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annus-fidei-logodi MARIOPONZI

Con la messa che Papa Francesco celebra in piazza San Pietro alle 10.30 di domenica 24 novembre, solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, si conclude l’Anno della fede, inaugurato da Benedetto XVIl’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II. Sugli avvenimenti più significativi che hanno caratterizzato questo anno, sulla partecipazione popolare e sulle prospettive future abbiamo rivolto alcune domande all’a rc i v e s c o -vo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

Forse è ancora presto per tracciare un bilancio di questo Anno della fede. È possibile però ripercorrere le diverse tappe che lo hanno scandito e gli appuntamenti più importanti svoltisi alla presenza del Papa. Quali sono stati, secondo lei, quelli che hanno lasciato un segno più profondo?
Se ne dovessi individuare uno, direi che è stato il momento dell’adorazione eucaristica. Il mondo intero si è raccolto per un’ora davanti all’Eucaristia. Il Pontefice più volte ci ha detto che l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Credo che l’adorazione sia il momento peculiare in cui riscopriamo la fede. E quella vissuta durante l’Anno della fede resterà impressa nella memoria come il momento in cui Gesù è stato veramente “il cuore del mondo”, per usare la bella espressione del titolo di un libro di Hans Urs von Balthasar. A tutte le latitudini, dal nord al sud, dall’est all’ovest, nelle isole, nei continenti, nei più sperduti villaggi come nelle più grandi metropoli, fosse notte fonda o giorno pieno, per un’ora siamo stati tutti insieme intorno a Gesù.

Si possono ricavare dati significativi dalla partecipazione dei fedeli?
Ne possiamo ricavare alcuni dalla presenza dei pellegrini giunti a Roma. Però dobbiamo ricordare che l’Anno della fede non è stato celebrato solo qui. È stato vissuto intensamente da e in tutta la Chiesa: diocesi, parrocchie, movimenti, associazioni, case di vita religiosa... Se vogliamo fermarci ai dati che riguardano Roma, parliamo di una cifra che va ben oltre i sette milioni di fedeli venuti durante l’anno a pregare presso la tomba di san Pietro. Ed è una cifra che tiene conto solo di coloro che hanno raggiunto la città con pellegrinaggi organizzati o che comunque hanno dato notizia del loro arrivo. A questi vanno naturalmente aggiunti tutti quelli che si sono mossi autonomamente. Si è trattato comunque di un pellegrinaggio che si è sviluppato costantemente per tutto l’anno.

Ci sono stati avvenimenti particolari che hanno caratterizzato le celebrazioni nei diversi Paesi del mondo?
Ovunque la partecipazione è stata intensa, soprattutto a livello parrocchiale. Abbiamo però avuto anche notizie di iniziative più particolari. Per esempio, dalle Filippine ci hanno inviato alcune belle testimonianze raccolte tra i carcerati come segno della loro adesione e partecipazione all’Anno della fede.

Quali potranno essere i riflessi di questa celebrazione nella società di oggi, soprattutto in prospettiva futura?
Certamente si è trattato di un avvenimento che ha interpellato le coscienze. Ora però non bisogna dormire sugli allori, come si dice. Dobbiamo far sì che i frutti spirituali di quest’anno si protraggano nel tempo e siano d’aiuto alla nuova evangelizzazione, di cui l’Anno della fede è stato solo un momento. L’entusiasmo nato da questa iniziativa ora dovrà essere coltivato e portato a maturazione nelle singole comunità per suscitare quello spirito di cui abbiamo bisogno per il cammino della nuova evangelizzazione.

Pensando all’Anno della fede indetto da Paolo VI e celebrato tra il 1967 e il 1968, è possibile fare un raffronto con quello che sta per concludersi?
Io vedo nei due avvenimenti la continuità della Chiesa. Continuità che in queste celebrazioni si esprime innanzitutto nel convincimento di dover riaffermare, o suscitare ove ce ne fosse più bisogno, l’attenzione sul dono più importante che abbiamo ricevuto, quello della fede. E nel desiderio di ricordare che la Chiesa è chiamata a trasmettere, di generazione in generazione, la fede di sempre. È vero che ciascuno di noi si impegna in prima persona per vivere la propria fede, ma è altrettanto vero che la fede chiede di essere trasmessa. E la Chiesa è chiamata a essere protagonista di quest’opera di trasmissione. Non a caso Paolo VI concluse l’Anno della fede il 30 giugno 1968 con ilCredo del Popolo di Dio. Un Credo in cui il Papa, all’epoca, poneva un’ulteriore sintesi di quanto emerso negli anni del concilio Vaticano II, conclusosi tre anni prima. Anche per tale motivo quell’anno fu straordinario e venne vissuto sulla scia dell’entusiasmo suscitato dal concilio stesso. Qualcosa di analogo è avvenuto per questo Anno della fede, che si è aperto nel cinquantesimo anniversario dell’inizio del Vaticano II e si conclude con la consegna da parte di Papa Francesco dell’esortazione apostolica Evangeli gaudium sulla evangelizzazione del mondo contemporeaneo. Ecco la continuità della Chiesa.

A proposito di continuità, come legge il fatto che questo anno, voluto e aperto da Benedetto XVI, venga concluso dal suo successore Papa Francesco?
Leggo questo come un grande momento di grazia. Benedetto XVI aveva intuito quanto ci fosse bisogno, in questo momento, di portare la Chiesa su un cammino di rinnovato entusiasmo nel celebrare e vivere la fede. Papa Francesco, con il suo esempio e la sua testimonianza personale, ci indica la strada sulla quale procedere: quella che conduce alla cultura dell’incontro per uscire da noi stessi e andare verso gli altri. La fede ci rende responsabili degli altri. Questo Pontefice ci dice che la fede è luce per la vita delle persone. E ci insegna che la coscienza di Dio come centro nella nostra vita e la riscoperta del Vangelo come guida alla nostra esistenza sono i richiami più forti che devono orientare il cammino della nuova evangelizzazione.

© Osservatore Romano - 24 novembre 2013