Condividere il bene porta alla lode
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Nella vecchiaia daranno ancora frutti, *
saranno vegeti e rigogliosi,
per annunziare quanto è retto il Signore: *
mia roccia, in lui non c'è ingiustizia. - Sl. 91 dalle lodi del giorno
A guardare alcuni anziani delle nostre città e anche di alcuni paesi non si può non rilevare come anch'essi risentano del clima edonistico e a-valoriale in cui siamo immersi. Il decadere della cultura della persona, della famiglia e dei ruoli familiari comporta inevitabilmente l'inasprimento delle persone verso una sorta di avarizia e di battaglia costante verso tutto e tutti. Non dipende solo dalle condizioni avverse del sociale, che hanno comunque la loro importanza, ma da una sorta di individualismo diffuso che comporta che ogni uomo è un'isola da difendere. Le classi più deboli sono le più esposte a questa paura che trascina nell'ignoranza. Sempre in perenne difesa, smarrite, e per reazione, aggressive e poco umane. La dimensione dell'anzianità e della vecchiaia, così preziosa per l'uomo, perché gli ricorda il suo limite e il suo destino eterno viene dunque depauperata e ridotta al margine. Forse dovremmo dire a qualche anziano che abbiamo vicino:
parlaci di Gesù!
Parlaci delle meraviglie che il Signore ha compiuto e compie nella tua vita!
E ancor prima, nelle nostre famiglie, dovremmo coltivare la collatio spirituale.
Cioè condividere il bene quotidiano che Gesù compie. Invece, proprio nelle nostre famiglie, siamo distratti dal vano, dall'inutile, dalla vanità e dall'apparenza e poco, pochissimo, si condivide il bene che Dio compie nella nostra vita.
Pertanto siamo fuggitivi e in perenne distrazione. Incapaci di lode perché incapaci di stupore.
Non riconosciamo gli angeli che il Signore ci manda perché viviamo nella bellicosa esistenza di difenderci invece che gioire del bene seminato.
La gelosia e l'invidia - e l'ipocrisia - ci fa da corazza.
Per questo San Paolo parlava di Avarizia insaziabile come idolatria. E chi sta nell'Avarizia è già quasi secco, pronto per essere bruciato. Davanti a tale conspevolezza poco vale il pio desiderio e la lacrimuccia, occorre piuttosto farsi violenza e spingere il nostro "volto" verso l'alto visto che, per via della nostra accidia, sovente viene spinto verso il basso a cibarsi delle sue paure e della mancanza di lode.
Fuggi per la tua vita!
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"Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!" (prima lettura del gionro Gen 19,15-29 - Memoria di S. Ireneo)
Chi ama il Signore reputa una "spazzatura" ogni cosa e, soprattutto, tutto ciò che lo legava al peccato e alle cattive abiutidini che conducono al peccato e, spesso, sono peggio del peccato stesso. L'accidia infatti è un vizio terribile che non ci consente di sbocciare e di vivere. Ripeteva S. Ireneo, di cui facciamo oggi memoria, che "la gloria di Dio è l'uomo vivente" (Dal "Trattato contro le eresie" di sant'Ireneo, vescovo).
Dio è il Dio della vita, Cristo è Signore risorto, il vivente che vive e dona la vita vera. Eppure talvolta la nostra vita è spenta e non sbocciata. Manca la gioia e lo stupore. Purtroppo non sempre le comunità annunciano la vita e la vocazione alla vita che comporta in seconda ed immediata battuta la vocazione specifica; e cioè o ti sposi o ti consacri. Ma le comunità diventano il parcheggio di persone spente, magari coinvolte in mille cose, ma in realtà incapaci di sbocciare. Incapaci di gratuità.
Non sono li per chiara vocazione ma riempire un impegno ed una necessità pastorale. Sono li per coprire un bisogno di ministerialità o di necessità del parroco. Non sono li come slancio o come epilogo di una chiarezza vocazionale ma come accidia e rassegnazione ammantata di spiritualità e devozione. Non è stato fatto loro un annuncio vocazionale chiaro. Non lo hanno cercato per sbocciare e fiorire. Facilmente in queste situazioni pullulano invidie, gelosie, mormorazioni, provincialismi, attaccature indebite a "carismi" e ministeri, a spazi e ruoli. Tutto l'uomo vecchio si abbarbica come edera e gramigna per soffocare la vita che Dio ha messo nel nostro cuore. Certamente le condizioni intorno a noi non favoriscono sempre una progettualità, ma spesso, siamo noi che ci siamo rassegnati su cisterne screpolate. Siamo noi, catechisti, teologi, pastori, che non abbiamo annunciato, con l'esempio e la parola, la gioia di una scelta vocazionale chiara.
Tutto questo "non vivere" e non sbocciare è uno dei problemi dell'infecondità della Chiesa nel mondo ed è cosa di cui il Signore renderà conto a ciascuno e soprattutto a chi - pastore, catechista, teologo - non ha annunciato, in Spirito e potenza, il Dio della Vita ma si è ripiegato sulle "cose da fare", sulle "cose da dire", su "come essere presenti". Tutte cose importanti ma subordinate ad una chiarezza vocazionale. Su cui, dall'annuncio al discernimento, occorre dire una parola chiara; altrimenti non sboccia una ministerialità ma un "parcheggio". Chiarezza vocazionale alla vita e specifica che, una volta trovata, va sempre nutrita per ri-sgnificare il nostro essere Chiesa di Cristo ed il nostro essere pellegrini fruttuosi in questo mondo. Chi non fosse ancora "fuggito", fugga ora, ne va della sua vita. Ne va del suo unicum di cui egli ha bisogno, la chiesa ha bisogno e il mondo ha bisogno. "Esca" dalla sua terra e non si ripieghi su se stesso, come fece Caino, che da li iniziò ad essere omicida. Anzitutto verso se stesso. Si "fugga" dunque per aprirsi alla speranza e alla gioia. Chi fugge a causa della gioia non la cerca altrove, negli altri e nelle situazioni, ma porta con sé quella che il Signore gli ha donato e su cui fa incessantemente luminosa ed ecclesiale chiarezza.
Dio vuole donarti il suo cuore
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Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio? " - dalla prima lettura di oggi Genesi 18,16-33.
Dio è innamorato di Abramo perché egli non è solo l'uomo del "timor di Dio", della Fede robusta e sofferta che genererà una moltitudine, ma anche perché Egli è l'uomo che vede come Dio e pensa come Dio. E' uno scienziato in termini spirituali. E' uomo di Scienza.
Come un padre gioisce che il proprio figlio balbetti le prime parole e muova i primi passi, così Dio ama nascondersi per suscitare in noi la fede e le "viscere di misericordia". Dio, l'umile per eccellenza, ama farsi da parte perché la nostra personalità emerga e si trasfiguri e si divinizzi.
Così Egli fa lo stesso con Abramo: eccita la fede e la compassione del patriarca perché sia icona di come ciascuno di noi è chiamato a "sentire" e, soprattutto, perché impariamo a conoscere il cuore di Dio carico e traboccante di Amore.
Allo stesso modo Gesù farà con sua madre Maria alle nozze di Cana, Dio stimola alla crescita perché tutta la bellezza autentica della creatura venga fuori. Non è una bellezza sguaiata e sensuale ma la bellezza sobria dei figli di Dio. Quella bellezza che sostiene il mondo in maniera misterica ma anche concretissima. Quella bellezza e quella "realizzazione" che il mondo non può dare perché non la conosce ma che il cuore di Dio, che conosce bene tutte le profondità del nostro cuore, ama voler dare ad ogni sua creatura. Egli che veramente serve ciascuno di noi come il più premuroso dei padri e il più appassionato degli amanti.
Shemà Israel! Ascolta Israele!
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"... Abram ascoltò la voce di Sarai" - dalla prima lettura di oggi 23 giugno 2011 - Genesi 16,1-12.15-16.
L'ascolto e la sua qualità rivelano come stiamo camminando con Gesù.
L'ascolto è una predisposizione "virile" del cuore, la capacità di riconoscerrsi creatura e di porre il principio, il percorso e il fine in Dio. Non è un dono di cui si può essere certi. Non lo si possiede, ma piuttosto si è posseduti dall'ascolto. Non è solo una predisposizione umana, pur importante; non è un'attitudine professionale o psicologica, pur necessaria, ma è riconoscere, sin nelle viscere, che siamo di Dio e sua proprietà, soprattutto con il Battesimo, e che in Lui e per Lui viviamo ed esistiamo. L'ascolto è dunque lo stupore ontologico di "essere" per Lui e grazie a Lui.
Un dono di Scienza nello Spirito, poiché dono di intima visione e coscienza.
Un fondamento radicale, profondo, da cui deriva ogni nostro passo e scelta. E' un dono ecclesiale perché la capacità di ascoltare si rivela nella Chiesa e cresce nella Chiesa. La comunità non si "pesa" su quanto fa per il Regno ma da come ascolta, da come fonda se stessa in Dio e non nell'opera delle sue mani. "Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i suoi costruttori..." (sl. 127)
Per questo Maria è viva testimone, viva icona, viva guida; Lei è la sempre Ancella del Signore.
E' l'espressione più pura dell'ascolto dopo il Suo Figlio. E' totalmente orientata e riconosce compiutamente che il Cristianesimo prima di essere una virtù e un fare è un dono da accogliere.
Anche noi siamo fragili come Abramo e talvolta "ascoltiamo la voce di Sarai" cioè la via umanamente più comoda e di buon senso. Ma, piuttosto, chiediamo di avere la stesa fede di Abramo che spera contro ogni speranza e purifica il suo Ascolto quando offre il sacrificio del proprio Figlio unico, tanto amato e desiderato. Il figlio della promessa stessa di Dio.
Verifichiamo il sacrificio del nostro "figlio unico". Forse non sarà uno solo ma più di uno. Ma qui chiediamo e alimentiamo il dono dell'ascolto per sperare sempre nel Dio della vita, che non inganna e che mantiene sempre le sue promesse di gioia, di pienezza e di bellezza.
Egli che solo è grande misericordioso, altissimo, bellezza e gaudio sopra ogni cosa.
Egli che per primo ascolta perfettamente ogni sua creatura.
Gente che non ha nulla, ma possediamo tutto!
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Dalla prima lettura del giorno (13 giugno 2011) S. Antonio di Padova
Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinti 6,1-10.
E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio.
Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!
Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero;
ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce,
nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni;
con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero;
con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra;
nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri;
sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte;
afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!
Infatti qual è la ricchezza unica del discepolo e apostolo di Cristo?
Quella di essere nudo e rivestito solo della grazia di Dio.
Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia Benedetto il nome del Signore. (Gb. 1,21)
Se qualcosa sulla bilancia della vita per noi pesa troppo davanti all'altro piatto della bilancia che è Dio e l'eternità... significa che il nostro cuore non è povero. Persino le cose buone e le cose sante. Persino i carismi connaturati e non transeunti in noi, sono chiamati ad essere nulla senza il Suo chiamarci per nome. Anche gli affetti che Lui dona vanno ri-significati in Lui. Le parole, la fatica, l'apologetica, dire, fare, camminare, faticare, affetti... contano poco e spesso nulla se non coltiviamo la "nudità" che attende - cioè brama circoscrivendo il luogo di sé solo per Lui - e proclama con il cuore e con le labbra che Gesù è il Signore Risorto.
Occorre dunque avere nel cuore l'intraprendenza di Maria alle nozze di Cana nei confronti dei bisogni della comunità - bisogni di vino, di gioia, di Spirito Santo e amore offerto -, ma anche la stessa "resa" fiduciosa di Maria che dall'Annunciazione alla Pentecoste non smette di essere la sempre ancella che magnifica il Signore facendo della sua vita un si! Lei che non si fa il nome da se stessa ma riceve - e con cura preziosa - il nome da Dio.
Ella è la perfetta discepola e la perfetta apostola. Ella è la donna e l'umanità compiuta. Lei che era cittadina del Cielo prima che fosse assunta. Lei che era ciò che era perché facendosi possedere interamente da Dio possedeva tutto.