La vera mistica
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"Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò"
(Gv. 20,5)
La grandezza di San Giovanni apostolo è tutta racchiusa in questo gesto di onore e di rispetto verso i misteri Redentivi e verso Pietro, scelto da Cristo.
Grazie a questo gesto l'apostolo manifesta la sua retta coscienza che lo portò, dopo la Pentecoste, ad immergersi nei misteri cristologici che aveva esperienzialmente vissuto e a trarne sistematizzazione teologica nella catechesi del suo Vangelo, con il glorioso e contemplativo Prologo e nel corpus catechetico, nelle lettere e nel testo della Rivelazione.
In questo fu aiutato da un rapporto unico con la Madre di Dio che, indubbiamente, trasmetteva all'apostolo, per comunione, gli altissimi misteri e lo slancio contemplativo.
Maria compie la contemplazione, la sempre Ancella Scientifica.
L'amore arriva sempre prima e più velocemente di ogni legge, purché sia amore vero, quello che ha "toccato la vita", per intenderci, e dunque, se autentico, si ferma e attende Pietro.
Questo amore è frutto dell'esperienza vera, trasformante e toccante di colui che "tocca la vita" e ne viene intimamente e continuamente trasformato.
La gioia perfetta comunica questa esperienza e non la conserva per sé gelosamente ma ne fa partecipi i fratelli.
La gioia perfetta si verifica dal fatto che Giovanni attende sempre Pietro.
La mistica, intuizione nell'amore, serve la Chiesa se è umile; se crede che la propria coscienza può anche ingannarsi e crede più in Pietro che in sé stessa.
Di questa azione dello Spirito egli ha bisogno più della pacificazione e del narcistico arrotolarsi della sua coscienza.
Più di ogni intuizione. Più di ogni carisma.
Certo, questo... se veramente ha "toccato" il Verbo della vita.
C'è infatti il rischio che quella che sembra essere una visione mistica sia solo "un rigurgito ferito di vanità".
Che quella che sembra essere una luce di rivelazione sia una superbia molto, molto sottile. Che inganna sé e molti.
Se dunque la coscienza è il sacrario ultimo dal punto di vista operativo non lo è dal punto di vista valoriale.
La coscienza sana riconosce l'azione dello Spirito nella Chiesa, nel Papa e nei pastori,
come azione più grande di ogni intuizione personale.
Questa scelta, seria e consapevole, è lucidissima e tutt'altro che omologata.
Anzi è un'offerta di sè chiara e potente alla luce del cammino di Gesù. È la cristificazione compiuta. È il vero amore alla Chiesa.
Questo, Giovanni, e ogni "Giovanni" nel tempo, lo sa bene.
Per questo, se è stato toccato dall'amore, aspetta Pietro ed entra per secondo per vedere e credere.
Giovanni non avrebbe potuto vedere e credere se fosse entrato per primo.
Anzi si sarebbe ingannato.
Ma ha visto e creduto perché è entrato dopo Pietro.
Con la sua fede preventiva nella Chiesa ha rivelato la gioia perfetta di un cuore umile e posto le basi autentiche del sano discernimento.
Francesco di Assisi, chiamato così dal padre, fu chiamato inizialmente Giovanni, dalla Madre. Per questo il poverello, sempre minore, pur affiancato dall'iconografia postuma a San Giovanni il Battista, per evidenti motivi ecclesiali e contingenti, aveva assunto tutte le caratteristiche amanti dell'apostolo amato.
Seguono l’Agnello dovunque vada
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"Essi sono coloro che seguono l’Agnello dovunque vada."
(dalla prima lettura del giorno, Ap 14,1-3.4b-5)

E come puoi seguire l'agnello prontamente se non essendo
tu stesso
libero agnello dai fardelli della disobbedienza
del risentimento
del rancore
dei vizi
e delle cattive abitudini?
Quando sentiamo durante la Santa Messa:
"Ecco l'Agnello di Dio"
tra la distrazione di chi continua a scambiarsi
il "segno della pace", come fosse, tra l'altro, un impegno nostro
più che una fruizione di un dono..
ebbene quando sentiamo: "Ecco l'agnello di Dio!"
dovremmo cadere tramortiti a terra.
E se questo non è possibile
consideriamo che vi sia uno slancio dell'essere.
La pace di Cristo regni nei vostri cuori
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"La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo!" (Col 3,15)"La verità va cercata, trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità." (Caritas in Veritate, 2)
Un appello alla Comunione
quello scaturito dalla Solennità odierna.
E dove la comunione non è possibile
per tanti motivi
rimane pur vero che ad essa occorre obbedire.
Come?
Chiedendola incessantemente come dono dall'alto
prima che come nostro sforzo.
E poi riconoscere che Dio, che è buono, fedele
e non inganna nessuno,
non manca di donare quello che chiede
e che, tale dono,
sorpassa non solo ogni intelligenza ma anche ogni limite.
Dio regna anzitutto nella nostra Resa
alla Sua Signoria.
La prima apologetica è con sé stessi.
La prima Signoria è nel cuore del tuo cuore
fino a raggiungere, capillarmente
ogni tua cellula, perché sia glorificata
nella Sapienza di Cristo Re.
Amen, gloria, azione di grazie, potenza e forza
al nostro Re. Amen.
“La mia casa sarà casa di preghiera”
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“La mia casa sarà casa di preghiera”(Dal Vangelo del giorno, Lc 19, 45-48)
La Parola non è solo per il tempio esterno
ma anzitutto per il tuo tempio, per te e per il tuo cuore.
Ed allora scopri che occorre veramente che Cristo prenda un frustino e cacci da te, con la tua collaborazione decisa,
ora e come habitus,
tutte le parti di te che fanno mercato,
che rubano,
che dissipano,
che si difendono pensando che fuori di te è il problema,
mentre invece il tuo tempio, il tempio della tua persona,
è stato affidato ad una spelonca di ladri
che lasci agire indisturbati
con la veste spiritualizzata di fare cose immonde
nel tempio che ti è stato affidato.
Dovresti chiedere perdono anche per il bene che compi
ogni giorno.
"Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode;
poiché non gradisci il sacrificio
e, se offro olocausti, non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.
Nel tuo amore fa grazia a Sion,
rialza le mura di Gerusalemme.
Allora gradirai i sacrifici prescritti,
l'olocausto e l'intera oblazione,
allora immoleranno vittime sopra il tuo altare." (Sl. 50,17-21)
Vigilante e gioioso nello Spirito Santo
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«In quei giorni, dopo quella tribolazione...Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.» (Mc. 13,24-31)
La fine del mondo non è il compimento di una catastrofe,
non è la fine di tutto o se preferite dell'inizio del nulla,
non è la fine dell'unica vita che abbiamo, da giocarci,
ma è il compimento di ogni speranza che va al di là e al di sopra di ogni nostra attesa:
il tutto avverrà in una pienezza che va al di là di ogni nostra immaginazione. Il compimento della gioia.
Questo è, e deve essere, il pensiero del credente, dell'uomo di fede riguardo all'evento apocalittico della fine del mondo. La bocca del credente deve sempre essere pronta a dare voce all'invocazione di colui che vive in questo mondo come in esilio in attesa di "cieli nuovi e terra nuova":
"Maranàthà, vieni o Signore Gesù"!
La fine del mondo è la meta agognata,
il fine talmente desiderato che San Paolo sperava avvenisse mentre lui ancora era in vita.
E' l'incontro della sposa - cioè noi singolarmente e come Chiesa - che nello Spirito Santo grida:
"Vieni",
e lo sposo che risponde: "Sì, verrò presto" (Ap 22,17).
Per fare in modo di assumere questo atteggiamento, di avere in noi questo "modus pensandi e vivendi", questo modo di vivere e pensare,
dobbiamo rimanere in uno stato di vigilanza gioiosa.
Solo colui che vigila e conserva nel cuore la gioia prepara il suo cuore all'attesa dell'evento del ritorno di Gesù:
il tempo che abbiamo è un dono prezioso e non possiamo sprecarlo!
Lasciamoci andare alle ispirazioni dello Spirito;
ma non a quelle ispirazioni che si rivestono di spirituale ed alimentano l'ego come falsa estasi e delirio animistico.
Piuttosto quelle ispirazioni delicate, quei sussurri che non cercano compiacimento altrui o proprio,
nella vita e tantopiù nei mezzi di comunicazione,
ma quelle che cercano il compiacimento dello sposo.
Il Suo sguardo e che in questo sguardo si perdono per ritrovarsi.
Sii vigilante e gioioso.
Se senti il desiderio di farlo, mettiti ora in preghiera, in comunione con Gesù.
Se desideri adorarlo nel Santissimo Sacramento, cogli l'attimo e corri, vola davanti al Santissimo.
Se senti il desiderio della prostrazione a terra
non indugiare e sdraiati nella tua pochezza.
Se cadi in ginocchio, non indugiare.
Se sgorga il pianto non trattenere le lacrime.
Se erompe la lode
guarda a Lui e ringrazialo perché Egli è.
Dobbiamo imparare a non rimandare a dopo ciò che lo Spirito ci chiede di fare ora.
E se questi sussurri avvengono durante la Santa Messa dove ci sono i ritmi dei gesti comunitari?
Volentieri, nel nome dello Spirito, sacrifica questi gorgoglii, questo fiume di grande acque che lo stesso Spirito ha suscitato.
Perché grande frutto, per sé e per il Regno, porta il carisma che sacrifica ogni carisma.
Perchè questi impeti dello Spirito non cesseranno ma si manifesteranno a tempo opportuno. Magari nel segreto della tua stanza, quella che vede il Padre.
L'ascolto della richiesta dello Spirito ci riporta ad una condizione simile di Scienza preternaturale,
ad una innocenza perduta,
ad una obbedienza dimenticata,
ad una gioia immarcescibile.
E' un esercizio che ci fa crescere nel dominio di noi stessi e appunto nella vigilanza.
E, soprattutto, ci fa permanere nella gioia di Cristo, quella vera, più forte delle nostre tristezze e delle nostre accidie:
"Maranàthà, vieni o Signore Gesù"!
PiEffe