Rimanere nella Sua faretra
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Lodi del Martirio di San Giovanni Battista - lettura breve - Is 49, 1c-2Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua feretra.
Il Signore forma i suoi profeti. Li chiama da sempre con tenerezza e con forza perché possano annunziare la Parola del Signore. Tuttavia la loro dignità non sta tanto nell'annunziare la Sua Parola quanto nell'essere riposti nella Sua faretra. Cioè nell'essere a servizio sempre pronto di Dio, perché intimi con Lui. Non conta tanto il risultato, non conta quanto diciamo ma l'essere nella sua faretra.
Essere suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Essere intimi ed essere disponibili al servizio.
Forse, qualcuno pur essendo potenzialmente pronto ad annunziare rimarrà nella faretra. Forse per tutta la vita.
Non è questo un destino meno grande di chi viene invece da Lui lanciato come freccia.
Infatti la dignità è rimanere nella Sua Faretra, riconoscendo realmente che Dio è il Signore della storia.
E' Lui che umilia ed innalza, alza ed abbassa, decide quando è il tempo della Parola e quando quello del silenzio.
Quando è il tempo del fare attivo e quando quello del fare paralizzati dalla malattia e dall'impotenza.
Il mondo non conosce questa sapienza perché conosce e tocca solo quello che "produce con le sue mani e a propria gloria".
Il profeta è anzitutto un discepolo che sceglie di stare nella Sua faretra prima ancora di essere lanciato. Il profeta cerca la gloria di Dio, non la propria.. perché sa che la "nuova evangelizzazione" parte da li: nell'essere di Lui.
Con gioia ed appartenenza, sempre pronti al servizio e alla testimonianza.
Sempre pronto a dare la vita come il Suo Maestro.
Abbiamo fatto quanto dovevamo fare
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+ Dal Vangelo secondo Luca
Vangelo
Lc 17, 5-10
Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta
la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede
quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo
gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi
ascolterebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare
il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni
subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami
da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché
io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito
gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è
stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto
quanto dovevamo fare» .
Parola del Signore
Meditazione
Il peccato originale ci ha disordinati dal di dentro.
Da allora ogni gesto, pensiero, azione necessita sempre di un cammino di purificazione.
Anche alla porta delle buone opere si nasconde la nostra vanità.
Il sentirci qualcuno perché compiamo del bene. Cioè il fondare la stima su ciò che di buono stiamo compiendo.
La stima degli altri è importante. Un buon nome è importante. Tanto che nei comandamenti quanto si dice di non dire falsa testimonianza si intende anzitutto, facendo eco al settimo comandamento, di non rubare la stima del fratello, non diffamarlo, non mormorare, non detrarre agli occhi degli altri il bene che egli eventualmente compie e soprattutto il bene che egli è. Ma Gesù ci richiama al cuore.
Poiché Egli vuole il meglio per noi e ce lo vuole donare.
Desidera che non attacchiamo il cuore neanche alla nostra buona fama, ma anzi che fondiamo la stima di noi stessi non su quello che gli altri pensano di noi, né sul bene o sulle opere che compiamo e neanche sui talenti che abbiamo, piccoli o grandi.
Egli, che conosce fino in fondo la nostra natura, desidera che fondiamo la nostra stima sull’amore che Egli ha per noi. Egli che non “ci ha amato per scherzo” ma ha dato se stesso per ciascuno di noi.
Per te e solo per te Egli avrebbe sofferto i suoi inenarrabili patimenti spirituali, psicologici e fisici, e solo per te, per il tuo amore e la tua felicità, per la tua bellezza, sarebbe morto. Per Te è Risorto. Su questo amore unico per te. Su questo amore unico per il tuo fratello si fonda la stima del credente.
Tutto il resto è vanità proprio perché pur essendo importante è sproporzionatamente nulla (sterco direbbe S. Paolo) davanti all’intimità e all’Amore di Cristo.
Come scoprire se sei attaccato più al tuo buon nome che all’Amore di Cristo?
Quando nonostante le contrarietà e la diffamazione scopri che non importa quanto vali, ma quanto sei amato da Lui.
Quando riconosci di essere un prezioso nulla agli occhi di Dio.
Quando dici con il salmista “non a noi Signore, non a noi ma al tuo nome da gloria!”.
Che significa: “Signore fa che gli uomini incontrino Te e riconoscano Te come fonte di ogni bene e che io sono un nulla, tuo servo e ti sono grato per tutto ciò che mi hai donato per poter amare, servire, creare, lavorare.
Non mi interessa il mio posto ma mi è sommamente a cuore il Tuo posto nella mia vita e nella vita dei fratelli.
Tu che sei la bellezza sopra ogni bellezza e il bene sopra ogni bene".
Nella prova, nell’inutilità sociale e nella malattia, nella vecchiaia e nell’handicap, nell’emarginazione, magari fuori le mura di Gerusalemme, riconosci quanto Egli per te ha desiderato il meglio e tu sei chiamato a non far crescere nel cuore la rabbia ma la compassione e la misericordia.
Soprattutto verso i tuoi nemici.
Permettendo al Perdono di Dio di rigenerarti a vita nuova.
Questo puoi fare: allenta la presa, abbandonati fiducioso e non “trattenere” la mano potente di Dio nella tua vita.
Non avere paura.
Sciogli le antiche catene, si aprano le porte antiche ed entri, ora, il Re della gloria!
Scopri che servire è la massima dignità che hai come uomo ed è il più grande privilegio.
Forse la provvidenza ti chiamerà ad un ruolo di guida ma tu desidera sempre di essere all’ultimo posto non per “fare la parte” o per falsa umiltà ma perché riconosci che Lui è il protagonista dei cuori e della storia.
Tutto il resto passa con la sua vanità.
Dio regna, Dio regna!
La sua lampada è l'Agnello
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Dalle lodi della Festa della Trasfigurazione.Ap 21, 10.23
L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. La città non ha bisogno della luce del sole né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello.
Nella logica del Regno di Dio è presente il principio della gradualità. Principio stesso che Dio ha radicato nella storia e nella Sacra Scrittura. Principio fondante del cammino pastorale universale e locale.
Nessuno può raggingere un obiettivo se, dal punto in cui si trova, non comincia a fare un cammino di trascendenza e di trasfigurazione. La vita cristiana è un cammino, di gloria in gloria.
Quando il Padre ci ha detto sul monte Tabor "Ascoltatelo!" (Mt. 17,5), non ci ha indicato solo un moto della mente e del cuore ma una promessa, un impegno che Dio stesso ha preso con noi: guardate a Lui e sarete raggianti! (Sl. 34,6)
Dio stesso ci ha ripetuto questo invito sul monte delle Ascensioni quando ci ha detto, tramite i suoi angeli, «... Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo".» (Atti 1,11)
Dunque con il comando di Ascoltare il proprio Figlio, il Padre ci ha detto sin d'ora qual è la nostra casa.
E se la nostra casa è il Cielo perché mai desideriamo possederne una su questa terra?
Il camminare sulla terra, il "possedere" delle cose dev'essere funzionale alla nostra vera "residenza", il Cielo.
Ma questo non è atto distaccato dal quotidiano anzi è atto che impegna ogni istante del quotidiano di farci scala verso il Cielo. E come?
Vivendo la propria sequela non come atto solipsistico o privato ma come atto che "informa" i nostri passi.
Se tu vivi da onesto cittadino, adempi i tuoi doveri di uomo, sei fedele alla parola data, piccola o grande, vivi con onestà le tue relazioni e con pudore i tuoi passi, se fai tutto questo nel nome di Cristo, cercando di elevare la terra al Cielo, allora per te il Tabor non è vano.
Se non vivi la tua spiritualità come "cosa tua" ma come perenne rendimento di grazie.
Se sui tuoi occhi si vede che appartieni a Cristo e non sei spaccato tra Dio e la vanità del mondo.
Se ti senti pellegrino su questa terra e vuoi che le radici raggiungano il Cielo.
Se sei forte e gentile nel nome di Cristo, tenero e fermo, materno e paterno nel nome di Gesù Risorto.
Se giudichi senza giudicare, scegli senza condannare.
Se la gioia di Cristo è più forte di ogni tribolazione, interna ed esterna.
Se sei affabile ed acogliente così come Dio accoglie te e la tua miseria ogni giorno.
Se servi la Chiesa intorno a te come Dio serve te con amore e appartenenza ogni istante.
Se ti trasfiguri nella lotta gioiosa di ogni giorno ascoltando con docilità i moti dello Spirito Santo, il tuo "uomo nuovo si sta rinnovando di giorno in giorno!" (2Cor. 4,16)
Il Tabor dunque non è solo una manifestazione ed un incipit ma una promessa, un dono, una eredità da accogliere e da custodire, con "i denti" e con passione.
Tu sei responsabile anche del Paradiso dei tuoi fratelli, tanto quanto desideri per loro, con rispetto e passione, che essi siano santi santificando te stesso e ponendoti come Gesù, come un servo.
Per il principio dei vasi comunicanti spirituale, più ti avvicini al Cielo e più attiri al Cielo ogni uomo e donna, anche i nemici. Non sta a te sapere come né i tempi. Anzi meno sai più porti frutto, perché non permetti all'avarizia e alla ferita del tuo cuore di impossesarsi di certezza, ma piuttosto di vivere, il "perfetto abbandono nella mani del Padre!"
Vivi la promessa e il dono come un impegno, non perdere un istante, un fiato ed un sussurro. Non curvarti nella tua miseria ma sii grato di poter guardare in alto.
Dunque, "Ascoltalo!", questa è la tua dignità.
Qui le letture del giorno
La Vita della nostra vita
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Dalla lettura breve delle lodi Rm 8, 35.37Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.
La vera retorica acquista senso, colore e peso quando non è funzionale ad un semplice ragionamento astratto ma quando esprime - a volte pallidamente - la potenza di un'esperienza inenarrabile. Come quella di San Paolo nel capolavoro delal Lettera ai Romani dove l'apostolo schiude il suo cuore e rivela la potenza dello Spirito Santo che agisce in Lui. Se Maria è la "pisteusasa", la credente, Paolo è il "convertito" che sempre si converte.
Quando l'apostolo parla di tribolazione, angoscia, fame e nudità, pericolo e spada, non parla di qualcosa di immaginario ma esprime il suo stato esistenziale. Narra la sua esperienza. Ne approfitta dell'esistenza per parlare della sua esperienza di Dio che però diventa il paradigma di ogni cammino cristiano autentico.
La vita cristiana è infatti vita mistica.
La tribolazione e l'angoscia non vengono tolte al cristiano. Così come la nudità e il pericolo, persino la spada. Ma queste vicende - interiori ed esteriori - sono relativizzate perché non producono separazione della creatura dal creatore ma, anzi, ne rafforzano la consapevolezza di appartenenza.
L'apostolo sembra dire non tanto "nonostante questo io appartengo a Dio.." ma piuttosto "..tutto questo è nulla e, talvolta, veicolo a rafforzare la mia appartenenza".
La sovrabboddanza dell'Amore di Cristo che viene riversato nei cuori è talmente imponente, incessante, sovrabbondante, traboccante, che tutto il peso della nudità e dell'angoscia, della tribolazione e della sofferenza, che pure permane, viene ridimensionato.
L'Apostolo ha coscienza di appartenere a Cristo. Qui la sua santità e santificazione.
Anche Francesco di Assisi, una volta parlando a fra Masseo che, mosso da invidia e stupore, gli chiedeva: "perché tutti vanno dietro a te, non sei bello, né nobile.." e Francesco, che si conosceva, come nessun altro, rispondeva: "perché il Signore non ha trovato nessuno più peccatore sulla terra su cui riversare la Sua Misericordia". Francesco non usa sterile retorica - non fa, come noi faremmo nella nostra falsa umiltà, una mossa di stile - Francesco parla di sé. Si conosce. Ha capito. Ha visto l'amore trabocannte di Dio e parla di un'esperienza fatta carne e storia.
Che meraviglia e che canto di lode quando la nostra parola è così schietta, centrata nell'amore di Dio.
Qui nasce la nuova evangelizzazione, nel narrare con la vita e la parola, il silenzio e il suono, la parola piena e ridondante, la salute e la malattia, l'azione e l'infermità, i fatti e i gesti, che Cristo è Signore, e non ve ne sono altri.
La gioia del risorto diventa un vincolo inescindibile che ritma il nostro respirare, l'alzarsi e l'abbassarsi del nostro petto, e il ritmo del cuore nel petto.
Noi siamo suoi, a caro prezzo, come rimanere immobili?
Come non restituire e narrare di quanto ci ha resi uomini?
Glorifica la tua mano e il tuo braccio destro
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Dal Cantico delle Lodi nella Memoria di S. Alfonso Maria de Liguori Sir. 36, 1-5-10-13Ti riconoscano, come noi abbiamo riconosciuto *
che non c'è un Dio fuori di te, Signore.
Rinnova i segni e compi altri prodigi, *
glorifica la tua mano e il tuo braccio destro.
Questa invocazione del Cantico del Siracide è il desiderio dell'apostolo e dell'apologeta, il desiderio ardente che tutti i popoli, specie i più lontani (che talvolta sono i più vicini), possano riconoscere il Signore. Si esorta a compiere prodigi talmente evidenti affinché si possa suscitare la fede.
Glorificare la mano e il braccio destro di Dio significa invocare con forza l'azione di Dio nella storia.
Tuttavia nessuno può invocare compiutamente "la gloria di Dio" se egli stesso diventa impermeabile all'azione "della mano e del braccio destro di Dio". Cioè se pone in sé medesimo quegli ostacoli che impediscono a Dio di far si che Egli sia il Signore unico della propria vita.
Ci sono infatti alcuni che nella non-sobria ebbrezza di sé si ritengono il braccio destro e la mano di Dio. In uno spettro che oscilla dal fanatismo alla patologia passando per il devozionalismo. Non sempre sono tradizionalisti, talvolta progressisti. Però chi vuol essere la mano destra del Signore, dimentichi se stesso e desideri essere piuttosto un cuore nascosto. Una scopa che si usa al bisogno e che sovente viene messa dietro la porta. Cerchi non per opportunismo clericale o per piaggeria ma per intima convinzione di stare all'ultimo posto. Cristo, infatti, è Signore che serve e la diakonia è uno dei caratteri essenziali del cristiano. La Chiesa non ha bisogno né di "clericalismo", né della "chiesa di base" che è un danno ancor più grande. Chiesa di base che, scava scava, quasi sempre è fondata sul desiderio di dar-si un nome e non di riceverlo da Dio.
Se il laicato vuole servire realmente la chiesa cerchi di essere discepolo del Signore e della Chiesa. Infatti non è vero che mancano pastori santi e capaci, mancano piuttosto dei veri discepoli. Quando c'è il discepolo si suscita sempre il pastore. Siamo noi che manchiamo di discepolato. Il quale non è cosa servile ma lucida e virile. Occorre pochissima forza per far parte del filone clericale o per far parte del filone della chiesa di base. Occorre invece essere "padroni di Sé" per essere discepoli. Occorre far maturare il proprio camnmino vocazionale. Occorre risolvere i nodi che ci impediscono di essere docili e manuseti e forti solo quando occorre. Solo chi è discepolo cresce nella tenerezza e nella compassione. Occorre guarire dalle ferite genitoriali per assaporare pienamente l'abbandono nelle mani del Padre. Il discepolo infatti non teme la persecuzione, neanche da coloro da cui si dovrebbe aspettare riconoscenza e paternità. Anzi volentieri ricorre proprio a loro umilmente. Non sbraita e non urla ma fa valere le proprie ragioni con la gioia e la fermezza dei discepoli del Signore. E, soprattutto, riconosce che Dio regna; Egli è il Signore della storia. Di ogni storia. E affida a Dio il compimento di ogni giustizia e non nell'opera delle sue mani. Non c'è attività più alta e ordine più compiuto del discepolato. Solo così, veramente, si glorifica la mano del Signore e il suo braccio destro... e cioè solo così si comprende l'intimità di Dio.