di JEAN-LOUIS TAURAN * «Vi daremo un annuncio a questo proposito, affinché esso abbia voce e valore di Pentecoste; ed è questo: come tempo fa annunciammo, Noi istituiremo, e proprio in questi giorni, qui a Roma il “Segretariato per i non-Cristiani”, organo che avrà funzioni ben diverse, ma analoga struttura a quello per i Cristiani separati (...). Nessun pellegrino, per lontano che sia, religiosamente e geograficamente, il Paese donde viene, sarà più del tutto forestiero in questa Roma, fedele ancor oggi al programma storico che la fede cattolica le conserva di “patria communis”» (Paolo VI, omelia nella domenica di Pentecoste, 17 maggio 1964).
Così, cinquant’anni fa, Papa Paolo VIpreannunciava l’istituzione del Segretariato per i non cristiani, oggi Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e nella lettera apostolica Progrediente concilio, il 19 maggio seguente, affidava al nascente Segretariato il compito «di rivolgere la sua salutare attenzione a quanti sono privi della religione cristiana, ed ai quali pure sembrano fare riferimento le parole del Signore: “Ed ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche queste io devo condurre ”(Giovanni, 10, 16)». In seguito, l’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) e, ancor di più, la dichiarazione conciliare Nostra aetate, della quale ricorreranno i cinquant’anni il prossimo 28 ottobre 2015, offrirono il fondamento teologico per il lavoro del Segretariato, mentre la costituzione apostolica Regimini Ecclesiae universae(15 agosto 1967), ne definì la struttura e lo scopo. Circa dieci anni dopo, il 22 ottobre 1974, sempre per volontà di Papa Paolo VI, fu istituita la Commissione per i Rapporti Religiosi con i Musulmani, allo scopo di promuovere e stimolare i rapporti religiosi tra musulmani e cattolici. Infine, nel 1988, nel quadro della riorganizzazione della Curia attuata con la costituzione apostolica Pastor bonus (28 giugno 1988) di Giovanni Paolo II, la denominazione del Segretariato fu mutata in Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. In questi cinquant’anni sono state numerosissime le occasioni di dialogo sincero, di collaborazione, di ricerca di strade comuni per rispondere alle necessità di questo mondo. Sono tante le persone di altre religioni che abbiamo incontrato lungo questo cammino e che ne hanno condiviso con noi un tratto. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ponendosi al servizio delle Chiese locali, soprattutto in collaborazione con le conferenze episcopali, ha progressivamente maturato la riflessione sul significato e sulle modalità dell’i n c o n t ro con persone di altre tradizioni religiose. Anche se cinquant’anni rappresentano un cammino non lungo nella storia bimillenaria della Chiesa, tuttavia non si può rendere conto dettagliatamente di tutte le attività, i documenti, le pubblicazioni e le persone che, con generosità e preparazione, hanno dato il loro prezioso apporto alla missione del Consiglio. È doveroso ricordare i presidenti che, con la loro guida, hanno reso efficace l’operato del dicastero. Si tratta del cardinale Paolo Marella (1964-1973), del cardinale Sergio Pignedoli (1973-1980), dell’a rc i v e s c o v o Jean Jadot (1980-1984), del cardinale Francis Arinze (1984-2002), dell’a rc i -vescovo Michael Louis Fitzgerald (2002-2006), del cardinale Paul Poupard (2006-2007) e del sottoscritto dal 2007. Mi sembra che il modo migliore di ripercorrere questi cinquant’anni di servizio al dialogo interreligioso sia farlo attraverso il magistero dei Pontefici. È tuttavia evidente che vi si accennerà in maniera sommaria e lacunosa, data la ricchezza e la vastità del loro insegnamento sul dialogo con le persone di altre religioni. Papa Giovanni XXIII, nel discorso di apertura del concilio Vaticano II (11 ottobre 1962), invitò a promuovere «l’unità basata sulla stima e il rispetto verso la Chiesa cattolica che nutrono coloro che seguono le diverse forme di religione non ancora cristiane» (Gaudet mater Ecclesia,§ 8.2). Nell’enciclica Pacem in terris (11 aprile 1963), Papa Roncalli ammoniva: «Non si dovrà mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale o religioso. L’errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità» (n. 83). Paolo VI, nell’Ecclesiam suam(6 agosto 1964), espresse la profonda convinzione che «la Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (n. 67), e più avanti, nella stessa enciclica aggiungeva: «Non vogliamo rifiutare il nostro rispettoso riconoscimento ai valori spirituali e morali delle varie confessioni religiose non cristiane; vogliamo con esse promuovere e difendere gli ideali, che possono essere comuni nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile» (n. 112). E, inoltre, giova qui ricordare che era stato proprio Paolo VI, meno di tre mesi prima, a istituire l’allora Segretariato per i non cristiani. Giovanni Paolo I, pur nella brevità dei suoi trentatré giorni di pontificato, si era avviato sulla strada tracciata dal suo predecessore, «chiamando alla collaborazione tutti i buoni, i giusti, gli onesti, i retti di cuore, per fare argine, all’interno delle nazioni, alla violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti, e, nella vita internazionale (...) promuovano l’elevazione dei popoli meno dotati di beni di fortuna eppur ricchi di energie e di volontà» (Radiomessaggio Urbi et orbi, 27 agosto 1978). Ma fu Giovanni Paolo II a dare impulso alla “cultura del dialogo”. Sarebbe impossibile anche solo elencare qui tutti i circa seicento discorsi sul dialogo interreligioso, e gli incontri con esponenti di altre tradizioni religiose che hanno costellato il pontificato di Papa Wojtyła. Mi piace ricordare quando, il 27 ottobre del 1986 ad Assisi, incontrò per la prima volta i seguaci di tutte le religioni del mondo per una Giornata di preghiera, indetta in occasione dell’Anno internazionale per la pace. La Giornata di Assisi, lo sappiamo bene, è passata alla storia come “icona del dialogo interreligioso”. O quando, nel 2002, dopo i drammatici avvenimenti di New York e Washington dell’11 settembre 2001 e le loro tragiche conseguenze nel Medio e Vicino Oriente, convocò, sempre ad Assisi, un’altra Giornata di preghiera per la pace prop onendo un “Decalogo per la pace” ai capi di Stato e ai rappresentanti dei Governi di tutto il mondo. E chi non ricorda le commoventi immagini del Papa, che visita la moschea Omayyāde a Damasco, il 6 maggio del 2001? Alla luce della tragedia siriana, le parole da lui pronunciate in quell’occasione risuonano oggi con ancora più forza: «In Siria, i cristiani e i musulmani hanno vissuto per secoli fianco a fianco ed è stato portato incessantemente avanti un ricco dialogo di vita (...) Possano i cuori dei cristiani e dei musulmani volgersi gli uni verso gli altri con sentimenti di fraternità ed amicizia, affinché l’Onnipotente ci benedica con la pace che solo il cielo può dare!». Con Benedetto XVIcostante è stata l’attenzione al tema del dialogo fra persone di diverse religioni. In sette anni di pontificato, si possono contare quasi duecento suoi interventi sul dialogo interreligioso. D’altronde, all’inizio del pontificato, egli si è posto subito sul solco del magistero di Papa Wojtyła: «La Chiesa vuole continuare a costruire ponti di amicizia con i seguaci di tutte le religioni, al fine di ricercare il bene autentico di ogni persona e della società nel suo insieme» (Ai Delegati delle altre religioni, 25 aprile 2005). E ancora: «La Chiesa riconosce come parte essenziale dell’annuncio della Parola l’incontro, il dialogo e la collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, in particolare con le persone appartenenti alle diverse tradizioni religiose dell’umanità, evitando forme di sincretismo e di relativismo e seguendo le linee indicate dalla dichiarazione del concilio Vaticano II Nostra aetate, sviluppate dal magistero successivo dei Sommi Pontefici» (Benedetto XVI, Verbum Domini, 30 settembre 2010, n. 256). BenedettoXVIha individuato nel processo di globalizzazione mondiale un’occasione propizia per promuovere relazioni di universale fraternità tra gli uomini. Quanto a Papa Francesco, a poco più di un anno dall’inizio del pontificato, sono già numerosi gli incontri con rappresentanti di altre religioni, i gesti compiuti e le parole da lui pronunciate sul dialogo interreligioso. Egli ama ricordare e ripetere che «la Chiesa cattolica è consapevole dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose — questo voglio ripeterlo: promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose» (Ai rappresentanti delle Chiese e delle comunità ecclesiali e di altre religioni, 20 marzo 2013). Solo per citare due gesti compiuti da Papa Francesco, nel 2013, ricordo che è stato lui a volere firmare l’annuale messaggio di auguri alla comunità musulmana per la fine del Ramadan (mentre normalmente la firma è del presidente del Pontificio Consiglio) e che, il 7 settembre 2013, ha invitato a digiunare e a pregare per la Pace in Medio Oriente e in particolare in Siria, e al suo invito hanno aderito diversi rappresentanti di varie tradizioni religiose. In occasione della recente sessione plenaria del dicastero, che ha avuto luogo lo scorso mese di novembre, il Santo Padre ci ha detto: «La Chiesa cattolica è consapevole del valore che riveste la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose. Ne comprendiamo sempre più l’importanza, sia perché il mondo è, in qualche modo, diventato “più piccolo”, sia perché il fenomeno delle migrazioni aumenta i contatti tra persone e comunità di tradizione, cultura, e religione diversa. Questa realtà interpella la nostra coscienza di cristiani, è una sfida per la comprensione della fede e per la vita concreta delle Chiese locali, delle parrocchie, di moltissimi credenti» (Ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, 28 novembre 2013). Così, attraverso il dialogo con il mondo di Paolo VI, il dialogo della pace di Giovanni Paolo II, e il dialogo della carità nella verità di Benedetto XVI, siamo giunti, in cinquant’anni, alla sfida del dialogo interreligioso quale dialogo dell’amicizia, annunciato da Papa Francesco. Ecco, in poche battute, il percorso sin qui seguito dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. E nel futuro? Con coraggio, prudenza e paziente perseveranza, confidando nel sostegno dello Spirito Santo, come è avvenuto fin dal giorno di Pentecoste del 1964, in cui il dicastero fu istituito, continueremo a fidarci e affidarci, illuminati, incoraggiati e guidati dall’insegnamento dei Pontefici, per offrire alle Chiese locali ogni possibile sostegno per un cammino ancora lungo, che si annuncia così ricco di sfide.
*Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso
© Osservatore Romano - 16 maggio 2014