Questo invito di Cristo richiama almeno due riferimenti previi della Sacra Scrittura.
Nel salmo 46 al versetto 10 abbiamo un comando “Fermatevi e sappiate che Io sono Dio” (Vacate et videte quoniam ego sum Deus).
E nel Genesi al cap 2 versetto 2 “Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.”
Nel salmo 46 abbiamo l’imperativo “harepu” in ebraico e “Scholasate” in greco. Il greco, più analitico, fatica a tradurre correttamente l’ampio spettro dell’imperativo esistenziale dell’ebraico che indica sia il “fermarsi”, che il “cessare” (come lo shavath del secondo capitolo del Genesi, da cui lo Shabath ebraico, il sabato) sia lo svuotarsi.
Indica infine anche il desistere.
L’imperativo, però nella Bibbia, ha senso solo in riferimento alla relazione principale dell’uomo della Bibbia che è quella con Dio.
Non ci si ferma, non si prende una vacanza (vacate) per star bene. Quello semmai è un effetto di questa relazione.
Non si cessa un’attività, ad esempio il lavoro, per lavorare meglio ma semmai per entrare nella vera occupazione dell’uomo che è entrare in relazione fiduciosa, laudativa ed adorante di Dio e gioire con Lui dell’opera delle mani che si è avuta la grazia di compiere.
Non dobbiamo dimenticare che il riposo di Dio è finalizzato alla gioia a quel “tov meod” (טוֹב מְאוֹד), cioè al “compiutamente bellissimo” che Dio creatore, come un bimbo, esclama dal profondo vedendo la creazione e specie la creazione dell’uomo, maschio e femmina.
Allo stesso tempo non dobbiamo pensare allo svuotarsi come un atto solipsistico di training autogeno, caro alla new age o al Taoismo, per cui occorre svuotarsi da sé per raggiungere il vero sé. Questo è un inganno. Perché per l’uomo della Bibbia ci si svuota per farsi colmare da Dio. E lo svuotarsi implica anche una certa decisa energia, talvolta. Ci ricorda Sant’Agostino nel trattato su San Giovanni:
“Già l'abbiamo detto più volte: il recipiente da riempire deve essere svuotato. Tu devi essere riempito di bene: liberati dunque dal male. Supponi che Dio ti voglia riempire di miele: se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna gettar via il contenuto del vaso, anzi bisogna addirittura pulire il vaso, pulirlo faticosamente coi detersivi, perché si presenti atto ad accogliere questa realtà misteriosa. La chiameremo impropriamente oro, la chiameremo vino. Qualunque cosa diciamo intorno a questa realtà inesprimibile, qualunque cosa ci sforziamo di dire, è racchiuso in questo nome: Dio. Ma quando lo abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo pronunciato, che cosa abbiamo detto? Sono forse queste due sillabe tutto quel che aspettiamo? Qualunque cosa dunque siamo capaci di dire, è al di sotto della realtà: dilatiamoci col desiderio di lui, cosicché ci possa riempire, quando verrà. Saremo infatti simili a lui, perché lo vedremo così com'è.”
Infine il desistere non indica passività e resa solamente, perché, questo, nell’ottica dell’uomo biblicamente inteso, cioè ferito, lo rende impossibile a compiere il bene e cioè anzitutto entrare in relazione con Dio. Perché l’uomo rischia di appropriarsi dell’opera delle sue mani, persino dei carismi, persino del suo essere mite e temperante, a tratti "umile", senza riconoscere che tutto questo è già un dono del Padre.
Si tratta piuttosto dell’arrendersi a Dio provvidente e padre, come un bimbo, già svezzato, dunque consapevole, lucido, del bene presente dalla resa dell’abbraccio con la madre:
“Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l'anima mia. ” (Sl. 131,2)
Desistere significa desatellizzarsi da tutto quanto ci impedisce di amare Dio e dunque di amare anche il reale.
Non amerai tua moglie se non rinuncerai a Lei per Dio. Non amerai i tuoi figli se non rinuncerai a loro per il Signore Dio. Né amerai il reale (intuizioni, visioni, lavoro, opere, fatti, circostanze, ecc.) se non lo poni al giusto posto.
Desistere significa entrare nella logica del Sacrificio del figlio Unico come Abramo, padre nella fede. Sul quale, come Abramo, hai investito tutto, magari con la promessa di Dio.
Da qui si comprende che ci si ferma, si prende una vacanza, ci si svuota, si desiste per entrare in relazione con Dio, nella Sua intimità.
Questo rende liberi.
Curioso notare che "harepu" nel "dialetto" Yiddish può essere interpretato anche come "liberatevi"!
Ci si libera solo se si riposa con Cristo, sia personalmente che comunitariamente. Qui è presente la libertà che libera.
Il richiamo del Cristo è fatto sia al singolo che al Noi, alla Chiesa.
Non è dunque richiamo per una presunta perfezione personale. Non si diventa santi se non con i fratelli e le sorelle, ed anche l’eremita che non porta con sé la Chiesa intera, affettivamente ed effettivamente, illude sé stesso.
Il richiamo di Gesù, dunque è il richiamo al Suo Giorno, al Giorno del Signore, come ricorda la Sacrosanctum Concilium al n° 106:
“Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente « giorno del Signore » o « domenica ». In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare alla eucaristia e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e render grazie a Dio, che li « ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti» (1 Pt 1,3). Per questo la domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le venga anteposta alcun'altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico.”
Esiste dunque la Domenica vera del “noi” e la “domenica personale”, lo shabat dell’io, che è bene si svolga sovente durante la settimana con tempi e spazi precisi e con desiderio costante. Tanto era il desiderio del Padre di Gesù che trovava il tempo di notte.
Gesù chiama in disparte dalle fatiche apostoliche per ricordare il fine delle stesse, cioè il riposo eterno in Dio, la Vita Eterna, il Paradiso.
Il riposo, dunque, come abbiamo visto, invita alla disappropriazione in vista del Regno.
Un “riposo” illumina e sostiene l’altro “riposo”. Ed entrambe le dimensioni del riposo richiamano alla relazione con Dio e con i fratelli e le sorelle in Lui.
Non è questa sin da ora la “vita eterna”?
Se questa viene posta su un piatto della bilancia della nostra vita, nessun peso presente nell’altro piatto potrà oscurare e rattristire lo sguardo in maniera grave, perché la “Resa a Dio” ed il riposo in Lui e con Lui, vince ogni male. Dentro di noi, fuori di noi ed in mezzo a noi.
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www.lacrocequotidiano.it - 21 luglio 2018
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