La pace di Cristo regni nei vostri cuori
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"La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo!" (Col 3,15)"La verità va cercata, trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità." (Caritas in Veritate, 2)
Un appello alla Comunione
quello scaturito dalla Solennità odierna.
E dove la comunione non è possibile
per tanti motivi
rimane pur vero che ad essa occorre obbedire.
Come?
Chiedendola incessantemente come dono dall'alto
prima che come nostro sforzo.
E poi riconoscere che Dio, che è buono, fedele
e non inganna nessuno,
non manca di donare quello che chiede
e che, tale dono,
sorpassa non solo ogni intelligenza ma anche ogni limite.
Dio regna anzitutto nella nostra Resa
alla Sua Signoria.
La prima apologetica è con sé stessi.
La prima Signoria è nel cuore del tuo cuore
fino a raggiungere, capillarmente
ogni tua cellula, perché sia glorificata
nella Sapienza di Cristo Re.
Amen, gloria, azione di grazie, potenza e forza
al nostro Re. Amen.
“La mia casa sarà casa di preghiera”
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“La mia casa sarà casa di preghiera”(Dal Vangelo del giorno, Lc 19, 45-48)
La Parola non è solo per il tempio esterno
ma anzitutto per il tuo tempio, per te e per il tuo cuore.
Ed allora scopri che occorre veramente che Cristo prenda un frustino e cacci da te, con la tua collaborazione decisa,
ora e come habitus,
tutte le parti di te che fanno mercato,
che rubano,
che dissipano,
che si difendono pensando che fuori di te è il problema,
mentre invece il tuo tempio, il tempio della tua persona,
è stato affidato ad una spelonca di ladri
che lasci agire indisturbati
con la veste spiritualizzata di fare cose immonde
nel tempio che ti è stato affidato.
Dovresti chiedere perdono anche per il bene che compi
ogni giorno.
"Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode;
poiché non gradisci il sacrificio
e, se offro olocausti, non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.
Nel tuo amore fa grazia a Sion,
rialza le mura di Gerusalemme.
Allora gradirai i sacrifici prescritti,
l'olocausto e l'intera oblazione,
allora immoleranno vittime sopra il tuo altare." (Sl. 50,17-21)
Vigilante e gioioso nello Spirito Santo
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«In quei giorni, dopo quella tribolazione...Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.» (Mc. 13,24-31)
La fine del mondo non è il compimento di una catastrofe,
non è la fine di tutto o se preferite dell'inizio del nulla,
non è la fine dell'unica vita che abbiamo, da giocarci,
ma è il compimento di ogni speranza che va al di là e al di sopra di ogni nostra attesa:
il tutto avverrà in una pienezza che va al di là di ogni nostra immaginazione. Il compimento della gioia.
Questo è, e deve essere, il pensiero del credente, dell'uomo di fede riguardo all'evento apocalittico della fine del mondo. La bocca del credente deve sempre essere pronta a dare voce all'invocazione di colui che vive in questo mondo come in esilio in attesa di "cieli nuovi e terra nuova":
"Maranàthà, vieni o Signore Gesù"!
La fine del mondo è la meta agognata,
il fine talmente desiderato che San Paolo sperava avvenisse mentre lui ancora era in vita.
E' l'incontro della sposa - cioè noi singolarmente e come Chiesa - che nello Spirito Santo grida:
"Vieni",
e lo sposo che risponde: "Sì, verrò presto" (Ap 22,17).
Per fare in modo di assumere questo atteggiamento, di avere in noi questo "modus pensandi e vivendi", questo modo di vivere e pensare,
dobbiamo rimanere in uno stato di vigilanza gioiosa.
Solo colui che vigila e conserva nel cuore la gioia prepara il suo cuore all'attesa dell'evento del ritorno di Gesù:
il tempo che abbiamo è un dono prezioso e non possiamo sprecarlo!
Lasciamoci andare alle ispirazioni dello Spirito;
ma non a quelle ispirazioni che si rivestono di spirituale ed alimentano l'ego come falsa estasi e delirio animistico.
Piuttosto quelle ispirazioni delicate, quei sussurri che non cercano compiacimento altrui o proprio,
nella vita e tantopiù nei mezzi di comunicazione,
ma quelle che cercano il compiacimento dello sposo.
Il Suo sguardo e che in questo sguardo si perdono per ritrovarsi.
Sii vigilante e gioioso.
Se senti il desiderio di farlo, mettiti ora in preghiera, in comunione con Gesù.
Se desideri adorarlo nel Santissimo Sacramento, cogli l'attimo e corri, vola davanti al Santissimo.
Se senti il desiderio della prostrazione a terra
non indugiare e sdraiati nella tua pochezza.
Se cadi in ginocchio, non indugiare.
Se sgorga il pianto non trattenere le lacrime.
Se erompe la lode
guarda a Lui e ringrazialo perché Egli è.
Dobbiamo imparare a non rimandare a dopo ciò che lo Spirito ci chiede di fare ora.
E se questi sussurri avvengono durante la Santa Messa dove ci sono i ritmi dei gesti comunitari?
Volentieri, nel nome dello Spirito, sacrifica questi gorgoglii, questo fiume di grande acque che lo stesso Spirito ha suscitato.
Perché grande frutto, per sé e per il Regno, porta il carisma che sacrifica ogni carisma.
Perchè questi impeti dello Spirito non cesseranno ma si manifesteranno a tempo opportuno. Magari nel segreto della tua stanza, quella che vede il Padre.
L'ascolto della richiesta dello Spirito ci riporta ad una condizione simile di Scienza preternaturale,
ad una innocenza perduta,
ad una obbedienza dimenticata,
ad una gioia immarcescibile.
E' un esercizio che ci fa crescere nel dominio di noi stessi e appunto nella vigilanza.
E, soprattutto, ci fa permanere nella gioia di Cristo, quella vera, più forte delle nostre tristezze e delle nostre accidie:
"Maranàthà, vieni o Signore Gesù"!
PiEffe
Tu sei il Fariseo
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“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore” (da Dt 6,2-6)
Qual è la colpa dei Farisei?
Avere dimenticato la natura, l’essenza del comandamento.
Ora, se ben riflettiamo, questa non è la colpa di alcuni rigidi precettisti ma anche di quelli che, con linguaggio moderno, chiameremmo modernisti e progressisti.
Anzi è la colpa di tutti noi.
Infatti tutti rientriamo in questa colpa e meritiamo il “guai” del Signore.
La natura del comandamento di Dio è una sola: riconoscere con amore la Parola detta per Amore, anche se non si comprende.
Anzi. Soprattutto se non si comprende.
Ho parlato in questi giorni, come potevo, delle “proiezioni di Dio”.
Ed è qui il punto. La proiezione di Dio, magari accattivante, a volte comoda, a volte esigente, a volte terribile, a volte fatta di linguaggio rassicurante ed alla moda, è una proiezione che nasce da una sfiducia di fondo:
non voglio incontrare Dio, voglio possederlo,
cosificandolo e dunque riducendolo.
Questo non deve certo farci cadere in una dimensione apofatica della conoscenza di Dio perché Dio ha parlato e la Sua Parola è Gesù Cristo.
Purtuttavia occorre da parte nostra una resa, aiutati dalla grazia, una continua scarnificazione, che compia il gioiello dell’Ascolto, dello Shemà!
Perché Ascoltare non è atto solo uditivo. Non è atto solo intellettivo, ma atto d’amore che coglie il punto essenziale:
Dio chiedendo dona sé perché tu possa essere.
Altrimenti tu non diventi ciò che sei.
E tu comprendi vivendo il comando.
Egli ti ama unicamente e perfettamente perché tu possa essere, distinto ed in comunione nel Noi.
Dio ti dona con stupore, come all’inizio della creazione, perché tu possa vivere in quello stupore.
Ma non è fatto emotivo, ma profondo, effettivo; solido. La Santità è essere inseriti nella Gloria di Dio che un peso, una profonda ed unica sostanza.
Quella gioia solida, fondante, che si riceve nei Sacramenti, nell’Ascolto onesto della Parola, nello stare in ginocchio davanti all’Eucarestia.
Ascoltare ed obbedire è dunque una cosa sola e si comprende solo nell’amare l’Amore e nel farsi amare dall’Amore, soprattutto ascoltando/obbedendo ad esso quando ci chiama a trascendere la natura verso il suo compimento nella grazia. Soprattutto nel lume intuito e non posseduto, nella fiammella tiepida e lontana; soprattutto nella scarnificazione delle certezze.
Solo così si innesta quel moto virtuoso nello Spirito Santo per cui si diventa figli e figlie, in continua maturazione, verso il Cielo.
Infatti
Gratia supponit naturam et perficit eam
Gratia supponit naturam et extendit eam
Gratia supponit gratiam et profectum in ea
Ascolta Israele,
se tu Ascolti,
tu Amerai, e dunque entrerai nel cuore di Dio,
con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.
Ecco cos'è il comandamento:
un dono del Cuore
per farti entrare in esso.
Paul Freeman
Il più radicale esorcismo
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"Addirittura (il demonio) vuole che tu lo accusi, vuole accollarsi lui stesso qualunque tua recriminazione, perché tu non faccia la confessione." (Sermoni 20, 2 , S. Agostino)
Se fossimo realmente attenti a richiedere,
cogliere e coltivare il dono dell'umiltà
con fiducia e resa
la confessione sarebbe pronta.
Questa è l'arte più difficile e più necessaria.
Perché tutti i nostri problemi nascono dal "senso di colpa" che nega e non porta alla "coscienza di colpa".
Il "senso di colpa" che colpisce i nostri bisogni profondi, legati all'Imago Dei, dell'identità e di amore, si difende nell'addossare ad altri il problema.
Il fratello, la sorella, il marito, la moglie, il prete, il papa... lunga è la catena quotidiana dell'addossare, del caricare ad altri nella lamentela del nulla.
Si addossa finanche al demonio, come dice Agostino.
E il nemico se la ride perché è riuscito nel suo intento.
Perché tutto questo è, sovente, una distrazione ed una fuga. A volte compiuta in vari modi per una vita intera. Perché sì su una cosa siamo virtuosi: sulla fuga.
Mentre l'uomo che scopre di essere radicalmente amato dice: "Sono io quell'uomo!", come Davide.
Più è profonda la confessione, nel roseto spinoso, più si riesce finalmente a vedere.
E così si compie il più radicale esorcismo possibile, dentro e fuori di sé.
Ma, soprattutto, si compie sempre meglio ciò per cui siamo stati amati, creati, redenti: la possibilità di amare, senza riserve e, finalmente, liberi.
Pieffe