Cantate a Dio con Arte
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Cantate inni a Dio, cantate inni; *cantate inni al nostro re, cantate inni;
perché Dio è re di tutta la terra, *
cantate inni con arte.
Dalle lodi del giorno Sl. 47
Zammerù Maskil, il titolo del sito familiare e dell'Associazione omonimo, prende il titolo proprio da questo versetto del salmo: "Cantate a Dio con arte!".
Ora, noi, nel degrado narcisistico e relativistico dei nostri tempi, abbiamo cercato di depauperare e svuotare sia i simboli che le parole. Se saltano i simboli e il linguaggio si crea solo confusione etica, psichica e spirituale. La Babele, appunto.
La Babele è l'effetto che Dio permette quando l'uomo pensa a far-si un nome da solo. L'uomo si ingolfa, si incarta, si brutalizza, in certo qual modo si "satanizza" perché si perde chiuso in se medesimo e nelle sue isterie.
Ma cosa significa cantare a Dio con arte?
Significa fare le cose al meglio di quanto possiamo per vivere nel Bello e suscitare il Bello. La Liturgia non è solo un atto salvifico. La liturgia non è solo un momento ineffabile di Amore, dell'Amore di Dio che genera amore e sostiene nell'amore la sua comunità e le sue membra. La Liturgia è anche un atto estetico.
E per estetico si intende non un atto formale (il fraintendimento nasce proprio dalla Babele che abbiamo creato e che infanga il nostro cuore) ma dall'essere e tendere verso la Bellezza. Proprio perché la Liturgia, nel suo culmine oggettivo e soggettivo che è la S. Messa, è un atto pneumatico. Un essere, vivere, trasfigurarsi nello Spirito di Dio.
E lo Spirito di Dio dal principio (Bereshit) aleggia sulle acque della vita (fisica, psichica e psirituale) per creare, ordinare e rendere tutto una cosa buona. Con un abbraccio Paterno e Materno assieme.
"Tutto canta e grida di Gioia".
Lo stesso Verbo del Padre ha un suono ineffabbile che crea e sostiene nel creare ogni cosa. Pertanto Cantare a Dio con arte significa fare tutto il nostro possibile, con il cuore e con la tecnica, con la disponibilità e l'umiltà, per essere suono nel Suono ineffabbile del Verbo. La dicotomia tra conversione interiore ed esteriore, nel canto, viene dal peccato. In sostanza non ha senso eseguire formalmente un'antifona gregoriana o una polifonia di Palestrina se non c'è in noi un desiderio radicato di convertirci a Cristo e di essere suoi definitivamente.
Allo stesso modo non ha senso avere un cuore docile alla conversione e poi essere pressapochisti nella liturgia e "schitarrare" in Chiesa. Nel canto liturgico vanno sollecitate le ali della farfalla del cuore e non i suoi lati legati alla terra. Il ritmo, legato alla fisicità del suono, deve tendere ad una pneumatizzazione, una trasfigurazione, altrimenti non cantiamo a Dio con Arte ma con pressapochismo. Dio scende nella terra per renderla una cosa nuova e portarla nel seno del Padre, non per immanentizzarsi. Così deve accadere nella nostra vita e specie nella liturgia. Non bastano dunque, nel canto liturgico le buone intenzioni e la disponibilità, occorre fare personalmente e assieme (sia i membri del "coro" che l'assemblea) un cammino pneumatico. Quando il cammino è pneumatico è culturale. Genera cultura, la promuove; trasfigura l'uomo. Crea civiltà. Arte appunto. Come mai i "fans" del Concilio Vaticano II, che lo promuovono non come atto continuativo con il Magistero precedente ma come una vera e propria rottura e che ce l'hanno sempre in bocca come un "feticcio", dimenticano e non osservano il CAP. VI della Sacrosanctum Concilium? Perché il Concilio in questo è stato tradito. Se in nome del "progressismo" del Concilio io tradisco ciò che dice sono semplicemente un ideologo, che segue non il Concilio Vaticano II, ma il Concilio Vaticano "secondo me". Ma poiché Cristo Risorto e tutta la SS. ma Trinità è realmente presente nella liturgia diamo a Dio il meglio del nostro cuore e con il Canto liturgico diventiamo realmente artisti, cioè promotori del bello, curando il cammino di conversione e lo studio adeguato del canto liturgico. Francesco di Assisi è stato forse il santo più povero tra il florilegio della santità, eppure trovate qualcuno più dignitoso di Lui nel suo saio? Egli era poverissimo eppure, in tempi in cui il benessere medio era ben diverso dal nostro, egli mandava i suoi frati a fornire le chiese con calici e pissidi d'oro.
Che santo! Che uomo! Che artista!
Ricordarci i nostri capi, la memoria costante della Paternità
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Dalle lodi nella Memoria di San Bonaventura:
Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine.
E come non guardare un faro luminoso vedendo San Bonaventura? Mistico, "manager", teologo al pari di San Tommaso, salvatore del Francescanesimo, promotore ecumenico, sintesi tra platonismo e aristotelismo...
È sommamente importante fare memoria fisica e cronologica dell'incontro con le figure "paterne" che Dio ci dona nel cammino che hanno reso più luminoso ed evidente il volto paterno (e talvolta materno) di Dio.
Coloro che ci hanno esortati, sostenuti, rimproverati, abbracciati, condotti come angeli nel guado della vita per un lungo o un breve tratto consentendo alla nostra fede di rimanere salda e di crescere come virgulto nell'orto della Chiesa.
Costoro ci hanno generato - forse nel parto del cuore come neanche immaginiamo - di nuovo alla vita. A volte non sempre con forza, a volte anche con la loro debolezza; a volte con lacrime e digiuni nascosti. A volte con la premura e la preoccupazione di genitori nella carne, pur generandoci nello Spirito.
Lodiamo dunque il Signore e facciamo memoria di queste tracce luminose di angeli silenziosi perché questi seminatori di bene nei solchi della nostra vita ci hanno reso più vicini alla promessa eterna. Lì, dove potremmo dire loro, in Cristo, il nostro grazie tra lacrime di gioia. Cristo non è geloso dei suoi angeli ma gioisce della diffusione della Carità. Tanto più quanto essa è casta e pura, oblativa ed umile.
Siamo dunque memori attenti, perché il fiume di bene che ci sostiene non sia vano e porti in noi frutto di santificazione e di lode. Da Lui, per Lui e grazie a Lui, ogni paternità, in Cielo ed in terra.
Paul Freeman
La preoccupazione del mondo
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"Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta". Dal Vangelo del giorno XV domenica del tempo ordinario anno A
(CCC n. 27) Il desiderio di Dio è iscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l'uomo e soltanto in Dio l'uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa. (CCC n. 29) Ma questo "intimo e vitale legame con Dio" può essere dimenticato, misconosciuto e perfino esplicitamente rifiutato dall'uomo. Tali atteggiamenti possono avere origini assai diverse: la ribellione contro la presenza del male nel mondo, l'ignoranza o l'indifferenza religiosa, le preoccupazioni del mondo e delle ricchezze (Mt 13,22), il cattivo esempio dei credenti, le correnti di pensiero ostili alla religione, e infine la tendenza dell'uomo peccatore a nascondersi per paura, davanti a Dio (Gn 3,8-10) e a fuggire davanti alla sua chiamata (Gio 1,3).
In effetti la "preoccupazione del mondo" non è qualcosa necessariamente legato al "mondo del peccato" ma quell'insieme di preoccupazioni e di ansietà - e di fantasmi - che nascono dal nostro io ferito, il quale, si accanisce verso le situazioni di comodità e borghesi, e non ci spinge oltre, verso una radicale e continua trasformazione del cuore in Cristo. Anche le cose buone possono diventare "una preoccupazione del mondo" nel momento stesso che diventano ossessive ed assolute e non luogo vocazionale. Per questo occorre continuo discernimento.
Anche le "cose del Regno", gli impegni pastorali, persino alcuni valori, come la pace, l'aiuto ai poveri e le scelte di campo, possono diventare "preoccupazione del mondo" nel momento in cui cessano di essere luogo che la provvidenza ci dona per testimoniare la nostra fede e diventano il luogo di un assoluto capitolando facilmente in ideologia e prendendo il posto di Cristo. Per questo occorre continuo discernimento.
La Chiesa in questo è madre e maestra.
E il posto di Cristo non è quello di essere "il centro" della nostra vita, così come noi lo pensiamo, ma il posto che Egli decide di prendere e dove Egli decide di stare e dove Egli decide di portarci. Perché Cristo è come un bimbo che "non ti ascolta" e fa quello che ritiene opportuno. Però, mentre un bimbo lo fa per sé, Cristo lo fa per Te e solo per Te; il tuo cuore, infatti, è amato sommamente e con amore di sangue.
Ci si può infatti ingannare. Persino con il valore della povertà, perché si può diventare "ricchi" di questo valore, alimentando il dramma della superbia... dimenticando che nudi siamo venuti al mondo e nudi siamo chiamati a lasciare questo mondo. Riconoscere di essere nudi ci aiuta ad essere vestiti - e a portare frutto - nella grazia di Cristo.
Spogliamoci dunque di noi stessi e della nostra tristezza - tristezza mortale in verità - e rivestiamoci dell'abito della gioia che solo Lui, Signore e maestro può donarci.
Condividere il bene porta alla lode
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Nella vecchiaia daranno ancora frutti, *
saranno vegeti e rigogliosi,
per annunziare quanto è retto il Signore: *
mia roccia, in lui non c'è ingiustizia. - Sl. 91 dalle lodi del giorno
A guardare alcuni anziani delle nostre città e anche di alcuni paesi non si può non rilevare come anch'essi risentano del clima edonistico e a-valoriale in cui siamo immersi. Il decadere della cultura della persona, della famiglia e dei ruoli familiari comporta inevitabilmente l'inasprimento delle persone verso una sorta di avarizia e di battaglia costante verso tutto e tutti. Non dipende solo dalle condizioni avverse del sociale, che hanno comunque la loro importanza, ma da una sorta di individualismo diffuso che comporta che ogni uomo è un'isola da difendere. Le classi più deboli sono le più esposte a questa paura che trascina nell'ignoranza. Sempre in perenne difesa, smarrite, e per reazione, aggressive e poco umane. La dimensione dell'anzianità e della vecchiaia, così preziosa per l'uomo, perché gli ricorda il suo limite e il suo destino eterno viene dunque depauperata e ridotta al margine. Forse dovremmo dire a qualche anziano che abbiamo vicino:
parlaci di Gesù!
Parlaci delle meraviglie che il Signore ha compiuto e compie nella tua vita!
E ancor prima, nelle nostre famiglie, dovremmo coltivare la collatio spirituale.
Cioè condividere il bene quotidiano che Gesù compie. Invece, proprio nelle nostre famiglie, siamo distratti dal vano, dall'inutile, dalla vanità e dall'apparenza e poco, pochissimo, si condivide il bene che Dio compie nella nostra vita.
Pertanto siamo fuggitivi e in perenne distrazione. Incapaci di lode perché incapaci di stupore.
Non riconosciamo gli angeli che il Signore ci manda perché viviamo nella bellicosa esistenza di difenderci invece che gioire del bene seminato.
La gelosia e l'invidia - e l'ipocrisia - ci fa da corazza.
Per questo San Paolo parlava di Avarizia insaziabile come idolatria. E chi sta nell'Avarizia è già quasi secco, pronto per essere bruciato. Davanti a tale conspevolezza poco vale il pio desiderio e la lacrimuccia, occorre piuttosto farsi violenza e spingere il nostro "volto" verso l'alto visto che, per via della nostra accidia, sovente viene spinto verso il basso a cibarsi delle sue paure e della mancanza di lode.
Fuggi per la tua vita!
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"Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!" (prima lettura del gionro Gen 19,15-29 - Memoria di S. Ireneo)
Chi ama il Signore reputa una "spazzatura" ogni cosa e, soprattutto, tutto ciò che lo legava al peccato e alle cattive abiutidini che conducono al peccato e, spesso, sono peggio del peccato stesso. L'accidia infatti è un vizio terribile che non ci consente di sbocciare e di vivere. Ripeteva S. Ireneo, di cui facciamo oggi memoria, che "la gloria di Dio è l'uomo vivente" (Dal "Trattato contro le eresie" di sant'Ireneo, vescovo).
Dio è il Dio della vita, Cristo è Signore risorto, il vivente che vive e dona la vita vera. Eppure talvolta la nostra vita è spenta e non sbocciata. Manca la gioia e lo stupore. Purtroppo non sempre le comunità annunciano la vita e la vocazione alla vita che comporta in seconda ed immediata battuta la vocazione specifica; e cioè o ti sposi o ti consacri. Ma le comunità diventano il parcheggio di persone spente, magari coinvolte in mille cose, ma in realtà incapaci di sbocciare. Incapaci di gratuità.
Non sono li per chiara vocazione ma riempire un impegno ed una necessità pastorale. Sono li per coprire un bisogno di ministerialità o di necessità del parroco. Non sono li come slancio o come epilogo di una chiarezza vocazionale ma come accidia e rassegnazione ammantata di spiritualità e devozione. Non è stato fatto loro un annuncio vocazionale chiaro. Non lo hanno cercato per sbocciare e fiorire. Facilmente in queste situazioni pullulano invidie, gelosie, mormorazioni, provincialismi, attaccature indebite a "carismi" e ministeri, a spazi e ruoli. Tutto l'uomo vecchio si abbarbica come edera e gramigna per soffocare la vita che Dio ha messo nel nostro cuore. Certamente le condizioni intorno a noi non favoriscono sempre una progettualità, ma spesso, siamo noi che ci siamo rassegnati su cisterne screpolate. Siamo noi, catechisti, teologi, pastori, che non abbiamo annunciato, con l'esempio e la parola, la gioia di una scelta vocazionale chiara.
Tutto questo "non vivere" e non sbocciare è uno dei problemi dell'infecondità della Chiesa nel mondo ed è cosa di cui il Signore renderà conto a ciascuno e soprattutto a chi - pastore, catechista, teologo - non ha annunciato, in Spirito e potenza, il Dio della Vita ma si è ripiegato sulle "cose da fare", sulle "cose da dire", su "come essere presenti". Tutte cose importanti ma subordinate ad una chiarezza vocazionale. Su cui, dall'annuncio al discernimento, occorre dire una parola chiara; altrimenti non sboccia una ministerialità ma un "parcheggio". Chiarezza vocazionale alla vita e specifica che, una volta trovata, va sempre nutrita per ri-sgnificare il nostro essere Chiesa di Cristo ed il nostro essere pellegrini fruttuosi in questo mondo. Chi non fosse ancora "fuggito", fugga ora, ne va della sua vita. Ne va del suo unicum di cui egli ha bisogno, la chiesa ha bisogno e il mondo ha bisogno. "Esca" dalla sua terra e non si ripieghi su se stesso, come fece Caino, che da li iniziò ad essere omicida. Anzitutto verso se stesso. Si "fugga" dunque per aprirsi alla speranza e alla gioia. Chi fugge a causa della gioia non la cerca altrove, negli altri e nelle situazioni, ma porta con sé quella che il Signore gli ha donato e su cui fa incessantemente luminosa ed ecclesiale chiarezza.