Nel tempio del Signore, tutti dicono: «Gloria!»
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Dal salmo 28 delle Lodi.Il tempio del Signore è il luogo dove ciascuno è rivolto verso di Lui, con tutto se stesso, come a Sole che sorge.
Non è luogo dove guardare a sé e dare gloria al proprio ego, ma il luogo dove impariamo la rettitudine dell'Amore e la Sua Giustizia. La Sua Sapienza.
Non è un posto per la gelosia e l'invidia né per l'attacamento spasmodico ai ruoli ricevuti come consegna.
E' Lui ed il guardare a Lui che ci qualifica, ci dona di essere e di esistere, di gioire ed amare, di soffrire e offrire, perdonare ed essere perdonati.
E' il luogo dove ci purifichiamo dai pensieri e dai fantasmi, dalle ideologie e persino dalle "proiezioni" di Lui che abbiamo accumulato nel tempo; "immagini" a volte necessarie che Lui ha concesso venendo incontro alla gradualità e alla povertà del nostro cuore. Lui sommo pedagogo.
E' dunque luogo di trascendenza, di gradino in gradino per essere più suoi e diventare pienamente umani.
Non si diventa umani attacandosi alla terra, né portandola con sé come fardello, ma cercando sempre di più il suo volto misticamente. Perché la via mistica è quella di ogni battezzato. E non c'è frutto nel mondo se non da coloro che tendono alla Via Mistica.
Dice infatti il salmo :
Date al Signore, figli di Dio, *
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome, *
prostratevi al Signore in santi ornamenti.
e quali sono questi santi ornamenti?
Anzitutto la coscienza sempre viva e presente di essere un nulla amato e sostenuto dal Suo Amore, che ha compreso che Dio si vede meglio e più chiaramente - e che si ama più autenticamente i fratelli - stando all'ultimo posto.
Ultimo posto che non è tanto quello che scegliamo noi ma quello che Lui ci dona, dal primo all'ultimo banco, nelle vie dell'obbedienza...
cio che conta non è quello che fai, né quello che sei, ma che la tua persona, il tuo cuore e la tua vita dica con un grido: Amen, gloria, sapienza, onore e potenza a colui che è che era e che viene!
Questo solo conta e da gioia.
La donna che teme Dio è da lodare
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Dal libro dei ProverbiUna donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore.
In lei confida il cuore del marito
e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.
Si procura lana e lino
e li lavora volentieri con le mani.
Stende la sua mano alla conocchia
e le sue dita tengono il fuso.
Apre le sue palme al misero,
stende la mano al povero.
Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,
ma la donna che teme Dio è da lodare.
Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani
e le sue opere la lodino alle porte della città.
(Pr 31,10-13.19-20.30-31)
Chi è questa donna di cui parla la prima lettura della XXXIII domenica del Tempo Ordinario - Anno A?
Chi è questa donna che teme Dio?
Non è solo la figura femminile che talvolta è presente nella storia, in una santità manifesta o nascosta, "religiosa" o laicale.
Questa donna è la Chiesa che attende il suo Sposo, Cristo.
Questa sposa, tutte le volte che, nei singoli membri e nel suo insieme vive nel timor di Dio e si comporta con giustizia, è la rassicurazione e la gioia del Suo Sposo, Cristo.
In preparazione all'Avvento del prossimo anno liturgico, ormai vicino, occorre essere consapevoli di essere questa sposa. Responsabilmente. Il cristiano non dice solo "io", ma dice assieme anche il "noi". Nessuno che prega, digiuna, studia, adora, e cammina nella conversione lo fa solo per se stesso.
Nessuno che ha un dono nello Spirito lo possiede solo per se stesso.
Ma Dio è tutto in tutti e a ciascuno è dato un dono perché la fruizione e la santità della sposa sia manifesta secondo Sapienza. Ecco perché ora nessuno preghi e compia la carità pensando solo a sé ma preghi e si doni in comunione con il Santo Padre, i Vescovi, e tutto il popolo di Dio, che, disperso nel mondo, grida e attende lo Sposo.
Grida e attende lo Sposo assieme allo Spirito e nello Spirito Santo con un gorgoglio continuo, che è ansia e desiderio, quello vero.
Questo è il momento dell'Amore, questo è il momento di allargare il cuore.
Maranthà, Vieni Signore Gesù, la terra ti attende, Alleluja!
La Dossologia - il momento più alto della Celebrazione Eucaristica
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«Il primo e fondamentale servizio della comunità cristiana è pertanto la celebrazione dell' Eucarestia, sacramento della passione del Signore» perché, come insegna san Gregorio di Nissa, «colui che fu steso sulla croce nel momento della morte è colui che unisce a sé ed armonizza ogni cosa, conducendo le diverse nature degli esseri ad un' unica cospirazione ed armonia». (Card. Caffarra festa di san Petronio, il 4 ottobre).Ecco perché è fondamentale partecipare alla S. Messa Domenicale e alla S. Messa proposta in straordinari eventi ecclesiali, diocesani e non.
Questo viene prima dei gruppi di lavoro, del fare per il Regno, delle progettazioni e del confronto, dell'apologia e della teologia. Il Regno, infatti appartiene a Dio ed è Lui che lo fonda e lo conduce a partire da quell'Altare e da quella Parola.
A partire dall'esultazione Trinitaria Dossologica della S. Messa, a cui, per buona regola di cuore, di mente e di appartenenza, rispondiamo con un deciso e gioioso: Amen!
Essere presenti li, a quel dono incommensurabile, al poter pronunciare quell'Amen sta tutta la nostra dignità e tutta la vita (vera) delle nostre comunità e tutta l'incidenza reale al "luogo" dove il Signore ci ha posti; con qualunque ruolo vocazionale e qualunque ruolo sociale.
In quell'Amen per Cristo, nello Spirito Santo verso il Padre sta tutta la nostra dignità, il nostro futuro e la nostra gioia. Quell'Amen ci rende più umani capaci di fecondare la terra del nostro pellegrinaggio.
Davanti a Dio che parla la cosa migliore che possiamo fare è il Silenzio.
Davanti alla proclamazione dossologica la cosa migliore che possiamo fare noi è lodare nel canto.
È il momento del ritorno in Cristo asceso e già presente con la nostra carne nel Cielo, presso il Padre.
È momento pneumatico per eccellenza che riverbererà nell'Amen che pronunciamo davanti ricevendo Gesù Eucarestia.
Ed ecco che il Silenzio significa la proclamazione dossologica nel canto e la proclamazione dossologica nel canto riporta al Silenzio dell'Amen di Cristo che tutto sostiene come Verbo armonico, musicale e sinfonico ogni cosa nell'Amore di Dio.
Nel silenzio Cristo discende, nel canto Cristo risale con noi nello Spirito Santo verso il Padre nell'istante dell'Eternità nel tempo della Dossologia.
«Dov’è mai che contanto desiderio e tantaassiduità si corre allechiese e ai sepolcri deimartiri così come aRoma? Dov’è mai chel’Amen rimbomba simile a un tuono dal cieloe si scuotono i vani templi degli idoli così come aRoma? Non che i Romani abbiano un’altra fede,se non questa, quella cioè che hanno tutte leChiese di Cristo; ma ciò si deve al fatto che in essila devozione è maggiore, e maggiore è la semplicità per credere»
(S. Girolamo, in Gal 2, r; PL 26, 355c)
La proclamazione Dossologica nel canto non è dunque un momento della Celebrazione ma è il culmen, il momento dell'Incarnazione, Redentivo, Soteriologico, Creativo, Cosmologico che tutto significa nel disegno nascosto da secoli eterni. Il mistero (Ef. 1,1ss) per cui noi siamo stati radicalmente amati e pensati, ciascuno di noi.
Paolo Cilia
La Fedeltà dell'Amore
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Dalle lodi della Ventiquattresima domenica del Tempo Ordinario LETTURA BREVE 2 Tm 2, 8.11-13
Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch'egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.
Il contrasto retorico usato dall'apostolo potrebbe far pensare che se noi rinneghiamo Cristo Egli ci rinneghi con un atto di opposizione al nostro rinnegarlo. Come a dire: tu non mi ri-conosci davanti al mondo, al tuo quotidiano? Beh allora tu mi sei indifferente. Ma il senso di questa parola non è certo questo ma è piuttosto la parte finale del versetto: Egli rimane fedele. Proprio perché Cristo rimane fedele a se stesso, alla sua serietà e al suo amore per te se tu lo rinneghi e sei infedele (nei fatti e nel cuore) Egli ti rinnega, cioè rinnega la tua infedeltà. La Sua fedeltà d'Amore è baluardo perenne. E' fortezza inespugnabile. E' certezza sopra ogni certezza. Egli ti ama di un eterno presente. Punto.
Proprio a casua della sua fedeltà di Amore Egli ci aspetta sempre a braccia aperte nel Sacramento della Riconciliazione. Tuttavia è indispensabile che si acceda a tale sacramento con l'animo e la decisione di colui che, pur nella propria debolezza, desidera fermamente rompere con il peccato e con l'infedeltà. Bisogna sforzarsi di entrare per la porta stretta. Egli è dietro di te, con te e davanti a te nella fatica del tuo trasfigurarti nello Spirito Santo.
Su come noi possiamo essere infedeli poi potremmo parlare a lungo.
Il rinnegare, il mancare di fede, non è solo qualcosa riferito al peccato attivo ma anche all'omissione: al non fare il bene quando potremmo, alla codardia e alla vigliaccheria. Al terribile male dell'accidia. Accidia dei fatti e della parola.
Alla macanza di apologetica in senso compiuto, testimoniale, verbale, caritativo.
Di fatto noi siamo più spesso coloro che peccano non perché compiono il male ma perché, per opportunismo, non compiamo il bene, magari anche scomodo. In definitiva non agiamo nella Carità. Non abbiamo cura del fratello ma, nel cuore, ci comportiamo, pur senza armare la mano ma spogliandola della carità e del "take care", come Caino.
E giustamente Dio ci dirà: Dov'è tuo fratello?
Quanto lo hai amato e servito?
Quanto hai dato il buon esempio?
Quanto lo hai amorevolmente corretto?
Quanto ti sei preso cura della sua santità?
Quanto lo hai rispettato in tutti gli aspetti della sua persona?
Quanto ti sei fatto animare da convenienze provinciali e borghesi, politiche e sociali e non l'hai invece amato sinceramente con passione e rispetto alla luce del Vangelo e della Chiesa?
Quanto lo hai saziato nel corpo e nel bisogno di eternità?
Quanto ti sei pianto addosso senza invece aiutare il fratello a guardare in alto?
Quanto lo hai perdonato di vero cuore?
Rimanere nella Sua faretra
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Lodi del Martirio di San Giovanni Battista - lettura breve - Is 49, 1c-2Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua feretra.
Il Signore forma i suoi profeti. Li chiama da sempre con tenerezza e con forza perché possano annunziare la Parola del Signore. Tuttavia la loro dignità non sta tanto nell'annunziare la Sua Parola quanto nell'essere riposti nella Sua faretra. Cioè nell'essere a servizio sempre pronto di Dio, perché intimi con Lui. Non conta tanto il risultato, non conta quanto diciamo ma l'essere nella sua faretra.
Essere suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Essere intimi ed essere disponibili al servizio.
Forse, qualcuno pur essendo potenzialmente pronto ad annunziare rimarrà nella faretra. Forse per tutta la vita.
Non è questo un destino meno grande di chi viene invece da Lui lanciato come freccia.
Infatti la dignità è rimanere nella Sua Faretra, riconoscendo realmente che Dio è il Signore della storia.
E' Lui che umilia ed innalza, alza ed abbassa, decide quando è il tempo della Parola e quando quello del silenzio.
Quando è il tempo del fare attivo e quando quello del fare paralizzati dalla malattia e dall'impotenza.
Il mondo non conosce questa sapienza perché conosce e tocca solo quello che "produce con le sue mani e a propria gloria".
Il profeta è anzitutto un discepolo che sceglie di stare nella Sua faretra prima ancora di essere lanciato. Il profeta cerca la gloria di Dio, non la propria.. perché sa che la "nuova evangelizzazione" parte da li: nell'essere di Lui.
Con gioia ed appartenenza, sempre pronti al servizio e alla testimonianza.
Sempre pronto a dare la vita come il Suo Maestro.