Gaudí a Roma
- Dettagli
- Visite: 1770
LLUÍS MARTÍNEZ SISTACHCardinale arcivescovo di Barcellona
In quel momento culminante della cerimonia - dopo aver ascoltato la lettura della lettera del Papa rivolta al cardinale-arcivescovo nel suo giubileo sacerdotale e il messaggio del cardinale segretario di Stato, a nome del Pontefice, a tutta la comunità diocesana - i partecipanti hanno visto apparire sugli schermi televisivi installati in tutta la basilica la figura di Benedetto XVI. E hanno potuto ascoltare dalle sue labbra le parole che aveva pronunciato quella mattina stessa durante la recita dell'Angelus.
Il Papa aveva detto: "Ricordo che un anno fa, a Barcellona, ho avuto la gioia di dedicare la basilica della Sagrada Família, ammirevole sintesi di tecnica, bellezza e fede, ideata dal servo di Dio Antoni Gaudí, geniale architetto".
La comunità riunita quel pomeriggio nella Sagrada Família ha accolto il messaggio e le parole del Papa con un lungo applauso. In quel momento tutti abbiamo potuto rivivere il clima gioioso di quell'altra domenica, il 7 novembre 2010, quando Benedetto XVI era fra noi per dedicare il tempio della Sagrada Família, al quale ha concesso il titolo di basilica minore con la bolla Templum Dei et Christifidelium communitatis, datata e suggellata con l'Anello del Pescatore quello stesso giorno nella città di Barcellona. Nell'ascoltare le parole del Papa, mi sono ritornate in mente quelle che aveva pronunciato nella sede dell'arcivescovado di Barcellona, all'ora di pranzo, nel giorno della dedicazione della basilica: "Della celebrazione di questa mattina conserverò un ricordo indelebile". ? stata per noi una grande emozione sentirci dire nuovamente che la sua giornata barcellonese aveva suscitato grande gioia nel suo cuore di padre. Anche noi conserviamo un ricordo commosso e grato della visita del Papa a Barcellona, quel 6 e 7 novembre. Ci siamo sentiti - allora come adesso - profondamente amati dal Papa e chiamati a rivitalizzare la nostra fede cattolica e a stringere i vincoli di comunione con il successore di Pietro.
Sono i fatti e i sentimenti che desideriamo esprimere con l'iniziativa della mostra "Gaudí e la Sagrada Família a Barcellona. Arte. Scienza e spiritualità" che si inaugurerà il 24 novembre nel Braccio di Carlo Magno, accanto a piazza San Pietro, e che si potrà visitare fino al 15 gennaio del prossimo anno. Grande è stata la nostra gioia nel poter portare nella Città Eterna l'opera di un architetto geniale e di un cristiano esemplare, il cui processo di beatificazione è già stato avviato. Antoni Gaudí, il creatore della basilica della Sagrada Família, è un catalano ogni giorno sempre più universale.
Questa mostra a Roma vuole essere soprattutto un atto di ringraziamento al Papa per i motivi appena esposti e anche al Pontificio Consiglio della Cultura e al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, per l'interesse e la sensibilità dimostrati verso la basilica della Sagrada Família e verso la figura del suo geniale architetto, senza dimenticare le due iniziative promosse da questi dicasteri che si terranno il prossimo anno a Barcellona: la sessione del "Cortile dei gentili" e simultaneamente la realizzazione della "Missione Metropolis" a Barcellona e in altre undici grandi città europee.
La mostra è suddivisa in cinque sezioni al fine di inquadrare dal punto di vista storico e artistico la figura di Gaudí e la sua opera. La prima sezione presenta così la vita e l'opera dell'architetto e il processo edilizio seguito nella basilica fin dal suo inizio, nel 1882. La seconda sezione propone uno sguardo d'insieme sulle opere di Gaudí: per comprendere il tempio della Sagrada Família bisogna infatti conoscere anche gli altri edifici ideati da questo architetto; in essi ritroviamo gli elementi formali, cromatici e simbolici applicati in seguito alla sua opera emblematica.
Un'altra sezione sarà quella dedicata a scienza e tecnologia. Gaudí è molto più che l'autore di forme originali ed esuberanti. La sua architettura ha un fondamento razionale e i suoi calcoli una base scientifica. Si è potuto constatare tutto ciò con l'aiuto dell'informatica. Nella sezione dedicata alla spiritualità si mette invece in evidenza il fatto che tutti gli elementi architettonici e ornamentali presenti nella basilica della Sagrada Família, al di là della loro funzionalità, fanno riferimento al messaggio cristiano. La mostra terminerà con una proiezione audiovisiva che racchiude i momenti più significativi della cerimonia di dedicazione del tempio da parte di Benedetto XVI, e ripercorre l'architettura interna ed esterna della basilica.
L'arcidiocesi di Barcellona e la Catalogna sono orgogliose di poter presentare a Roma una parte importante della loro cultura millenaria fondata sulle loro radici cristiane e che reca frutti di arte e di spiritualità, Benedetto XVI, nell'omelia della dedicazione della basilica, si è chiesto: "Cosa significa dedicare questa chiesa?". E ha risposto: "Nel cuore del mondo, di fronte allo sguardo di Dio e degli uomini, in un umile e gioioso atto di fede, abbiamo innalzato un'immensa mole di materia, frutto della natura e di un incalcolabile sforzo dell'intelligenza umana, costruttrice di quest'opera d'arte. Essa è un segno visibile del Dio invisibile, alla cui gloria svettano queste torri, frecce che indicano l'assoluto della luce e di colui che è la Luce, l'Altezza e la Bellezza medesime".
La presenza della basilica al centro della nostra città di Barcellona, visibile da ogni suo punto, ha un significato profondo e benefico in un'epoca in cui l'uomo pretende di edificare la propria vita voltando le spalle a Dio, come se Dio non esistesse. È la presenza della trascendenza in mezzo alla vita secolare della città. Per questo il Papa, in quella omelia, ci ha detto che Gaudí "aprendo in questo modo il suo spirito a Dio, è stato capace di creare in questa città uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l'uomo all'incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa".
Gaudí per la sua arte cercava ispirazione in Oriente e soprattutto in Grecia ed era un grande ammiratore della cultura mediterranea, soprattutto della sua luce. Per questo crediamo che una rinnovata comprensione della sua opera accomuni tutti noi popoli delle rive del Mediterraneo. Speriamo che questa mostra riesca a trasmettere nel cuore della cattolicità un messaggio in cui si uniscono arte, scienza e spiritualità, a partire da quei tre libri dei quali, come ci ha magistralmente ricordato il Papa a Barcellona, Gaudí "si nutriva come uomo, come credente e come architetto: il libro della natura, il libro della Sacra Scrittura e il libro della Liturgia. Così unì la realtà del mondo e la storia della salvezza, come ci è narrata nella Bibbia e resa presente nella Liturgia".
Gaudí diceva che nel tempio della Sagrada Família tutto è provvidenziale. Oggi, di fronte all'urgenza dell'evangelizzazione, a Barcellona disponiamo di un monumento religioso bellissimo, originalissimo e ricchissimo di simbologia biblica, ecclesiologia, catechetica e liturgica, che costituisce un eccellente strumento per evangelizzare gli uomini e le donne del nostro tempo.
(©L'Osservatore Romano 24 novembre 2011)
Radici matematiche di un genio
A colloquio con il curatore della mostraQuando ha incontrato Gaudí?
La mia vita è stata segnata dalla sua presenza. La mia scuola era vicina a Parco Güell, un posto dove da bambini andavamo a giocare. Lo studio di mio padre si trovava poco distante da Casa Vicens; il mio dottore si trovava vicino alla Pedrera e il medico di mia madre era non lontano dalla Batlló. È stato naturale poi, durante gli anni universitari, approfondire la sua opera sotto l'aspetto artistico e tecnico.
L'artista catalano non è solo uno "spirito bizzarro" dallo stile stravagante; come sottolinea la mostra. La bellezza delle sue opere ha fondamenti matematici precisi.
Ciò che colpisce, a prima vista, dell'opera di Gaudí è il dato estetico, ma per apprendere al meglio la sua arte è necessario scoprirne le radici. Facendo ciò si scopre che la sua opera non è affatto "ingenua". Applicò alle sue architetture la matematica, il calcolo e la geometria, visibili negli archi parabolici, nelle figure geometriche a doppia curvatura (coniche, paraboloidi e iperboloidi). Non si deve dimenticare che tutta l'esuberanza delle forme architettoniche ha sempre un fondamento razionale e risponde a una base scientifica.
Come procede il work in progress delle parti ancora in costruzione della basilica?
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha portato a una migliore conoscenza della definizione del progetto, ciò ha permesso di accelerare i lavori. Tutto questo, inoltre, è stato reso possibile grazie anche al supporto proveniente da un numero sempre crescente di pellegrini che ogni anno la visitano. Dalla dedicazione del Papa - il 7 novembre del 2010 - abbiamo registrato un crescendo di visitatori. Questi dati positivi fanno ipotizzare una fine dei lavori ravvicinata; secondo l'équipe tecnica, intorno al 2026 (anno del centenario della morte di Gaudí) o al 2030.
A che punto è la disputa sull'opportunità di far passare un treno ad alta velocità sotto la basilica?
Si è ritenuto di insistere soprattutto sulla necessità di realizzare questa opera pubblica considerata necessaria per facilitare i collegamenti tra la Spagna e il resto d'Europa. Non si sono invece tenute in considerazione le posizioni della Chiesa e dell'opinione pubblica. Va detto però che, per la realizzazione dell'opera, sono state garantite tutte le misure di sicurezza.
Quale itinerario consiglierebbe a una persona che volesse avvicinarsi all'arte di Gaudí?
Consiglierei di iniziare dalla visita dell'architettura civile, proseguendo poi con Parco Güell, dove si stabilisce un vero e proprio dialogo tra natura e architettura. Per concludere con la Sagrada Família che è la sintesi del linguaggio artistico e tecnico della sua opera.
Qual è l'opera dell'artista catalano che ama di più?
La cripta della Colonia Güell che si trova in un piccolo villaggio a venti chilometri da Barcellona: Santa Coloma de Cervelló. Penso che questa cripta sia potenzialmente l'anticipazione del sistema costruttivo della Sagrada Familia. E penso pure che la cripta contenga in se stessa il senso dell'arte di Gaudí, anche se ancora con un linguaggio artistico primitivo.
(©L'Osservatore Romano 24 novembre 2011)
PROTESTANTESIMO E MODERNISMO
- Dettagli
- Visite: 1847
di P. Giovanni Cavalcoli, OP
Nell’enciclica Pascendi S.Pio X collega il modernismo al protestantesimo. Per quale motivo? Se noi consideriamo quelli che furono gli intenti di Lutero, bisogna dire che egli, per sua espressa dichiarazione, non intese tanto essere “moderno”, quanto piuttosto mettere o rimettere in evidenza la verità del Vangelo, secondo lui oscurata o falsificata dal cattolicesimo medioevale, il quale avrebbe aggiunto alla Parola di Dio idee, credenze, usanze, riti, pratiche e tradizioni spuri e meramente umani - potremmo dire farisaici -, per i quali l’uomo pretende di glorificare se stesso davanti a Dio sostituendo la gloria delle opere e dei meriti dell’uomo alla gloria, alla grazia ed alla misericordia che vengono solo da Dio. Lutero ha quindi inteso liberare il Vangelo e il costume cristiano da queste che egli considerava aggiunte illegittime, scorie, ipocrisie e falsificazioni, per ritrovare la pura essenza o sostanza del messaggio cristiano in piena aderenza alla Sacra Scrittura. Egli credette quindi con ciò di recuperare le fonti, le sorgenti genuine ed originarie del cristianesimo, che secondo lui ai suoi tempi erano state inquinate o soffocate da secoli di false concezioni e tradizioni, delle quali era responsabile il papato e tutta la struttura ecclesiastica, dottrinale e comportamentale che faceva capo a lui. Egli bensì sapeva bene che caratteristica del Nuovo Testamento è il presentarsi come annuncio di novità salvifica, frutto di quello Spirito che rinnova la faccia della terra. Quindi Lutero non era estraneo all’idea del progresso umano, morale e spirituale, che così profondamente caratterizza l’anima di tutta la Scrittura, progresso peraltro da intendere non tanto come rottura col passato - salvo che si tratti di rompere col peccato o con avanzi del passato -, quanto piuttosto di passaggio dal bene al meglio nonchè rafforzamento, crescita ed avanzamento di valori perenni ricevuti da Dio. La metafora del “camminare nella verità” è uno dei temi fondamentali dell’etica giovannea, mentre S.Paolo usa altre espressioni, come quella dell’aumento della luce del giorno che si avvicina o del rafforzarsi nella propria vocazione o del passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo. La categoria del “moderno” è certamente implicita nella Scrittura sotto i temi del rinnovamento e del progresso. Essa appare esplicitamente in S.Tommaso, il quale mette a confronto gli antiqui, che sarebbero i filosofi pagani, con i moderni, che sono i teologi del suo tempo. L’istanza della “modernità” cresce con i secoli seguenti: nel sec.XIV Guglielmo di Ockham è chiamato il venerabilis Inceptor; nel sec.XV nasce la cosiddetta “devotio moderna” soprattutto nei paesi fiamminghi con Ruijsbroek, l’opera anonima La Teologia tedesca e l’Imitazione di Cristo, una spiritualità individualistica di tipo riflessivo ed interioristico, la quale tende a minimizzare le strutture oggettive della Chiesa, ed a sostituire il realismo e l’interesse teologico medioevale di tipo contemplativo con uno sguardo rivolto alla coscienza e all’io concreto, che pur sempre, per adesso, si misura sulla volontà di Dio. Ma con i secoli seguenti questa importanza data all’io diventerà sempre più pervasiva sino a cancellare completamente, nei sec.XIX e XX, con l’ateismo e il panteismo, l’interesse teologico. S.Agostino lo aveva previsto: amor sui usque ad contemptum Dei. Lutero è sulla scia di questa “modernità”, anche se, come ho detto, egli resta profondamente religioso e nel suo pensiero questa categoria non esiste esplicitamente. Essa tuttavia è sottintesa dalla sua passione per il rinnovamento della testimonianza cristiana e la volontà di recuperare il novum evangelico. Inoltre, ad accentuare questi spunti “modernistici”, è noto come in Lutero sia molto carente la sensibilità per la Sacra Tradizione, da lui semplicisticamente ed ingiustamente equiparata alle tradizioni umane, contingenti e caduche della Chiesa. Per lui la divina rivelazione sorge dalla sola Scriptura e non dalla Tradizione. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che in Lutero la Tradizione è in qualche modo sottintesa, benchè deformata, nella sua passione per la predicazione della Parola di Dio. E cosa è la Tradizione se non conservazione e trasmissione della Parola? Il guaio è che Lutero dimentica che questa trasmissione non avviene semplicemente tra teologi, biblisti e profeti, ma anzitutto per mezzo della catena apostolica, cosa che Lutero dimentica completamente col suo disprezzo per il sacramento dell’Ordine e quindi dell’Episcopato. Questi germi di modernismo presenti in Lutero fruttificheranno nel protestantesimo dei secoli seguenti, in quanto la teologia protestante, accortasi dell’importanza della filosofia così disprezzata da Lutero, salirà sul carro della cosiddetta “filosofia moderna” di Cartesio e postcartesiani, trovando, dopo Ockham, nel soggettivismo idealista cartesiano una buona interpretazione del soggettivismo di Lutero. In tal modo il protestantesimo, soprattutto a cominciare dai secc.XVII e XVIII, avverte se stesso sempre più come “moderno” rispetto al vecchiume medioevale e ci tiene ad esserlo, soprattutto in relazione al progresso degli studi biblici, i quali però appaiono sempre più ispirati non alla fede già propria di Lutero nella verità assoluta della Bibbia in quanto Parola di un Dio trascendente superiore alla ragione, ma alla convinzione della divinità della stessa ragione del soggetto individuale. Da qui, sempre sulla linea del “libero esame” luterano, il sorgere di una critica biblica, ispirata a Spinoza e Reimarus, su su sino a Lessing, Schleiermacher, Harnack, Wellhausen e Bultmann, che vedeva nella Scrittura, anche se si affettava di credere ancora in Dio, nulla di più che un testo letterario come qualunque altro, totalmente sottoposto al giudizio inappellabile del metodo storico-critico. A questo punto si comprende molto bene il matrimonio di luteranesimo e modernismo denunciato da S. Pio X. Indubbiamente Pio X non esaminò a fondo la possibilità che il metodo storico-critico elaborato dagli studiosi protestanti potesse riservare qualche aspetto accettabile dai cattolici. Egli fu invece - e così esigevano i tempi - preoccupato soprattutto di porre un argine all’invasione di spirito protestante (per non dir di peggio) nell’area del cattolicesimo. E il suo energico intervento resta più che mai attuale ed utile. Solo negli anni successivi iniziarono nel mondo cattolico i primi tentativi, per esempio ad opera del Servo di Dio il biblista domenicano Padre Joseph Lagrange, di recuperare gli elementi validi di quel metodo, per realizzare anche in campo cattolico una sana modernità. Come è noto l’opera del Lagrange non fu immediatamente compresa dal S.Pio X e dal Maestro Generale dell’Ordine, il Beato Giacinto Cormier (anche tra Santi non sempre ci si intende!), ma poi Papa Sarto, notando il grande spirito di obbedienza e di umiltà nel dotto Domenicano, apparentemente rivoluzionario, ma in realtà rispettoso della Tradizione, gli dette campo libero, sicchè a questo grande e santo esegeta della Parola di Dio - simile in ciò ai Santi Padri e Dottori della Chiesa - va il merito di aver preparato cinquant’anni prima i progressi dell’esegesi cattolica promossi dal Concilio Vaticano II e codificati nel documento della Commissione Biblica “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” del 1993 dedicato appunto all’esegesi della Sacra Scrittura. Per essere moderni non è necessario essere nè modernisti né protestanti, con tutto il rispetto per i valori esistenti anche in questi grandi ed importanti movimenti spirituali e culturali. Il cattolico, come persona privata, fallibile e limitato, fosse anche il Papa, avrà da imparare, all’occorrenza, anche da quei movimenti - ecco l’ecumenismo -, ma il cattolicesimo, come pienezza della verità rivelata per mezzo della Chiesa da Gesù Cristo, non ha nulla da imparare ma anzi molto da correggere in quei movimenti i quali, per quanto conservino elementi di cristianesimo, sono ben lungi dal conservarne la pienezza e l’autenticità.
Bologna, 16 novembre 2011
© http://www.riscossacristiana.it/index.php
Con un'intelligenza che non teme se stessa
- Dettagli
- Visite: 1488
Dal 22 al 24 novembre l'Istituto di ricerca della non credenza e delle culture (Pontificia Università Urbaniana) sarà la sede di tre lezioni pubbliche del filosofo Richard Swinburne sulla teologia naturale e il confronto tra credenti e non credenti. Il direttore dell'istituto anticipa e sintetizza per il nostro giornale il tema proposto.Pontificia Università Urbaniana
"Ogni epoca è in contatto immediato con Dio", ripeteva Leopold von Ranke nelle sue conferenze sulla storia, tenute nel 1854. A volte alla nostra società manca la coscienza di essere in contatto con qualcosa che la trascende. Accade molto spesso che il filosofo ateo, scomodando anche la scienza, faccia dipendere il successo della sua impresa semplicemente dalla coerenza formale con cui riesce a porre quell'alfa privativo davanti al sostantivo thèos. Il discorso però è molto più complesso e assume note tragiche per il fatto che la presenza o l'assenza di Dio incide profondamente sulla nostra esistenza e su quella della società in cui viviamo. Da quando è stato creato, più di cinquant'anni fa, l'Istituto di ricerca della non credenza e delle culture presso l'Urbaniana, ha esplorato con l'aiuto della ragione le vie degli atei e nello stesso tempo ha cercato di illuminare le strade che portano a Dio. Questa ricerca ha portato alla costruzione di dialoghi fecondi con pensatori credenti e non credenti. In questo contesto l'Istituto ha invitato quest'anno il filosofo inglese Richard Swinburne a tenere tre lezioni pubbliche sul tema di Dio. Swinburne, da sempre impegnato a dimostrare dal punto di vista filosofico la coerenza del teismo e le ragioni che portano l'uomo a credere in Dio, è un interlocutore privilegiato anche per il fatto che la sua riflessione affonda le proprie radici nella tradizione filosofica di matrice cristiana, dichiarando così la sua attuale fecondità.
Nei tre giorni di lezione che terrà presso la Pontificia Università Urbaniana Swinburne cercherà di sviluppare il suo progetto di teologia naturale. Il suo percorso parte dalla probabilità dell'ipotesi del teismo, considerando tale ipotesi come semplice e non contraddittoria di fronte alle leggi che spiegano la realtà. Egli ritiene inoltre che non si può costruire un'altra ipotesi più probabile o altrettanto valida come quella del teismo, per spiegare il mondo.
Visto che l'ipotesi del teismo soddisfa questi criteri, conclude Swinburne, allora è più probabile che sia vera anzi che no. Compito della riflessione, nell'ambito della teologia naturale, è quello di andare oltre i limiti dell'esistenzialismo cristiano, il quale non sempre è riuscito a produrre argomentazioni valide per provare la coerenza del teismo.
Ciò dimostrato, il filosofo inglese si occupa dell'interazione tra la causalità inanimata (mondo fisico) e quella personale. Compito di quest'ultima è la spiegazione metafisica di "qualcosa" che va oltre il mondo materiale. Swinburne prende in considerazione tre possibili vie per spiegare l'esistenza e la natura di una causa ultima della realtà: il materialismo, l'umanesimo e il teismo.
Il primo modello individua il fondamento dell'operatività della realtà personale nella realtà inanimata, riducendo così l'intera realtà a quella fisica. L'umanesimo, nell'accezione swinburniana, sostiene che i fattori personali non possono essere spiegati del tutto in termini inanimati, e la realtà inanimata non può essere interpretata del tutto in termini di causalità personale. Ambedue sono ipotesi non semplici, che non escludono la formulazione di alternative più coerenti per la spiegazione del mondo. Infine, il teismo, che afferma l'esistenza di un Dio che crea e conserva l'universo, e che agisce sul mondo fisico e personale senza dipendere da esso. Il teismo è l'ipotesi che ammette l'esistenza di una sola persona che racchiude in sé, per esprimerci con Leibniz, "tutte le perfezioni semplici nel loro grado massimo".
Tema della terza lezione sarà il problema del male e la spiegazione della compatibilità dell'esistenza del male con quella di un essere onnipotente, onnisciente e illimitato. Si ripresenta la domanda di Agostino, quando parlando di Dio come la bontà in persona (ipsum bonum), si chiede: "Da chi mi viene dunque il consenso al male e il rifuto che oppongo al bene?" (Confessioni, VII, 3, 5). Alcuni secoli dopo l'Aquinate affermerà che appartiene alla infinita bontà di Dio permettere il male per trarre da esso del bene.
Swinburne, sulla scia dei classici cristiani, distingue due tipi di male, quello naturale e quello morale, che è il male "causato deliberatamente dagli uomini". Invece, il male naturale offre l'opportunità di fare scelte importanti, le quali aprono ulteriormente l'orizzonte della nostra esistenza verso nuove e altrimenti sconosciute vie che ci permettono di realizzare la nostra umanità.
Il problema del male viene visto alla luce della responsabilità reciproca e non limitata che Dio concede agli uomini. Questo modo di concepire il libero arbitrio e la possibilità degli uomini di trasgredire, serve a Swinburne per sottolineare la capacità degli uomini di compiere una scelta veramente libera e cosciente. Il male acquista un vero senso per il fatto che l'uomo non è soltanto materia, ma possiede un'anima immortale che sa trarre un bene maggiore dalla sua vulnerabilità nei confronti del male.
Nel pensiero del filosofo inglese si sentono note ottimistiche, poiché il male non appare mai da solo, ad esso, in ogni istante, si contrappone il bene, inteso sia come libero proponimento dell'individuo di compierlo, sia come capacità di collaborazione con gli altri, nel dedicare la vita a ideali nobili. Il teismo è coerente nella sua formulazione logica, perché non è contraddittorio e allo stesso tempo assolve il compito di spiegare bene la realtà del nostro mondo. Le argomentazioni di Swinburne beneficiano molto della chiarezza dei ragionamenti che si fanno nell'ambito della scienza, senza cedere però alla tentazione di voler conoscere e spiegare tutto a ogni costo. Egli, da investigatore accorto, ha designato attraverso le sue opere nuovi percorsi che gli hanno permesso di parlare di Dio attraverso un linguaggio comprensibile e con modi di argomentare familiari anche ai non credenti. La lettura delle sue opere: The Coherence of Theism (1977, 1993), Revelation. From Metaphor to Analogy (1992), Is there a God? (1996), fa pensare che Dio non è poi così lontano, per trovarlo basta "espandere l'intelletto con la massima libertà", come afferma John Henry Newman, e soprattutto non avere paura di incontrarlo.
(©L'Osservatore Romano 23 novembre 2011)