo, durante l’omelia. «Le porte della basilica — ha sottolineato il presule — si aprono oggi per accogliere quanti qui verranno ad attingere luce e forza per il cammino della vita cristiana». Lo splendore dell’edificio, tuttavia, non è sufficiente da solo a farne «la casa di Dio tra le case degli uomini»: esso non può prescindere dalla vitalità della sua comunità, dalla bellezza «di un popolo che si edifica» attorno alla basilica, impegnandosi «per una società più accogliente e misericordiosa verso tutti». Monsignor Boccardo si è poi soffermato sulla figura di san Benedetto, patrono d’Europa, capace — come scrisse san Gregorio Magno — di «brillare per virtù in un tempo di rovina» nel contesto di un continente allora sconvolto da «invasioni barbariche, lotte dinastiche e crollo delle istituzioni». Anche oggi, ha osservato l’arcivescovo, l’Europa porta «le cicatrici di ferite ideologiche e morali che ne hanno minato l’anima: l’evaporarsi progressivo della coscienza religiosa, il relativismo etico che indebolisce la coesione sociale, la guerra che bussa con violenza alle sue porte, la corsa al riarmo che sottrae risorse allo sviluppo solidale, il riaffiorare dell’antisemitismo, la tentazione di erigere muri che dividono invece di costruire ponti che uniscono». Le fragilità — ha aggiunto — si estendono anche al contesto politico, segnato da «governi instabili, polarizzazione ideologica, crescita del populismo e del nazionalismo, perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche».

In tale scenario il «ritorno a Benedetto» non è nostalgico ma profetico. Il santo di Norcia seppe raccogliere «nella carità» fratelli diversi tra loro, promuovendo una fraternità fondata non «su accordi formali o equilibri precari» ma sulla «conversione interiore, sulla trasformazione dei cuori». La vera pace infatti, ha ricordato Boccardo, «non si firma, si vive». Approfondendo la dimensione della «solidarietà benedettina», ha evidenziato come la riapertura della basilica richiami la necessità di riconoscere «un bene comune» e di operare insieme per costruire una «casa di tutti», fondata non sul calcolo ma sul senso, non sulla sola tecnica ma sulla sapienza, non sull’effimero ma sull’eterno. «La solidarietà tra i popoli — ha ammonito ancora il presule — non può ridursi a strategia diplomatica o a strumento economico». La ricerca sincera «del vero e del bene» è di fatto ciò «che impedisce a politica, finanza e cultura di piegarsi all’arbitrio o all’interesse di parte». La «forza interiore che oggi manca a molte istituzioni» è quindi ciò da cui ripartire. San Benedetto stesso, ha concluso monsignor Boccardo, «ci ricorda che, senza un’anima, l’Europa rischia di ridursi a un’aggregazione funzionale di interessi economici e tecnici, priva di coesione profonda».

La messa è stata concelebrata da sedici vescovi e abati benedettini delle abbazie italiane, tra cui il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo emerito di Perugia-Città della Pieve, e l’abate primate dei benedettini confederati, padre Jeremias Schröder, insieme ai presbiteri dell’arcidiocesi di Spoleto-Norcia.

© Osservatore Romano - 3 novmbre 2025